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“La paura appartiene al demonio, si sconfigge con la mano tesa”

"Monsignor Valentinetti – premette Fabio Zavattaro – mi chiese di scrivere un libro-intervista sul dialogo interreligioso. A quel punto l’idea è partita e ho pensato di intervistare delle donne, perché hanno qualcosa in più rispetto a noi uomini. Accolgono la vita e quindi sanno accogliere l’altro. Forse noi, invece, l’altro lo rifiutiamo. Ci interessava avere una voce dal mondo islamico, una dal mondo ebraico e una dal mondo cristiano-valdese così da poter leggere il dialogo e costruire ponti"

Lo ha affermato l’arcivescovo Valentinetti presentando il suo libro “Tre donne e un vescovo”, scritto con il giornalista Fabio Zavattaro

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, alla presentazione del libro

È stato un interessante e stimolante confronto quello avvenuto lunedì, nella Biblioteca diocesana Carlo Maria Martini di Pescara, tra l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti ed il giornalista, già vaticanista Rai, Fabio Zavattaro autore del libro “Tre donne e un vescovo. Il potere della parola per costruire ponti e non muri” edito da Dario Flaccovio, all’interno del quale ha raccontato il dialogo dell’arcivescovo con la pastora della Tavola valdese Maria Bonafede, la presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello e la segretaria della Comunità islamica italiana Ilhamallah Chiara Ferrero.

Fabio Zavattaro, giornalista e vaticanista

Un libro, il secondo scritto a quattro mani dal presule e dal giornalista (il primo fu “Un cantiere aperto” edito da San Paolo), che ha avuto la prefazione scritta dall’amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme monsignor Pierbattista Pizzaballa: «Monsignor Valentinetti – premette Zavattaro – mi chiese di scrivere un libro-intervista sul dialogo interreligioso. A quel punto l’idea è partita e ho pensato di intervistare delle donne, perché hanno qualcosa in più rispetto a noi uomini. Accolgono la vita e quindi sanno accogliere l’altro. Forse noi, invece, l’altro lo rifiutiamo. Ci interessava avere una voce dal mondo islamico, una dal mondo ebraico e una dal mondo cristiano-valdese così da poter leggere il dialogo e costruire ponti. Carlo Levi scriveva che “le parole sono pietre”. Possono costruire case e ponti oppure possono ammazzare».

Stefano Trinchese, ordinario di Storia contemporanea all’Università D’Annunzio

A moderare il confronto è stato il professore ordinario di Storia contemporanea all’Università D’Annunzio di Chieti Stefano Trinchese il quale, citando il libro, è partito nel definire un “sano meticciato” il crogiolo di etnie che ha da sempre popolato l’Europa: «Per 600 anni – ricorda lo storico – hanno convissuto cristiani, ebrei, musulmani e anche altre fedi, cosiddette minori. Il Cristo pantocrato raffigurato nel Duomo di Cefalù ha un volto singolare. È giovane, ha i capelli biondi, ha il profilo greco e i lineamenti e la barba scura delle popolazioni arabe. Insomma, è un meticcio e ciò significa anche l’incontro tra culture diverse, bizantina, normanna e arabo-musulmana. La parola da riscoprire oggi è “conoscersi” e, in questo senso, l’arcivescovo dialoga con queste tre rappresentanti di comunità religiose così diverse eppure così vicine. Il primo tema che va richiamato è l’uscita dall’eurocentrismo, un’occasione che l’Occidente avrebbe per uscire dal proprio orizzonte eurocentrico. Un concetto, questo, che mortifichiamo ogni qualvolta parliamo di muri o di resistenza alle migrazioni. Non lo dicono solo i rivoluzionari, non lo diceva solo Papa Francesco – che non voglio definire rivoluzionario per non ridurlo -, ma lo diceva anche un reazionario come il principe di Metternich che nell’Austria antirisorgimentale vedeva l’Italia a difesa di un’idea superata. Diceva “È inutile chiudere i cancelli davanti ai problemi”. Se lo aveva capito Metternich, lo potremmo iniziare a capire anche noi, assumendo la nozione del buon meticciato che richiama l’arcivescovo, perché la storia dell’Europa fin dai primi tempi è una storia di incontri come quello tra Roma e i barbari da cui nacque il Medioevo, oppure quello cristianità e islam o con l’Impero ottomano. Se l’Europa ha una radice lontana che si sviluppa attraverso questi incontri, se noi dimentichiamo questo, poi capiamo perché qualcuno come Trump od Orban può suggerirci i muri. Infine il tema dei migranti. L’uomo emigra, è emigrato sempre, non esiste una famiglia abruzzese che non abbia un migrante, ma soprattutto non esiste nel mondo la condizione di stabilità. Si pensava alle razze pure e a rinnegare il meticciato, finendo con inaugurare i campi di concentramento e i lager. Chi rinuncia a questa idea di diversità, non ha capito che la storia dell’uomo è tutta un migrare, è tutta un approdare su spiagge ostili, è tutta un’accoglienza. È questo un po’ il nostro tempo».

La presentazione del libro

E tutti questi muri sono dovuti all’individualismo e alla paura. Un sentimento, quest’ultimo, sul quale l’arcivescovo Valentinetti ha ampiamento argomentato nel libro: «La paura – ammonisce il presule – appartiene al demonio, non c’è altra definizione. Chi vive la paura e chi la fomenta non appartiene al bene, ma al male perché la paura stessa crea il male. Io credo che fondamentalmente nasciamo con un sentimento non di paura, ma di timore. Del resto basta guardare all’esperienza di un bambino piccolo per vedere come lui, dapprima timoroso, si accosta alla realtà che va a scoprire. Quand’è che il bambino o la bambina non arrivano alla meta agognata? Quando il papà e la mamma gli mettono paura. Allora bisogna dirlo chiaramente, il timore fa parte della nostra esperienza, ma non può farne parte la paura. E quando viene fomentata ad arte, anche dai mezzi d’informazione che mettono in evidenza sempre la paura dell’altro, soprattutto l’altro che è diverso, è chiaro che la relazione è chiudere tutto facendo un bel muro. Ma è così sicuro che chiudendo il nostro muro, all’interno del gruppo così realizzato non riscatti comunque la dimensione della paura? Perché nel momento in cui il diverso viene fuori, la paura ci attanaglia nuovamente. Allora il muro che sta costruendo Trump al confine con il Messico, i muri che sono stati costruiti a Gerusalemme, il muro costruito e abbattuto 30 anni fa della cortina di ferro o i muri paventati, visibili e invisibili, che possono essere la chiusura dei porti, la chiusura della capacità di accoglienza che possono passare attraverso gli accordi internazionali per tenere i poveri africani dentro una prigione costruita ad arte o riprendere quelli che riescono a sbarcare in una determinata isola e con accordi riportarli in Libia, sono i muri e le paure che oggi non realizzano nulla. Perché la pura genera paura, si rigenera da se stessa e si sconfigge solo con la mano tesa, aperta, capace di stringere l’altra mano. E l’espressione di quel “sano meticciato”, in cui si fa riferimento nel libro, credo sia la strada fondamentale per realizzare qualcosa che è ineludibile. Il testo parte con il primo capitolo, sul cambiamento epocale. Vogliamo accettare che quest’epoca non è più quella di una volta o no? Vogliamo entrare dentro una sfera diversa o no? Coltivare il presente chiuso non fa altro che, teoricamente, lanciarci nel futuro, ma in realtà ci riporta nel passato. Nei primi anni duemila, la Conferenza episcopale italiana pubblicò il documento “Annunciare il Vangelo in un mondo che cambia”. Non lo so fino a che punto, anche a livello ecclesiale, abbiamo preso coscienza che questo mondo è cambiato e non tornerà indietro. Questa è la realtà. Ho sentito che il flusso migratorio, forse, si spegnerà leggermente nel 2025 per equilibri geopolitici, ad oggi non meglio conosciuti, ma poi riprenderà in modo molto più massiccio di quanto avviene ora e, Dio non voglia, in maniera molto più violenta».

Il pubblico presente nella Biblioteca C. M. Martini

Una riflessione, quella scaturita all’interno dell’opera letteraria, che ha spinto Fabio Zavattaro ad andare avanti in questa direzione nel suo lavoro di giornalista e comunicatore: «Quest’esperienza – conferma – mi ha lasciato la voglia di continuare. Non con un terzo libro, ma trovando il modo di far raccontare alle donne uno spaccato di vita, di dialogo e di rapporto con l’altro. D’altra parte il tempo che viviamo è difficile, ma il dialogo è quanto mai necessario. Anzi, forse, proprio oggi è necessario più che in altri momenti, proprio perché abbiamo perso l’abitudine di parlare con l’altro. Lavoriamo con i telefonini, con i computer che dividono. Nel mondo oggi ci sono 70 muri fisici. Il muro di Berlino è crollato 30 anni fa ma, secondo il Corriere della sera esistono 170 muri non solo fisici, ma anche culturali e sociologici. Dialogare oggi significa abbattere questi muri, così com’è caduto il muro di Berlino».

About Davide De Amicis (3022 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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