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“Aprire le porte a Cristo” in tempo di Covid -19

L'editoriale di padre Bruno Moriconi, docente di spiritualità, su come vivere la fede in questo tempo di chiese chiuse a porte aperte

L’editoriale di padre Bruno Moriconi, docente di spiritualità, su come vivere la fede in questo tempo di chiese chiuse a porte aperte

di Bruno Moriconi, ocd

«Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!», gridò con forza Giovanni Paolo II poco dopo l’inizio del suo ministero da Papa, quarantadue anni fa. «Non abbiate paura!», disse, «Aprite le porte, anzi, spalancate le porte a Cristo!» . 

Parole opportune per questo momento di triste incertezza, quando, per alcuni ecclesiastici e fedeli, il problema sembra essere la chiusura delle chiese.  Chiudere le porte delle chiese significa ammettere che la Chiesa ha fallito, vanno dicendo, dimenticando che non è la Chiesa che deve vincere, ma Cristo che vince proprio quando perde. È il nostro annuncio di sempre e l’unica affermazione che distingue la fede cristiana da tutte le altre fedi, dove pensare che Dio si lasci mettere a morte per dare la vita, come è accaduto a Cristo, non solo è assurdo, ma blasfemo. 

Eppure, è questa la buona notizia! E, se non si dice che le norme date dal governo di non uscire neppure per una passeggiata (se non giustificati da un Pass), non sono valide, non si può dire che le chiese devono rimanere aperte perché chi vuole ci vada quando gli pare. Dio – se vogliamo pretendere di aver capito il Vangelo – non ha bisogno dei templi, perché – dentro o fuori da essi – c’è preghiera solo se è fatta “in Spirito e Verità”, come dice Gesù alla Samaritana, proprio nel Vangelo di oggi. 

Questo bisogna insegnare alla gente stando vicino ad ogni persona, cristiana o atea che sia. Durante la tempesta, Cristo è con noi sulla barca, dovunque e comunque. È con noi, se il virus non ci coglie, ma anche se ci dovesse toccare. Il Signore può fare anche dei miracoli, e chi ha la fede innocente e schietta del bambino potrebbe perfino ottenerli, come è sempre accaduto. Ma la vita corrente dell’umanità è e resterà soggetta alle leggi della natura. Chiesa in uscita, in questo momento, non vuol dire andare a predicare nelle periferie più lontane o incontro a qualsiasi persona, ma restare a casa come la gente, in obbedienza agli ordini delle autorità, è costretta a fare per il bene di tutti. 

Potrebbe voler perfino dire che – in questo grave momento – anche le monache, per solidarietà con tutti i loro fratelli cristiani e non, rinunciassero anch’esse ad avere l’eucarestia. Non solo perché il cappellano potrebbe portare anche a loro il virus raccolto per le strade (cosa da non sottovalutare), ma per testimoniare, proprio loro che vivono solo di Cristo, che il Signore resta accanto a tutti al di là dei riti e perfino dell’eucarestia. Assicurare la preghiera per tutti, ma risplendere anche di questa povertà condivisa potrebbe essere una bella presenza silenziosa. Alla luce dei condizionamenti attuali, infatti, è il momento di ripensare che il Sabato è per l’uomo e non viceversa.

Quanti santi cristiani del passato, vivevano il Vangelo, pur accostandosi all’Eucarestia solo raramente! Ma, obiettano gli intransigenti, perché andare agli Alimentari e in chiesa no? La risposta è semplice. Se non si mangia si muore, mentre la mancanza dell’eucarestia, benché per molti una privazione spirituale molto dura, non pregiudica neppure la vita spirituale, quando sono le circostanze a impedirla, se vissuta ugualmente come desiderio. Perché, altrimenti, i buoni pastori, consolerebbero i divorziati a cui devono continuare a negarla anche quando il loro stato è chiaramente irreversibile, dicendo loro che possono accedere al Signore attraverso la comunione spirituale?  

Aperte sì, si potrebbero tenere anche le chiese, in modo che, se qualcuno lo desidera, mentre passa per andare a fare la spesa, può fare anche una breve visita, ma esortare a uscire di casa solo per questo non sarebbe giusto, perché andrebbe contro le norme di prudenza ormai necessarie in molte nazioni. Poi, ed ecco una attuale “Chiesa in uscita”, attraverso i vari mezzi di comunicazione, come molti pastori hanno cominciato a fare, continuare a ripetere che il Signore è vicino a tutti ed è la nostra vera speranza. Usare quei mezzi per ricordare che è soprattutto a casa che si deve scoprire la presenza del Signore, e che, fra i vari modi di trascorrere questo tempo in famiglia, c’è anche quello di pregare un po’ insieme. Se i pastori agiranno così, con questo rispetto dell’uomo e delle cose di Dio, forse anche molti di più ritorneranno in chiesa, finito il pericolo. L’eroismo, infatti, non sta nel celebrare comodamente dal “proprio” altare, come spocchiosamente ha preteso di dire qualche prete. 

Ammirevole è il desiderio di potersi inginocchiare davanti al Tabernacolo a cercare conforto, ma in questo momento di emergenza, bisogna pensare a proteggersi e a proteggere gli altri da qualsiasi occasione di contagio. Chiesa vicina vuol dire farsi sentire accanto allo smarrimento della gente e cercare, da smarriti, di tenere viva la coscienza che, “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”, come si promettono vicendevolmente gli sposi, il Signore è sempre con noi e, se la morte prende qualcuno, come sta accadendo e può essere sempre più frequente che accada, ci prende con Sé nella casa del Padre. Perché, da Lui, neppure la morte ci separa. 

Anzi!

About Simone Chiappetta (494 Articles)
Direttore responsabile del notiziario online "Laporzione.it" e responsabile dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne. Laureato in Scienze della Comunicazione sociale e specializzato in Giornalismo ed Editoria continua la ricerca nell'ambito delle comunicazioni sociali. Ha collaborato con quotidiani di cronaca locale e ha coordinato negli ultimi anni la pagina diocesana di Avvenire.
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