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Morire al tempo del Coronavirus

La riflessione di un prete, di un uomo, e la difficoltà di non poter celebrare il passaggio dalla vita alla morte

di Cristiano Marcucci

Tra le tante fatiche che siamo chiamati ad affrontare in questo tempo del coronavirus, vi è quella di non poter celebrare il passaggio dalla vita alla morte. Chi muore in questo momento, muore da solo, senza un funerale. Atto finale che a tutti, fino ad oggi, era dovuto. 

La morte è l’ultimo dei tanti varchi che l’uomo è chiamato a vivere nella sua vita; è un ciclo continuo costituita da passaggi esterni, cronologici: nascita, adolescenza, adultità… A questi dovrebbero corrisponderne altri interiori che esprimono i processi di crescita spirituale di ogni uomo.

Se non c’è corrispondenza tra i movimenti cronologici e quelli interiori non vi è evoluzione, ogni passaggio quindi deve essere fatto nel tempo e nel modo giusto.

La Pasqua, per noi cristiani, e non solo, è il paradigma di tutti i passaggi che si esplicitano simbolicamente attraverso delle fasi: il giovedì santo è il tempo dell’abbandono, della solitudine, dell’addio (ultima cena); il venerdì santo dell’entrare in quella sofferenza (croce). Il sabato santo chiede di abitare il vuoto, l’assenza, è il tempo del “grande silenzio”.

La Pasqua di resurrezione – che non è qualcosa di automatico e magico – richiede tempo e, infatti, avviene il “terzo giorno”. Porta con sé rinascita, nuove possibilità e consapevolezze. Fa sperimentare che, anche in una situazione di morte, può esserci vita. 

Segue, poi, un altro periodo lungo, fino a Pentecoste, espressione di fecondità, di vita piena.

Da sempre, i grandi maestri spirituali insegnano che imparare a cogliere e ad accogliere i passaggi significa vivere in pienezza. Può diventare un’occasione per far emergere nuovi aspetti di sé e scoprire le proprie risorse spirituali. La morte, pertanto, è la sintesi di tutti i passaggi della vita.

È, dunque, un evento fondamentale sia per il defunto che per le persone care che sempre rivestono un ruolo importantissimo: sono vicarie e attivano dentro loro stesse il processo di morte del proprio caro. Quando un familiare si prepara al distacco e fa suo il processo di morte della persona cara, la agevola nel compiere il suo passaggio finale.

In questo modo si prepara alla dipartita e accompagna il morente nella sua nuova dimensione. Si tratta di creare un campo di amore: preghiera, intimità, accoglienza, presenza, gratitudine, luce che continua anche dopo la morte.

Vanno in questa direzione la confessione, l’estrema unzione, la veglia al defunto e il rito funebre. Vogliono creare le condizioni affinché il morente possa staccarsi nel migliore dei modi. Per questo, i passaggi decisivi della vita sono da sempre, in tutte le culture, celebrati: la nascita, il primo mestruo, la maggiore età, i matrimoni, gli anniversari.

È importante esplicitarli, riconoscerli e onorarli, anche in una dimensione pubblica.

Non poter celebrare questo momento decisivo significa vivere una mancanza nella mancanza, un baratro. La solitudine e l’isolamento del defunto e dei suoi cari rallentano anziché facilitare questo processo. Ogni lutto non elaborato crea un blocco.

Oggi, più che mai, noi sacerdoti sperimentiamo nella benedizione della salma una situazione davvero triste, la definirei terribile. Di estrema solitudine. 

Non hanno modo di immergersi nel flusso delle relazioni, attraverso le quali cogliere l’essenza di quella vita. I familiari, dal canto loro, nel chiuso delle loro case, non hanno la possibilità di vivere la sofferenza in una dimensione comunitaria, celebrativa, consolatoria e facilitante del processo.

Cosa fare?

Innanzitutto esserne consapevoli, perché spesso viviamo situazioni faticose senza rendercene pienamente conto. 

Anche in questa situazione di emergenza, è, comunque, utile celebrare un personale rituale per salutare i nostri cari: il silenzio; l’accompagnamento con la mente ed il cuore; il conforto a distanza, e la vicinanza spirituale con i membri della famiglia; i ricordi amorevoli; la preghiera; una candela accesa; un oggetto simbolico, una foto della persona cara. 

Il tempo del coronavirus è un tempo di fatica e di mancanze che, se abitate, svelano il sacro e possono trasformare dei gesti ripetuti e inconsapevoli in potenti rituali. Accogliere la fragilità nella consapevolezza e nell’amore permette di cogliere un’altra bellezza, quella di una vita piena, capace di superare la morte.

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