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La cittadinanza è nelle parole

Un piccolo libro di Tullio De Mauro ci ricorda come il valore delle parole passi soprattutto dalla famiglia, strumento potente per educare i figli a una cittadinanza consapevole

Monet_"La passeggiata"

Le varie forme d’arte da sempre hanno aiutato l’uomo a comprendere meglio la sua identità,  e ciò che lo rende speciale. Ma sovente si fa fatica a capire «per dove dobbiamo andare, dove dobbiamo andare?» (Totò, Peppino e la malafemmina, 1956), o più semplicemente, abbondano le opinioni contrastanti. Prendiamo in considerazione il tema del valore della parola e della lingua (a proposito, avete letto Potere alle parole, di Vera Gheno?).

         Partiamo con un esempio concreto, che ha però il carattere di semplice spigolatura: Moretti in un suo famoso film (Palombella rossa, 1989) ci fa capire – direi con una certa plasticità- che «le parole sono importanti»; poi però Mina, o per i più giovani, Noemi (senza facili equiparazioni, ok?) ci cantano che le parole sono «soltanto parole tra noi» (Parole parole, 1971) oppure proprio che «sono solo parole, le nostre» (Sono solo parole, 2012). E pure con Shakespeare non va meglio, visto che Amleto nel secondo atto rispondendo a una domanda di Polonio le connota in senso negativo: “Polonio: Cosa leggi mio signore?; Amleto: Parole, parole, parole” (Amleto, 1600-1602). Quindi? Come la mettiamo? Quale valore alle parole, oggi?

            Il vocabolario è utile per cercare di mettere ordine, infatti ci ricorda che la parola è un: «complesso di […] suoni articolati […], mediante i quali l’uomo [si] esprime …», è evidente quindi come al di là dello scopo per il quale è usata, bisogna considerarla innanzitutto uno strumento cardine; oggi però il sovraccarico di discorsi, di informazioni, a cui siamo continuamente sottoposti ha probabilmente provocato una sorta di suo depotenziamento, o meglio appiattimento. Vista l’esiguità dello spazio in questa sede basti un solo esempio: la parola “amico” e la sua evoluzione (se siamo tutti “amici”, ad esempio, esiste un “conoscente”, e chi è?).

       Tutto ciò crea uno svantaggio in particolare per le nuove generazioni, le quali vengono al mondo nel contesto che abbiamo descritto poco sopra, e quindi prive di quel piacere nel buon uso della lingua che è fatto anche di sfumature, di un lessico ricchissimo. Inoltre, repetita iuvant, come sottolinea la Gheno: «la parola, sia pronunciata che scritta, convoglia il nostro pensiero, racconta agli altri qualcosa di ciò che siamo, di ciò che vogliamo essere, di ciò che pensiamo del mondo e delle persone intorno a noi» (Prima l’italiano, 2019).

       Siccome oggi, come diceva san Paolo VI, c’è bisogno di maestri che però siano al contempo anche testimoni, per una prima e piacevole testimonianza di quanto le parole possano incidere e giovare ad esempio alla crescita di un bambino, è consigliata la lettura (o rilettura) di un bellissimo libretto di Tullio De Mauro, Parole di giorni lontani (Il Mulino, 2006). Si tratta del racconto attraverso piccoli episodi dell’infanzia del famoso linguista, nella Napoli degli anni Trenta-Quaranta. De Mauro ci accompagna in questa passeggiata nel suo apprendistato linguistico, fatto di nuove scoperte e piccoli inciampi ove le parole divengono vere e proprie mani, che gli permettono di “abbracciare” sempre meglio la realtà, in tutti i suoi aspetti (familiare e affettivo, sociale ecc.).

    Nel libro, tra le altre cose, trova ampio spazio anche il tanto discusso dialetto: «mio padre, che con noi figli presenti parlava un italiano medio […] riservava il dialetto ai colloqui con mia madre, che chiamava “marè” […]. Di qualcuno che moveva troppo e troppo disordinatamente le mani facendo danni mia madre diceva: “tiene l’artetica nelle mani”». E proprio la madre del piccolo Tullio ha un ruolo primario nella sua educazione linguistica, perché fonte anche di citazioni letterarie, specialmente dantesche: «Se camminando le tiravo con troppa insistenza il vestito se ne usciva con un “Perché mi scerpi” […]. Se si trattava di attraversare un andito buio e mi vedeva esitare, scherzava: “Per me si va nella città dolente”, dice Dante, ma tu ora non ti preoccupare, andiamo, le parole che Dante legge al “sommo della porta” qui non ci sono scritte».

         Quanto è bella e democratica e quanto bene fa una famiglia nella quale la lingua (o meglio, le lingue, visto che il dialetto è una lingua), ha piena cittadinanza e viene usata in maniera consapevole? Infatti la piena cittadinanza alla lingua si dà quanto la si conosce appieno e la si sfrutta al massimo delle sue potenzialità nei diversi contesti. E proprio da tutto ciò si sviluppa poi una cittadinanza attiva nel soggetto.

       Procedendo nella lettura non mancano poi episodi spassosi come quello di “Perbenire”, che il piccolo De Mauro aveva ideato sulla base dell’ ascolto continuo di “E-per-be-ni-to-mus-so-li-ni-e-ja-a-la-la”: «isolavo “E” e “Mussolini” e in mezzo, però, isolavo il participio passato di un verbo, “io perbenisco”, “tu perbenisci” ecc. col suo bravo significato equivalente più o meno a “lodare”». Un vero e proprio inciampo. Come suggerisce lo psicoanalista Safouan l’ “inciampo” è ciò che il bravo maestro sa far diventare argomento della sua lezione e De Mauro qui dimostra, ancora una volta, di essere un ottimo maestro.

      Si potrebbe dire tanto altro su Parole di giorni lontani, ma è meglio (oltre che più divertente) che recensore e lettore facciano la strada che porta alla comprensione in due, quindi buona lettura!

About Luca Mazzocchetti (33 Articles)
Nato il 2 luglio del 1985. Studia Lettere moderne all'Università "G. D'Annunzio"di Chieti e poi Didattica dell'italiano come L2 e LS presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere nella sede di Pescara della stessa Università. Ha frequentato la Scuola vaticana di biblioteconomia. Bibliotecario professionista. Docente di Metodologia presso l'ISSR "G. Toniolo" di Pescara e direttore della biblioteca "Carlo Maria Martini" dell'Arcidiocesi di Pescara - Penne.