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Covid-19, Istat: “Potrebbero nascere meno di 400 mila bambini nel 2021”

"Il sistema Italia – conclude l’Istat - soffre di alcune criticità strutturali legate all’ambiente, all’istruzione e alla permanente bassa fecondità: problemi annosi ma urgenti, sui quali il dibattito riguardante specifici aspetti della crisi ha riportato l’attenzione. Si tratta di questioni che meritano azioni e investimenti – sia pubblici sia privati – che a loro volta possono costituire una leva essenziale per la ripartenza"

Emerge dal Rapporto annuale 2020 presentato oggi a Roma

«A metà 2020 il quadro economico e sociale italiano si presenta eccezionalmente complesso e incerto. Al rallentamento congiunturale del 2019 si è sovrapposto l’impatto della crisi sanitaria e, nel primo trimestre, il Pil ha segnato un crollo congiunturale del 5,3%; i segnali più recenti includono: inflazione negativa, calo degli occupati, marcata diminuzione della forza lavoro e caduta del tasso di attività, una prima risalita dei climi di fiducia». È l’analisi pubblicata oggi dal Rapporto annuale Istat 2020, presentato oggi a Roma, a Montecitorio: «Le previsioni Istat – si legge – stimano per il 2020 un forte calo dell’attività economica, solo in parte recuperato l’anno successivo. Nel 2019 è proseguito il riequilibrio dei saldi di finanza pubblica, ma le azioni di bilancio volte a contrastare la crisi avranno un impatto rilevantissimo sulla finanza pubblica».

Una rilevazione specifica dell’istituto di statistica nelle imprese ha mostrato che «i fattori di fragilità sono molto diffusi ed è cruciale la questione del reperimento della liquidità, seppure emergano elementi di reazione positiva. Il segno distintivo del Paese nella fase del lockdown è stato di forte coesione. Questa si è manifestata nell’alta fiducia che i cittadini hanno espresso nei confronti delle istituzioni impegnate nel contenimento dell’epidemia e in un elevato senso civico verso le indicazioni sui comportamenti da adottare». E malgrado l’obbligo di restare a casa, «emerge l’immagine di una quotidianità ricca ed eterogenea, in cui la famiglia ha rappresentato un rifugio sicuro per molti, ma non per tutti. Le restrizioni non hanno impedito alle persone di dedicarsi alle relazioni sociali, alla lettura, all’attività fisica e ai tanti hobbies, consentendo di cogliere anche le opportunità che la maggiore disponibilità di tempo ha offerto alla gran parte della popolazione».

L’Italia è stato uno dei Paesi più “precocemente e intensamente” colpiti dalla pandemia di Coronavirus Covid-19: «I contagi registrati – precisa il rapporto – sono stati quasi 240 mila e hanno causato poco meno di 35 mila decessi. Le regioni del Sud e delle Isole sono state meno coinvolte di quelle del Centro e del Nord. L’impatto dell’epidemia sulla mortalità è stato significativo nel periodo di marzo e aprile. L’epidemia ha colpito maggiormente le persone più vulnerabili, acuendo al contempo le significative disuguaglianze che affliggono il nostro Paese, come testimoniano i differenziali sociali riscontrabili nell’eccesso di mortalità causato dal Covid-19. Sono infatti le persone con titolo di studio più basso a sperimentare livelli di mortalità più elevati. In realtà, l’emergenza sanitaria interviene a valle di un lungo periodo in cui il Servizio sanitario nazionale è stato interessato da un forte ridimensionamento delle risorse. Nonostante ciò è riuscito a reggere, pur con difficoltà, l’impatto dell’emergenza sanitaria. Negli ospedali “si è riscontrata la diminuzione dei ricoveri per malattie ischemiche di cuore e per malattie cerebrovascolari. Ma nello stesso tempo, il sistema ha mantenuto inalterata la capacità di trattamento tempestivo e appropriato di queste patologie una volta ospedalizzate».

Il rapporto annuale Istat 2020

Come già accennato, dunque, la pandemia si è inserita in una situazione sociale già caratterizzata dal notevoli disuguaglianze: «La classe sociale di origine – approfondisce il rapporto Istat – influisce ancora in misura rilevante sulle opportunità degli individui, nonostante il livello di ereditarietà si sia progressivamente ridotto. Per la generazione più giovane però è anche diminuita la probabilità di ascesa sociale». Ma le disuguaglianze colpiscono anche altri ambiti: «La fotografia al 2019 – precisa l’analisi – indica crescita di diseguaglianze territoriali, generazionali e per titolo di studio rispetto al 2008, quelle di genere sono diminuite in termini di quantità di occupati, ma aumentate sotto il profilo della qualità del lavoro. L’elevato tasso di irregolarità dell’occupazione – più alto tra le donne, nel Mezzogiorno, tra i lavoratori molto giovani e tra quelli più anziani – nella crisi è fonte di fragilità aggiuntiva per le famiglie. Rischi di amplificazione delle diseguaglianze a svantaggio delle donne sono associati alla precarietà, al part time involontario e alla conciliazione dei tempi di vita, resa più difficile dalla chiusura delle scuole e dalla contemporanea impossibilità di affidarsi alla rete familiare».

E poi ci sono le disuguaglianze tra bambini: «Crescono per il digital divide – motiva l’Istat -, la mancanza di attrezzature informatiche e l’affollamento abitativo. Crescono anche per la carenza strutturale dei nidi, in particolare nel Mezzogiorno». Il bilancio è poi a luci e ombre per quanto riguarda lo smart working, in un Paese dall’organizzazione del lavoro ancora rigida: «L’esperimento bruscamente accelerato dall’emergenza sanitaria – osserva il rapporto -, ha messo in evidenza le potenzialità di questo strumento, al netto delle criticità legate all’ampio divario digitale che caratterizza il Paese e alle cautele legate agli squilibri tra lavoro e spazi privati».

In tutto questo l’Italia è anche un Paese a permanente bassa fecondità: «Il numero medio di figli per donna per generazione – conferma lo studio – continua a decrescere dai primi decenni del secolo scorso. Si va dai 2,5 figli delle donne nate nei primissimi anni ’20 fino a raggiungere il livello stimato di 1,43 per la coorte del 1978. Il persistente calo della natalità, si ripercuote soprattutto sui primi figli che si riducono a 204.883 nel 2018, 79 mila in meno rispetto a dieci anni prima. Il calo dei nati è in larga parte dovuto agli effetti “strutturali” indotti dalla significativa modificazione della popolazione femminile in età feconda. L’effetto strutturale incide per il 67% sulla differenza di nascite osservata nel periodo. La restante quota dipende invece dalla diminuzione della fecondità da 1,45 figli per donna a 1,29».

E, secondo il Rapporto, la natalità potrebbe ulteriormente crollare a seguito dell’emergenza sanitaria Covid: «Recenti simulazioni, che tengono conto del clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto – riporta l’Istat –, mettono in luce un suo primo effetto nell’immediato futuro; un calo che dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10 mila nati, ripartiti per un terzo nel 2020 e per due terzi nel 2021. La prospettiva peggiora ulteriormente se agli effetti indotti dai fattori di incertezza e paura, si aggiungono quelli derivanti dallo shock sull’occupazione. I nati scenderebbero a circa 426 mila nel bilancio finale del corrente anno, per poi ridursi a 396 mila, nel caso più sfavorevole, in quello del 2021. Ma il numero di figli effettivo che le persone riescono ad avere, non riflette il diffuso desiderio di maternità e paternità presente nel nostro Paese. Sono solo 500 mila gli individui tra i 18 e i 49 anni che affermano di non avere la maternità/paternità nel proprio progetto di vita. A fronte di una fecondità reale in costante calo dal 2010 che riporta l’Italia agli stessi livelli di 15 anni fa, resta fermo a due il numero di figli desiderato, evidenziando uno scarto tra quanto si desidera e quanto si riesce a realizzare».

Il modello di fecondità ideale è “omogeneo” a livello territoriale: «Ben il 46,0% delle persone desidera avere due figli – rileva il rapporto -, il 21,9% tre o più. Solo il 5,5% ne desidera uno mentre un quarto è indeciso sul numero. Il desiderio di avere figli è elevato anche dopo i 40 anni. Sono 830 mila gli over 40 che non hanno figli, ma intendono averne (pari al 12,1% tra i 40 e i 44 anni e al 4,2% nella classe di età successiva). Nel 2017, 78.366 coppie si sono sottoposte alla procreazione medicalmente assistita (Pma) che ha dato luogo a 18.871 gravidanze». Tra il 2010 e il 2017 il numero di coppie che hanno fatto ricorso alla Pma è aumentato del 12%, il numero di gravidanze ottenute del 24% e il numero di nati vivi del 12%.

Il quadro finale che emerge dal Rapporto annuale Istat 2020 è quindi chiaro: «Il sistema Italia – conclude l’elaborato – soffre di alcune criticità strutturali legate all’ambiente, all’istruzione e alla permanente bassa fecondità: problemi annosi ma urgenti, sui quali il dibattito riguardante specifici aspetti della crisi ha riportato l’attenzione. Si tratta di questioni che meritano azioni e investimenti – sia pubblici sia privati – che a loro volta possono costituire una leva essenziale per la ripartenza. I dati ambientali sul consumo di materia e le emissioni rivelano performance relativamente positive per il nostro Paese, ma dovute prevalentemente all’andamento sfavorevole dell’attività economica e insufficienti rispetto agli obiettivi europei finalizzati al contrasto dei cambiamenti climatici. La popolazione, poi, è molto sensibile alle tematiche ambientali, ma i comportamenti non sono altrettanto coerenti. L’Italia ha affrontato lo shock da pandemia partendo da una situazione di consistente svantaggio in termini di digital divide e anche rispetto ai livelli di istruzione e di investimento in conoscenza». Dal lato delle imprese, infine, i dati dimostrano i vantaggi dell’istruzione in termini di performance e prospettive occupazionali.

About Davide De Amicis (3312 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa metropolitana di Pescara-Penne. Recentemente ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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