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Covid-19: “Leggere, scrivere, sorridere ed essere altruisti per evitare l’ansia”

"Spero - auspica Santilli - che la famiglia si fondi nuovamente su valori semplici e di ricerca dell’umanità. Spero che ci sia un’umanità e una coesione maggiore. D’altronde, psicologicamente ed esistenzialmente, il valore più grande della pandemia è la condivisione"

I consigli del professor Marco Santilli, psicopatologo e pedagogista, facendo un primo bilancio del lockdown

Con il lockdown, seguito all’esplosione della pandemia di Coronavirus Covid-19, le famiglie sono state l’unico antidoto all’isolamento domestico a cui tutti si sono dovuti attenere. E proprio il nucleo familiare, condividendo i vari momenti di gioia, noia, stress e dolore, è uscito da questa esperienza più consapevole dopo aver sviluppato una notevole resilienza. Ma questo periodo caratterizzato dal distanziamento fisico e sociale, che solo i social e le videochiamate sono riusciti a limitare, ha lasciato dei segni profondi sia negli adulti che nei più giovani. Di questi fenomeni e delle “armi” che abbiamo per combatterli, La Porzione.it ne ha parlato con il professor Marco Santilli: dottore in Psicopatologia delle relazioni e dell’apprendimento e psicologia scolastica, pedagogista clinico per i bisogni educativi speciali, già Professore presso l’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara in “Processi comunicativi e culturali” e presidente del Centro specialistico nazionale “La nuova parola”, che si occupa di disturbi delle relazioni, iperattività, linguaggio e apprendimento. Da 25 anni svolge corsi di formazione e clinica presso scuole pubbliche e private, in Italia e in Europa, ed è autore di pubblicazioni nazionali ed internazionali.

Professore, come lei scrive, il lockdown ci ha costretti in casa facendo in modo che dessimo sfogo alla nostra capacità creativa della condivisione e della resilienza. Un cambiamento radicale in famiglie che, fino a due mesi fa, si riunivano a malapena durante il pasto serale e magari con smartphone e televisori accesi ad impedire il dialogo: ora che ci avviamo verso la ripartenza, come se la sono cavata le nostre famiglie?

«La famiglia è stato il baluardo, la resistenza al Covid. La famiglia ha certamente subito un ingresso di rituali nuovi, l’ingresso di abitudini mai provate in quest’epoca ultima, ma ha tenuto e resistito subendo una serie di contraccolpi. La famiglia è aperta ed è in continua mutazione e proprio questa capacità di essere mutante e resistente, ha fatto sì che questo momento critico e claustrale, fosse recepito e assorbito attraverso i suoi anticorpi. Quali sono questi anticorpi? Sono l’essere insieme, il condividere insieme emozioni e soprattutto, gli ultimi studi dicono che per molti bambini (che hanno subito chiaramente la scuola online, la quale ha avuto un impatto devastante sulla loro capacità di relazionarsi), con la presenza dei genitori in casa, la famiglia ha avuto la capacità di trovare nuove emozioni al suo interno che appartengono alle emozioni primarie. Cioè la relazione su cose semplici, la condivisione di gesti e riti quotidiani che non esistevano e che sono diventati i nuovi gesti, i nuovi riti. Sappiamo che, secondo le neuroscienze e le psicopatologie, i riti nuovi abbassano molto l’ansia e io consiglio alle famiglie di avere una certa consuetudine anche in questi momenti fragili, nel rispetto degli orari, di avere momenti che siano adeguati ad un concetto di rito che crei un’identità nuova. La famiglia ha risposto secondo le sue caratteristiche, è una comunità aperta ed è in grado di modellarsi in funzione di ciò che accade».

Nel rapporto con i figli, lei consiglia di alternare il dialogo al rispetto dei loro momenti di silenzio, ma sottolinea anche quanto i ragazzi, a cui normalmente le famiglie precludono l’esperienza della sofferenza, abbiano vissuto, forse, per la prima volta un’esperienza dolorosa come quella dell’isolamento sociale. Quali rischi corrono e come approcciare al meglio le loro difficoltà?

Prof. Marco Santilli, psicopatologo e pedagogista

«L’isolamento sociale è un dolore emotivo molto forte, pari o superiore ad un dolore fisico. Noi esseri umani siamo animali sociali, noi siamo vitali e psicologicamente in equilibrio attraverso le relazioni. È evidente che un isolamento forzato, un lockdown, crea delle sensazioni di ansia, di stress molto violente, soprattutto nei giovani che vivono di relazioni e di ricerca dell’autonomia anche rispetto alla famiglia per creare, nella fase dell’adolescenza, una propria e personale identità. È evidente che questo momento è stato piuttosto complesso, che cosa fare? Sicuramente avere uno stile gentile, assaporare i sentimenti dei ragazzi, sentirne la portata. Noi dobbiamo capire che il dolore emotivo, cioè l’emozione negativa, è quella che ci guida nella vita; mentre l’emozione positiva è quella che ci consente di vivere meglio, però è primaria l’emozione negativa. Quindi è naturale che oggi i ragazzi abbiano emozioni negative, stressanti o demoralizzanti. Quelli che conta è avere un grande dialogo, una capacità di ascolto senza alterare mai la voce, cercando di capire empaticamente le emozioni del figlio. Molti si chiudono in camera, molti tendono ad interagire solo tra i compagni, attraverso i social. Ma anche quest’ultimo, in qualche modo, oggi è diventato l’unico strumento virtuale, e al contempo reale, di aiuto alle relazioni e bisogna consentire ai ragazzi di avere queste evasioni, le quali consentono di avere delle relazioni. Ma molto importante è avere questi riti continui: il pranzo e la cena insieme, la condivisione di un gioco, avere una vita di comunità all’interno della famiglia. E devo dire che, dalle segnalazioni che ho, ci sono certamente delle zone critiche, ma anche positive e di crescita. La resilienza che hanno mostrato i giovani oggi, in futuro sarà per loro una grande prova di crescita e di maturità. Comunque, i genitori oggi devono avere molto ascolto e molta pazienza. Anche in casa una carezza, l’attesa, il senso del rispetto delle emozioni dei ragazzi. È vero che spesso vorremmo altrettanto, però ricordiamoci che siamo sempre noi – con il nostro comportamento – la strada da seguire e non il contrario».

Come potranno cambiare le nostre famiglie dopo queste piccole e grandi difficoltà esistenziali, incontrate in questi giorni di isolamento domestico?

«Non tutte le famiglie hanno un equilibrio. Quelle che hanno sofferto molto, sono state sicuramente quelle che avevano già una conflittualità interna o anche famiglie con grandi problemi di lavoro. Queste famiglie oggi stanno subendo un forte stress, lo vedremo in futuro perché la scienza psicologica sta studiando ora il fenomeno Covid, ma mi auguro che la famiglia sappia conservare alcuni valori che, in questi momenti, sono venuti fuori e sono quelli del contatto e della ricerca con le cose più semplici, anche spesso ritrovare alcuni amici che non si ascoltavano più e si ha voglia di risentire, oppure dare rilievo a ciò che manca. Adesso, ad esempio, inizia a mancare il contatto con il nonno, il contatto con l’amico, una semplice passeggiata, una semplice pizza con un amico. Tutto questo, che prima sembrava quasi appartenere ad un mondo noioso, di routine, scopriamo che ha un valore enorme. Quindi, spero che la famiglia si fondi nuovamente su valori semplici e di ricerca dell’umanità. Spero che ci sia un’umanità e una coesione maggiore. D’altronde, psicologicamente ed esistenzialmente, il valore più grande della pandemia è la condivisione. Tutti abbiamo condiviso insieme una lotta, un approccio emotivo, un’unione umana che credo rimarrà profondamente nella mente delle famiglie e delle persone».

Professore lei afferma che le famiglie le quali hanno subito un forte stress, possono divenire maggiormente sensibili a stress futuri. Considerando che gli episodi di violenza domestica e di genere, nelle case italiane, non si sono fermati neanche durante il lockdown, verso quale scenario andiamo in contro?

«Questo è un discorso profondo e serio. Gli episodi di violenza non si sono mai fermati, ma era inevitabile perché lo star costretti insieme in situazioni di difficoltà relazionale, di crisi coniugale o familiare, ha chiaramente fatto esplodere in sempre più forte le conflittualità stesse. Lo scenario a cui andiamo incontro, da parte di noi specialisti, sarà quello di dare un aiuto molto forte rispetto a queste famiglie, a queste persone, a questi ragazzi. Lo scenario sarà quello di avere cura, anche sociale, di queste famiglie, ancor più di quello che è stato prima. Ovviamente, all’interno di questi mondi conflittuali in lockdown, ci sono state occasioni di rinascita, anche di scoperte di essere diversi. Ma se non ci sono state, occorre che lo Stato e tutti coloro che si occupano di ciò, siano pronti a ricevere queste persone e a fare il proprio lavoro».

Lei indica piaceri come leggere, scrivere, parlare, ma anche di azioni come quelle di essere altruisti per allontanare ansia e depressione, ridefinendo le proprie priorità. Che da questa pandemia, nonostante la sua drammaticità in termini di sofferenza e morte, potremmo uscirne tutti più rinforzati, ma soprattutto più umani?

«Sicuramente. Io parlo di lettura, scrittura e gioco, perché ciò che è emozione è ciò che ci farà vivere in futuro. La vera forza per combattere questa pandemia e questa nuova società che verrà, per migliorarla, è la condivisione delle emozioni in modo più profondo e meno superficiale di quello che è stato finora. Anche la relazione umana con l’altro, dev’essere più forte e dev’essere più cercata, non dovranno esserci momenti di superficialità. La lettura è aprirsi a un sogno, a nuovi mondi, aprire la mente ad uscire fuori di casa anche se il corpo è in casa. La lettura, che i giovani devono recuperare, penso sia veramente il vero farmaco mentale, psichico, perché ci consente di agganciare la nostra mente a un mondo di creatività e fantasia, che oggi è veramente molto, molto importante. Ma volevo anche sottolineare il sorriso, che è l’unica condizione umana a non essere cresciuta nel corso dei tempi. In quest’epoca, invece, è l’unica condizione umana o fenomeno psichico ad essere cresciuto. Questo è molto rilevante, perché se si sorridesse di più la capacità di apprendere emozioni, di condividere emozioni, di tenere in equilibrio mente e corpo, sarebbero nettamente migliorate e migliorabili. Questo dev’essere il futuro. Anche quando ci incontriamo con le mascherine, ci vediamo da lontano un metro e lanciamo un sorriso non potendoci toccare, scopriamo la potenza devastante di un sorriso con gli occhi, che veramente spero torni ad essere un elemento straordinario per curare le ferite che sono inevitabili. Saranno grandi, grandissime, ma la fiducia nell’uomo è più grande di queste ferite. Ed è importante anche praticare l’altruismo, perché esso genera condivisione e abbassa molto l’ansia e lo stress. Si diventa partecipi di un momento vitale, la vita non sfugge si diventa partecipi alla vita attraverso l’aiuto all’altro, ed è un aiuto anche a se stessi. Sono valori fondamentali che, incredibilmente, in questo lockdown sono venuti fuori. Tutto sommato la sfida sarà che i valori primari, più forti, siano appunto più alti di quelli che saranno i fenomeni di crisi, stress e demoralizzazione o depressione. Ma io ritengo che ogni cambiamento abbia in sé la forza di innescare una crescita umana e sociale dell’uomo».

About Davide De Amicis (3203 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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