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Portami dove la parola racconta la vita

Il racconto di Adrian Bravi ci porta nella Pampa argentina a conoscere Bartolo e Casilda: due persone che custodiscono una lingua... e un segreto. Da leggere tutto d'un fiato.

Che cos’è una lingua? A cosa serve? È semplicemente un mezzo di comunicazione, o può essere qualcosa in più? Qualcosa che ha a che fare con la vita, o addirittura che è essa stessa un elemento vitale: che respira, che riposa, che si sposta e che… muore?

Il racconto di Adrián Bravi, L’idioma di Casilda Moreira (Exòrma, 2019) ci porta nel mondo della Pampa argentina, precisamente a Kuhalkan, un paesino dove vivono Casilda e Bartolo, due anziani che hanno un tesoro condiviso: conoscono il günün a yajüch, la lingua antica «che sfiora la pianura e respira tra i cespugli spinosi» (pag. 113), parlata dal popolo dei günün a küna stanziati nella Patagonia Settentrionale e vittime della colonizzazione dei mapuches; di questa lingua però resta oramai solo la melodia e il ritmo perché è «priva di eredità, svuotata del suo passato o con un passato incomprensibile che non sa più accogliere le parole» (p. 113): Bartolo e Casilda oramai da anni non si parlano, non vogliono parlarsi e con questo atteggiamento paiono condannare la loro lingua all’estinzione.

La storia dei due paesani di Kuhalkan arriva in un’aula universitaria italiana, dove Annibale Passamonti la ascolta dal professor Montefiori, e quella storia comincia a scorrere nelle vene e nella testa dello studente che -complice anche un evento tragico e fortuito accaduto a Montefiori- decide di recarsi in quello sperduto paesello del sud della Pampa, per raccogliere le radici di quella lingua, donarle nuova linfa, farla respirare di nuovo e quindi cercare di farla rivivere. Ma come fare? Nell’unico modo possibile: far tornare a dialogare Bartolo e la sua kululu Casilda, sciogliere il nodo che avviluppa la loro lingua e i loro cuori.

Annibale scoprirà tra varie difficoltà, nel suo viaggio di studio (che diventerà viaggio di vita)  che le parole hanno il valore di una perla preziosa, perché sono capaci di dischiudere mondi nuovi o sconosciuti, mondi dove «la lingua e il sentimento non sono due cose diverse» (p.109) e dove fare delle promesse e poi tradirle significa che quanto era stato promesso e le parole usate per promettere morivano, assieme: «se uno rompeva una promessa nella loro lingua, ciò che aveva promesso e la promessa stessa morivano insieme alle parole. Insomma, diventavano presenze cattive, da non svegliare» (p.109).

Un racconto permeato da una grande delicatezza in cui la lingua è trait-d’union ma anche coltello, capace di unire e separare: capace di modificare il corso degli eventi e dell’esistenza. Bartolo e Casilda ci ricordano che i muri di incomunicabilità lasciano delle tracce sulla carne viva e che l’amore è un sentimento che va al di là del singolo gesto: è un tessuto fatto di ogni singola sillaba pronunciata dagli amanti,  che poi si intreccia definitivamente con le loro anime.

 Annibale tornerà a casa con una consapevolezza nuova, conscio che la grande forza dell’uomo sta nel comprendere e nel comprendersi, trasmettere quello che Edgar Morin ha definito il fuoco sacro della presenza concreta.

About Luca Mazzocchetti (37 Articles)
Nato il 2 luglio del 1985. Studia Lettere moderne all'Università "G. D'Annunzio"di Chieti e poi Didattica dell'italiano come L2 e LS presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere nella sede di Pescara della stessa Università. Ha frequentato la Scuola vaticana di biblioteconomia. Bibliotecario professionista. Docente di Metodologia presso l'ISSR "G. Toniolo" di Pescara e direttore della biblioteca "Carlo Maria Martini" dell'Arcidiocesi di Pescara - Penne.