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Shoah: “Per Pio XII era meglio tacere e soccorrere i perseguitati”

"Egli nutriva la convinzione - precisa l'arcivescovo Valentinetti -, come testimoniato più tardi da un suo antico collaboratore diplomatico a Monaco di Baviera (il padre gesuita padre Robert Leiber), che una protesta aperta e frontale – pur temuta dagli apparati nazisti – avrebbe avuto una catastrofica ripercussione sugli apparati ecclesiali e sugli stessi fedeli cristiani, cattolici e non cattolici"

Lo ha affermato ieri l’arcivescovo Valentinetti ricostruendo, con lo storico Stefano Trinchese, l’operato della Chiesa contro l’olocausto

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, espone lo studio su Pio XII
La scopertura della lapide all’esterno del Comune di Pescara

Ieri si è conclusa con la scopertura di una lapide commemorativa dei combattenti della Brigata ebraica e delle vittime della Shoah, sulla facciata esterna del Comune di Pescara, la Giornata della memoria 2020 alla quale l’amministrazione comunale ha dedicato una tre giorni, dal tema “Shoah. Le ragioni della memoria”. Una manifestazione terminata ieri con la scopertura della lapide da parte del sindaco Carlo Masci, con il presidente del Consiglio comunale Marcello Antonelli e la rappresentante dell’American Jewish Committee Lisa Billig.

Ciò al termine della conferenza dal titolo “Shoah: Dio, uomo e memoria”, ospitata in una sala consiliare gremita dagli studenti pescaresi. Ad aprire gli interventi, moderati dallo storico Marco Patricelli, è stato l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti il quale, con il prezioso contributo dell’ordinario di Storia contemporanea dell’Università D’Annunzio Stefano Trinchese, ha fatto luce su quale fosse stato l’impegno della Chiesa di Pio XII nel cercare di impedire l’olocausto.

Un impegno portato avanti sottotraccia, per evitare peggiori rappresaglie, e per questo messo in dubbio da studiosi e non solo, ma sul quale farà definitiva chiarezza la prossima apertura degli archivi segreti vaticani: «Bisogna partire – esordisce il presule – dalla disamina dell’immensa mole di documenti, pubblicati a più riprese dal 1965 al 1981 in undici imponenti tomi della Tipografia poliglotta vaticana, per inquadrare il tema della giornata. Occorre dire che quasi la totalità dei documenti presentati provenivano dalle relazioni inviate dai nunzi e dai delegati apostolici, vale a dire dal personale diplomatico della Santa sede negli anni della guerra mondiale, dal 1939 al 1945. I più informati erano i delegati pontifici dei Paesi direttamente coinvolti dalle persecuzioni dei lager, Andrea Cassullo dalla Romania, Giuseppe Marzoli dalla Bulgaria, Cesare Ossenigo dalla Germania, Angelo Rotta dall’Ungheria, Filippo Cortesi (presto esule anch’egli) dalla Polonia, Gustavo Testa dalla Palestina e infine una personalità cruciale per molti aspetti Angelo Roncalli dalla Turchia, crocevia di traffici politici e umanitari. Va fatta una premessa di metodo. Questa imponente mole di documenti, analitica e capillare, risulta in parte limitata agli occhi attenti degli studiosi da due fattori. Si tratta innanzitutto di una scelta di documenti, senza dubbio necessaria dato l’immenso numero degli scritti, ma pur sempre di una selezione la quale, se rispecchia l’insieme dell’immane improbo sforzo umanitario messo in atto, cela tuttavia vuoti anche significativi. La presenza di omissione in brani di documenti, non sempre dichiarata, rafforza l’idea della parziale incompletezza di questa indagine. Ma questo riguarda l’aspetto, seppur non trascurabile,  della critica filologica e storica. Adesso (con l’apertura dell’archivio segreto) questa lacuna, forse, sarà colmata. Quello che emerge è invece l’intento della Chiesa di Pio XII. In una parola la scelta operata da Pio XII, e dalla Segreteria di Stato vaticana, è stata quella di preferire in concreto l’operato oscuro e imponente degli sforzi umanitari, rispetto alla pretesa della denuncia dei crimini. Insomma, salvare quante più vite umane possibili fosse realmente in capacità delle persone, soprattutto delle strutture della Chiesa cattolica. Da quel momento in avanti, la critica storica e la stessa opinione pubblica si distinsero in due campi contrapposti. Da una parte i denunciatori, di quelli che da allora vennero definiti i silenzi di Pio XII e della Chiesa, e i sostenitori dell’unica via probabilmente percorribile, quella del silenzioso, ma operoso tentativo di soccorrere i perseguitati dalle orde naziste. Da una parte, dunque, quanti accusavano e ancora accusano la Santa sede di aver taciuto davanti al mare assoluto e di aver addirittura abbandonato a se stessi i milioni di deportati e i già internati nei lager di Auschwitz, Treblinka, Buchenwald e Dachau, e dall’altra quanti rivelavano al mondo – allora attonito di fronte a quella carneficina – le centinaia di migliaia, forse anche milioni (il numero non risulta quantificabile) di persone riuscite a salvare dalla deportazione. Nel maggio 1940 Pio XII diceva all’allora ambasciatore presso la Santa Sede Dino Alfieri “Gli italiani conoscono le cose orribili che stanno avvenendo in Polonia. Noi dovremmo dire delle parole di fuoco contro simili cose, ma ci ritiene il fatto che se noi parlassimo renderemmo ancor più dura la situazione di questi infelici”. Una dichiarazione apparentemente in calcio d’angolo, ma basata sugli avvertimenti delle gerarchie ecclesiastiche polacche, secondo le quali ad ogni trasmissione della Radio Vaticana che alludeva anche, seppur indirettamente, ai crimini nazisti seguivano rappresaglie contro la popolazione in Olanda. Le critiche espresse pubblicamente da monsignor Johannes de Jong, primate della Chiesa olandese, sulle deportazioni degli ebrei spinsero i nazisti a prelevare nei conventi anche i cristiani battezzati di origine ebraica i quali, in un primo momento, avevano ricevuto rassicurazioni che non sarebbero stati toccati. Pio XII avrebbe confidato ad un personaggio per molti versi controverso e oscuro come suor Pascalina, la sua fedelissima assistente, “È preferibile tacere in pubblico e agire in silenzio, facendo tutto ciò che è possibile fare in favore di queste povere persone”. In queste due frasi, si può forse leggere tutta la strategia del Vaticano nei confronti del nazismo e si risponde, probabilmente, anche all’inusitata questione che ancora oggi scuote gli animi. Il Papa doveva condannare pubblicamente gli eccessi nazisti o tacere per meglio intervenire in soccorso dei perseguitati? E come si potevano soccorrere concretamente e, soprattutto, fattivamente nell’urgenza drammatica dell’ora e con i mezzi limitati del tutto precari, disponibili agli ebrei deportati? Una questione chiave che fino alla metà degli anni ’60 (a vent’anni dalla conclusione della seconda guerra mondiale) aveva accompagnato, e per molti versi rassicurato, le coscienze dei cattolici e l’assillo di studiosi e testimoni. Ma il Papa e la Santa Sede sapevano veramente cosa stava succedendo? E l’opinione a lungo divulgata era quella che non si fosse del tutto e compiutamente a conoscenza, salvo diretti e tutto sommato isolati testimoni, delle atrocità messe in atto nei lager. In realtà il Papa sapeva attraverso le relazioni dei suoi delegati diplomatici, ai quali pervenivano quotidianamente decine, talvolta centinaia, di informazioni da parte di vescovi, sacerdoti, suore, laici e personale non cattolico. Il Papa era puntualmente informato dalle denunce dei vescovi e dei nunzi dei territori occupati, ad esempio dall’arcivescovo di Cracovia, mentre un ruolo di speciale rilievo ebbe l’allora il delegato apostolico in Turchia monsignor Angeli Roncalli. Quest’ultimo era riuscito a salvare da solo centinaia e centinaia di ebrei, tra l’altro riuscendo a dirottare in un porto della neutrale Turchia una nave carica bulgara carica di deportati destinati ai campi e fermando un treno diretto in Germania carico di deportati, anche grazie ai buoni uffici dell’ambasciatore del Reich ad Ankara, il cattolico Franz von Papen. Certo, le informazioni non filtravano dall’interno dei lager, nei quali non mancò la benefica presenza di tanti sacerdoti e uomini di Dio, impegnati ad alleviare sofferenze e a consolare gli afflitti. Basti pensare a San Massimiliano Kolbe, al Beato Tito Brandsma, alla Beata Edith Stein, a suor Teresia Renata e quant’altri. Ma tutto intorno ferveva e pullulava una moltitudine di uomini e donne di buona volontà attivi nel soccorrere i deportati, nell’informare, nel redimere. Attraverso questo reticolo spontaneo e inarrestabile, si rinnovava il miracolo de buon samaritano. Se possiamo sommariamente calcolare il numero di vittime della Shoah in 6 milioni, non risulta assolutamente quantificabile il numero rilevante di centinaia di migliaia o forse anche di milioni di perseguitati che vennero sottratti ad una morte orribile, grazie al capillare e silenzioso intervento di parroci, frati, vescovi, privati cittadini e istituti cattolici che, con silente e sostanziale approvazione del Vaticano, nascosero, ricoverarono, fecero fuggire, dotarono di salvifici certificati battesimali e documenti falsi (molti dei quali avviati segretamente in Vaticano grazie al silenzioso, ma preziosissimo impegno dell’allora sostituto alla Segreteria di Stato monsignor Montini), gli ebrei strappati alla persecuzione».

La sala consiliare del Comune di Pescara gremita

E anche la Chiesa abruzzese, all’epoca, era dotata di uomini valorosi che si impegnarono contro l’olocausto: «Persone – sottolinea l’arcivescovo Valentinetti – che ebbero l’onore di essere annoverati “giusti fra le genti”. Don Gaetano Tantalo, per dirne uno, ma anche l’allora vescovo di Sulmona e l’arcivescovo Venturi di Chieti che cercarono, con tutti i mezzi, di salvare più ebrei possibile. Concludendo questo mio intervento, posso dire che i documenti che verranno pubblicati e verranno studiati ancor più approfonditamente, potranno rendere una visione storicamente veritiera di quanto è successo in quei terribili anni. La scelta di Pio XII fu, dunque, piuttosto quella di tentare di circoscrivere, di risolvere il conflitto, di evitare l’ingresso in guerra dei Paesi neutrali (tra i quali la stessa Italia fino a 1940), di denunciare le invasioni senza dichiarazioni di guerra e senza motivo dei Paesi neutrali, di soccorrere infine in tutte le maniere potenzialmente consentite e senza distinzione alcuna di appartenenza religiosa, tutti i perseguitati nelle deportazioni e, ove ancora possibile, quanti erano stati destinati ai lager. Di più realisticamente, forse, anzi, senz’altro, non era possibile fare. Era meglio tacere, questa la mente del Papa, e soccorrere nel concreto gli ebrei e i non ebrei perseguitati. Ricorderemo che Eugenio Pacelli (divenuto poi Pio XII) era stato lungamente impegnato in Germania e in Baviera in qualità di nunzio apostolico e possedeva una forte e ravvicinata conoscenza del mondo tedesco e della macchina organizzativa nazionalsocialista. Egli nutriva la convinzione, come testimoniato più tardi da un suo antico collaboratore diplomatico a Monaco di Baviera (il padre gesuita padre Robert Leiber), che una protesta aperta e frontale – pur temuta dagli apparati nazisti – avrebbe avuto una catastrofica ripercussione sugli apparati ecclesiali e sugli stessi fedeli cristiani, cattolici e non cattolici. Per una possibile e del tutto provvisoria conclusione, valgano le considerazioni di un grande studioso del mondo cattolico, il triestino Giovanni Miccoli. Quest’ultimo pur interrogandosi e propendendo sull’opportunità per il Pontefice di pronunciare urbi et orbi, dall’alto del soglio di Pietro, parole di aperta condanna dell’olocausto, intravedendo nella scelta del silenzio perfino il retaggio di un’antica e quasi atavica prevenzione antigiudaica da parte della Chiesa romana, però concludeva “Non dover competere alla ricerca storica di stabilire o discutere cosa si doveva fare o cosa si poteva fare, ma di illustrare e cercare di capire cosa effettivamente fatto e, soprattutto, perché lo si era fatto».

Lisa Billig, American Jewish Committee

E gli ebrei, a 75 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla liberazione dei campi di sterminio, si chiedono ancora il perché della loro persecuzione: «Siamo stati accusati di tutto e del suo contrario – osserva Lisa Billig –, di troppa ricchezza, di troppa povertà, di aver ucciso Gesù, di essere capitalisti e aperti al mondo intero, ma anche di essere esclusivi, invisibili e pericolosi. Siamo una specie di capro espiatorio per i fallimenti di governi, autorità, religioni e non solo. Ma chiedersi il perché fa parte della nostra cultura ebraica, non accettando mai una soluzione autoritaria senza domandarsi il motivo. Avere dubbi è una virtù e questo è un vaccino contro il totalitarismo».

A margine dell’evento, il prefetto di Pescara Gerardina Basilicata ha conferito la medaglia d’onore ai familiari di tre deportati nei lager nazisti: Vincenzo Carletti, Sante Di Cecco e Mario Fusco.

About Davide De Amicis (3086 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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