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“Servono parrocchie-laboratorio che sperimentino vie nuove per annunciare la fede”

"L’inventiva di trovare altre strade comunicative è fondamentale in questo momento - sottolinea monsignor Valentinetti -, non c’è altra possibilità. D’altra parte ci rendiamo conto di come la frequenza alle nostre comunità è drasticamente diminuita. Siamo scesi di tanto e continueremo a scendere, se non facciamo una rivoluzione pastorale capace di essere all’altezza dei tempi. Ci vorrà tempo, pazienza, calma, sacrificio, forse sconfitta su sconfitta, ma non dobbiamo avere paura"

Lo ha affermato l’arcivescovo Valentinetti, concludendo il convegno pastorale diocesano 2020

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, conclude i lavori del convegno diocesano 2020

È una ripartenza dell’anno pastorale che non può prescindere dalla rilettura dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco, quella richiesta dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti ai delegati dei Consigli pastorali parrocchiali che lo scorso sabato 29 agosto hanno partecipato al Convegno pastorale diocesano sul tema “Il banco e la sedia. Per una pastorale che si posiziona sempre nel tempo”: «Una rivisitazione attenta, precisa, puntuale, finalmente meditata, studiata e vissuta – raccomanda il presule – all’interno delle nostre parrocchie e delle nostre comunità. Un documento ecclesiale, quest’ultimo, che come altri è passato sulla nostra testa. Eppure l’Evangelii gaudium aveva già detto che non potevamo più continuare a vivere l’esperienza della fede così come l’avevamo vissuta fino a qualche tempo fa, ma che dovevamo metterci in discussione, trovare altre modalità per l’annuncio della fede. E soprattutto dovevamo capire che non era del tutto scontato che la fede fosse vissuta da tutti allo stesso modo e che, chiaramente, questo fosse il risultato di un’azione pastorale che molte volte si riduce ad un’azione liturgico-sacramentale, più che ad un’azione di evangelizzazione. È il problema che abbiamo tutti. Il cardinale Matteo Zuppi diceva che “fatta la cresima i ragazzi se ne vanno”, ma se ne vanno anche prima. Il che vuol dire che, probabilmente, il nostro modo di fare, di agire, non ha funzionato o non funziona più. Io lo sto ripetendo da tantissimo tempo, però siamo sempre più fermi, impantanati nella ricerca di vie nuove».

Successivamente, l’arcivescovo Valentinetti è tornato a riferirsi alla lontananza dall’eucaristia a cui il lockdown ci ha costretti: «Dio non ha voluto il male – ricorda -, ma lo “schiaffone” della pandemia ci ha fatto capire che dovevamo fare dei digiuni per mangiare qualcos’altro. Abbiamo vissuto la difficoltà del non mangiare l’eucaristia, ma abbiamo trovato il pane della Parola e il pane della preghiera nella famiglia nella famiglia, che ci hanno ridato la capacità di risedere alla mensa eucaristica con più verità. Addirittura, in una testimonianza, una signora (Simonetta Di Giorgio) ha detto che gli sembrava di ripetere la prima comunione».

Nelle conclusioni dell’arcivescovo di Pescara-Penne non è mancato anche un accenno alla qualità delle liturgie: «Il cardinale – osserva – ci diceva “le nostre liturgie devono essere belle”. Da poco ci hanno dato la possibilità di riavere i cori, ma facciamo ancora fatica». Dai partecipanti è anche giunta la domanda riguardo l’esistenza di linee guida diocesane per le attività pastorali (ieri sono uscite quelle nazionali riguardo la catechesi): «No, non ci sono – replica monsignor Valentinetti -. Se dovessi pensare di ridarvi le stesse linee guida per poter pensare di rifare il catechismo come abbiamo fatto fino allo scorso gennaio, non si può fare. Anche perché non disponiamo degli strumenti che la scuola sta mettendo in atto per riprendere le attività».

Partendo da questo presupposto, il presule ha rivolto un appello agli operatori pastorali pescaresi: «Vorrei che, finalmente – auspica -, la preoccupazione più importante delle comunità parrocchiali non fosse quella di decidere quando far fare la prima comunione o le cresime, ma che fosse quella di chiedersi “Come facciamo a creare comunità familiari che si fanno carico della catechesi dei propri figli nelle proprie case?” Perché altrimenti, cari fratelli e sorelle, non ne usciamo. Io non ho la ricetta, non ce l’avevo al tempo dell’Evangelii gaudium e non ce l’ho adesso che, però, siamo costretti a metterci in atteggiamento di ricerca, di riflessione, non andando alla ricerca di ricette scontate perché non esistono».

Riguardo alle misure economiche europee, l’arcivescovo Valentinetti apre al Recovery fund ma invita alla prudenza: «È successo in passato, può succedere nel presente e anche nel futuro – ammonisce – che questi 208 miliardi di euro finiscano presto, dopo che ne avranno beneficiato solo multinazionali e grosse agenzie economiche, per l’azione dei soliti manipolatori dell’economia per l’accaparramento delle risorse, nonostante le difficoltà dei lavoratori a vedersi erogato il contributo della cassa integrazione, molto spesso a causa della burocrazia. Se non sburocratizziamo questo Paese, non so dove andremo a finire!».

Quindi monsignor Tommaso Valentinetti è tornato a parlare dell’ambito pastorale: «L’attenzione che dobbiamo avere – esorta – è di diventare delle parrocchie-laboratorio, che non abbiano la paura di sperimentare vie nuove. Sarà faticoso, saremo incompresi, saremo realmente incapaci di accoglienza in alcune circostanze. Ma, fratelli e sorelle, è ora di uscire da una religiosità tradizionale per entrare in una dimensione della fede di cui ha parlato il cardinale Zuppi, che è fondamentalmente vicinanza, solidarietà, attenzione, cura, amore e capacità di presenza dentro una vita e dentro una storia. Se non siamo una comunità che respira con questi polmoni e pensiamo di essere una barchetta narcisistica, autocommiserante e pessimista, che cerca di cavalcare le onde e pensiamo che la pandemia sia l’onda che è arrivata e che dobbiamo cavalcare perché alla fine il porto è arrivato, abbiamo sbagliato strada. Questa non è una barchetta, è una barca molto più grande dentro cui siamo tutti coinvolti. È la spinta ad uscire dalle nostre barchette, a lasciare i nostri banchi e a prendere le nostre sedie, per andarci a sedere da qualche altra parte a portare l’annuncio del Vangelo. Certamente non sono io quello che fa la propaganda per una Chiesa virtuale, ci sono anche troppe messe su Facebook, ma l’inventiva di trovare altre strade comunicative è fondamentale in questo momento, non c’è altra possibilità. D’altra parte ci rendiamo conto di come la frequenza alle nostre comunità è drasticamente diminuita. Siamo scesi di tanto e continueremo a scendere, se non facciamo una rivoluzione pastorale capace di essere all’altezza dei tempi. Ci vorrà tempo, pazienza, calma, sacrificio, forse sconfitta su sconfitta, ma non dobbiamo avere paura – il Papa ce lo ha detto molte volte. E forse saremo chiamati a salire sulla croce, ma facendolo non saliremo su di un segno sacro (la croce è uno strumento di patibolo), ma saliremo insieme con Lui che ha reso sacro quel segno per amore e solo per amore. Solo morendo dentro una comunità cosiffatta, come seme caduto per terra che muore e porta frutto, noi ridaremo vita e gioia, amore e vitalità, evangelii gaudium a questa nostra Chiesa e saremo seme anche per la Chiesa universale».

Una seconda attenzione richiesta dall’arcivescovo è poi quella alla sfera socio-ambientale, come richiesto dall’enciclica Laudato si’: «Anche questo documento – lamenta – passato come la prima enciclica verde e poi misconosciuto e quasi inascoltato. Un’enciclica che ha procurato molti problemi a Papa Francesco. Un Papa che propone un’economia altra, che pone una visione dell’ecologia in maniera integrale, che propone una capacità di stili di vita diversi, che propone un non consumismo a tutti i costi, che propone l’attenzione agli ultimi, agli scartati, agli indifesi. Sì, perché anche quest’ultima è un’operazione ecologica, in quanto per poter avere del bene bisogna fare il bene e questo è drammaticamente vero. Il vaccino contro il Covid-19 di chi sarà? Sarà nostro o sarà di tutti? Sarà del mondo intero o sarà solamente dell’Europa e dell’America del Nord? Ma se il vaccino non sarà di tutti, la pandemia continuerà ad imperversare nella storia e ad essere il nemico sottile, perfido, terribile. E quando meno ce l’aspetteremo, se il vaccino funziona – perché potrebbe anche non funzionare, colpirà. Non voglio essere annunciatore di sventura, ma voglio essere una persona che sta con i piedi per terra».

Così come un’economia diversa dipende da noi: «Dalle nostre scelte – aggiunge Valentinetti -, dalle nostre capacità di essere sul serio organizzatori di una società che comunque ci manca. Abbiamo dimenticato che fra cristiani si possono fare cooperative sociali? Abbiamo dimenticato che fra cristiani si possono fare cooperative di spesa? Abbiamo dimenticato che tra cristiani si possono fare delle cooperative per fare delle case ecologicamente corrette? Abbiamo dimenticato, come cristiani, che il nostro inserimento nella storia non può essere solamente un evanescente “vogliamoci bene”, ma che quel bene poi deve trovare una concretezza di vita dentro questa storia che, oggi più che mai, ci interpella. Abbiamo dimenticato che la sanità non può essere privata, ma che dev’essere pubblica e non può essere decurtata, da tanti anni, di parecchi milioni di euro. Perché è vero quanto affermato dal professor Giustino Parruti riguardo alla capacità reattiva della Asl pescarese, ma a quale sacrificio, a quale impegno e a quale sforzo da parte dei medici, degli operatori sanitari e di quanti altri hanno dovuto veramente soffrire affinché le centinaia di malati del nostro territorio, potessero non fare la fine di tante centinaia di malati che, purtroppo, in altre regioni d’Italia – dove la sanità purtroppo è stata appaltata – non hanno potuto vivere e non hanno potuto fare».

Quindi monsignor Valentinetti ha concluso: «Dobbiamo uscire da questa giornata di riflessione – ribadisce – non con delle ricette, che non ci dà nessuno, ma con delle provocazioni del cuore e soprattutto con una grande assistenza dello Spirito Santo perché, se è vero che i Capi di Stato sono stati illuminati dallo Spirito Santo a fare quello che hanno fatto (l’approvazione del Recovery fund), molto di più ne abbiamo bisogno noi per essere quella Chiesa altra che oggi il tempo presente ci chiede».   

About Davide De Amicis (3313 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa metropolitana di Pescara-Penne. Recentemente ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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