Malati: “Destinatari di cura e testimoni dell’amore di Cristo”
"Nella “Dilexi te” – spiega la professoressa Claudia Mancini - il Papa fa riferimento alla cura dei malati non solo come a una “parte importante” della missione della Chiesa, ma anche come un’autentica “azione ecclesiale” (n. 49). L’esortazione apostolica è una sorta di compendio della bimillenaria storia di attenzione ecclesiale verso i poveri e i malati"
Don Amadeo José Rossi, vicario generale dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne, pronuncia l'omelia
È stata una Giornata mondiale del malato molto partecipata, dai malati e dai loro accompagnatori, quella proposta e vissuta dalla Chiesa di Pescara-Penne mercoledì 11 febbraio – nella memoria liturgica di Nostra Signora di Lourdes – nella parrocchia della Beata Vergine Maria Stella Maria Stella Maris di Pescara, con l’organizzazione a cura della Consulta diocesana di Pastorale della salute.

È stata dapprima la professoressa Claudia Mancini, docente di Filosofia della religione dell’Istituto superiore di Scienze religiose “Giuseppe Toniolo” di Pescara, ad introdurre il pomeriggio di riflessione e comunione, approfondendo l’esortazione apostolica di Papa Leone XIV “Dilexi te” partendo dal tema di questa Giornata mondiale del malato “La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro”: «La malattia – esordisce la docente -, a cui si associano spesso immagini di isolamento e solitudine ha, invece, un potere generativo di relazioni di qualità con sé stessi, con gli altri, con Dio. La malattia può creare relazioni virtuose. Il nome di queste relazioni è la compassione. Quest’ultima ha una dimensione sociale, ha un potere culturale. È la risposta a una società, a una cultura dello scarto che propone l’indifferenza e il rifiuto del malato e del povero. Qual è la differenza tra il samaritano, il sacerdote e il levita? Il samaritano è l’unico che ha rinunciato al proprio programma per compassione dell’altro. Fermarsi è difficile, ma quanto è più difficile fermarsi quando a chiederci aiuto, quando a mostrarci le proprie ferite – fisiche, psichiche e spirituali – è qualcuno in cui, magari, mi imbatto andando al lavoro, a fare la spesa, accompagnando mio figlio a scuola. Chi si prende cura di qualcuno, sa che il suo unico programma diventa non avere più programmi per sé. La compassione sconvolge i miei programmi. L’amore è sicuramente il mio tempo donato. Un tempo che non scelgo, un tempo che mi sceglie. Una mano stretta per ore, una telefonata, una vicinanza silenziosa, sono tempo. Il mio tempo donato all’altro è la misura del mio amore per l’altro. Soprattutto, rinunciare al mio tempo per l’altro è amore. Tutti siamo molto concentrati sulle nostre necessità. Vedere che soffre, magari, non mi dà fastidio, non mi disturba, ma spesso non vogliamo perdere tempo per colpa dei problemi altrui. Scrive Leone XIV sulla Dilexi te “Meglio non cadere in questa tentazione. Guardiamo il modello del buon samaritano”. [117] Le parole finali della parabola evangelica, “Va e anche tu fa lo stesso” (Lc 10,37), sono un comando che un cristiano deve risuonare ogni giorno nel suo cuore».

In seguito, l’accademica ha fatto un nuovo riferimento alla prima esortazione apostolica di Papa Leone: «Nella “Dilexi te” – aggiunge la professoressa Mancini – il Papa fa riferimento alla cura dei malati non solo come a una “parte importante” della missione della Chiesa, ma anche come un’autentica “azione ecclesiale” (n. 49). L’esortazione apostolica è una sorta di compendio della bimillenaria storia di attenzione ecclesiale verso i poveri e i malati. La Chiesa primitiva, praticamente tutti gli ordini religiosi a prescindere dal loro carisma specifico, i santi, la Dottrina sociale della Chiesa, tutti hanno dimostrato che la cura per i malati e i poveri è parte dell’ininterrotto cammino della Chiesa. La loro cura fa parte della tradizione di quest’ultima, ma resta una sfida permanente per essa, per noi. Leggiamo nella Dilexi te (n. 104): “Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una “questione familiare”. Sono dei “nostri”. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa. Ci viene chiesto di dedicare tempo ai poveri, di dare loro un’attenzione amorevole, di ascoltarli con interesse, di accompagnarli nei momenti difficili, scegliendoli per condividere ore, settimane o anni della nostra vita e cercando, a partire da loro, la trasformazione della loro situazione. Non possiamo dimenticare che Gesù stesso lo ha proposto con il suo modo di agire e con le sue parole”. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi. Significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono. Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti».

Al termine della riflessione, il concerto del Coro Armonie d’Abruzzo in canto, diretto dal maestro Gabriele Di Pasquale, e il Santo Rosario seguito da una processione dell’effige di Nostra Signora di Lourdes in chiesa, hanno anticipato la messa conclusiva presieduta dal vicario generale dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne don Amadeo José Rossi. Nell’omelia, il presbitero ha innanzitutto ringraziato i malati presenti e le associazioni e i movimenti della Consulta di Pastorale della salute che li assistono, per poi approfondire il messaggio evangelico: «I Vangeli – esordisce don Amadeo -, nell’intensa vita di Gesù, attestano che Egli annuncia la Parola ed opera guarigioni nella vita dei malati, segno per eccellenza della vicinanza del Regno di Dio. Ad esempio, Matteo scrive “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattia e di infermità nel popolo”. La Chiesa, cui è affidato il compito di prolungare nello spazio e nel tempo la missione di Cristo, non può disattendere queste due opere essenziali, evangelizzazione e cura dei malati nel corpo e nello spirito. Questo amore della Chiesa che dobbiamo tutti noi accogliere e trasmettere, perché Dio ci chiama all’amore vicendevole. Dio infatti vuole guarire tutto l’uomo e nel Vangelo la guarigione del corpo è segno del risanamento più profondo, che è la remissione dei peccati. Non meraviglia, dunque, che Maria madre e modello della Chiesa, sia invocata e venerata come “Salus infirmorum” (salute dei malati). Quale prima e perfetta discepola di suo figlio, Ella ha sempre mostrato nell’accompagnare nel cammino della Chiesa una speciale sollecitudine per i sofferenti. Ne danno testimonianza le migliaia di persone che si recano nei santuari mariani, come Lourdes, per invocare la madre di Cristo e trovano in Lei forza e sollievo. Il racconto evangelico della Visitazione ci mostra come, dopo l’annuncio dell’angelo, non tiene per sé il dono ricevuto ma parte subito per andare ad aiutare l’anziana cugina Elisabatta la quale, da sei mesi, portava in grembo Giovanni. Nel sostegno offerto da Maria a questa parente che, in età avanzata, vive una situazione delicata come la gravidanza vediamo prefigurata tutta l’azione della Chiesa a sostegno della vita bisognosa delle cura dei malati, come ha dimostrato in questa celebrazione anche la Chiesa di Pescara-Penne. Con San Giovanni Paolo II il Pontificio Consiglio della Pastorale della salute ha desiderato, e desidera tutt’ora, che le associazioni e gli organismi che organizzano la Giornata del malato, in particolare l’Unitalsi, si mettano a servizio dei più sofferenti».

A questo punto, don Amdeo José Rossi si è rivolto direttamente ai protagonisti della giornata: «Il benvenuto più affettuoso in questa celebrazione – sottolinea il vicario generale dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne – va a voi, cari malati. Grazie per essere venuti, ma soprattutto per la vostra preghiera arricchita dall’offerta delle vostre fatiche e sofferenze. Nella memoria dell’apparizione di Lourdes, luogo prescelto da Maria per manifestare la sua materna sollecitudine per gli infermi, il Magnificat – canto della Vergine che esalta le maraviglie di Dio nella storia della salvezza – gli umili e gli indigenti, come tutti coloro che temono Dio, sperimentano la sua misericordia che ribalta le sorti terrene e dimostra così la santità del Creatore e Redentore. Il Magnificat non è il cantico di coloro ai quali arride la fortuna e hanno sempre il vento in poppa, ma è piuttosto il ringraziamento di chi conosce i drammi della vita, ma confida nell’opera redentrice di Dio. È un canto che esprime la fede provata di generazioni di uomini e donne, che hanno posto in Dio la loro speranza e si sono impegnati in prima persona, come Maria, per essere di aiuto ai fratelli nel bisogno. Nel Magnificat sentiamo la voce di tanti santi e sante della carità. Penso in particolare a quelli che hanno speso la loro vita tra i malati e i sofferenti. Chi rimane a lungo vicino alle persone sofferenti, conosce l’angoscia e le lacrime, ma anche il miracolo della gioia, frutto dell’amore».

In seguito, il celebrante si è rivolto anche a coloro che garantiscono l’assistenza dei malati: «Che notte e giorno – con fatica, a volte con le lacrime, ma con la speranza, l’amore e la gioia cristiana – attesta il sacerdote – siete accanto a loro. La maternità della Chiesa è il riflesso dell’amore premuroso di Dio, di cui parla il profeta Isaia… “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò, e Gerusalemme sarà consolata”. Una maternità che parla senza parola, che è uscita nei cuori della consolazione. Una gioia intima, una gioia che paradossalmente convive con il dolore, con la sofferenza. La Chiesa, come Maria, custodisce dentro di sé il dramma dell’uomo e della consolazione di Dio. Quindi, carissimi, chiediamo al Signore, a voi carissimi, di vivere questo momento nel Signore. Di vivere, attraverso i secoli, la Chiesa che mostra i segni dell’amore di Dio, che continua a operare cose grandi nelle persone umili e semplici. In questo modo i malati, tutti i sofferenti, sono nella Chiesa non solo destinatari di attenzione e di cura, ma prima ancora e soprattutto protagonisti del pellegrinaggio della fede e della speranza, testimoni dei prodigi dell’amore e della gioia pasquale che fiorisce dalla croce e dalla risurrezione in Cristo».
Infine, la preghiera di affidamento: «Che Dio vi accompagni sempre – conclude don Amadeo -, che Maria Santissima vi assista nel vostro cammino con il suo amore materno. Che possiamo tutti noi, Chiesa diocesana, continuare a vivere insieme ai nostri fratelli e sorelle nel dolore e la sofferenza, insieme ai presbiteri, ai diaconi, agli operatori di carità, ai volontari – padri e madri di famiglia – giovani, coppie – che danno parte del loro tempo per esprimere con gesti concreti la vicinanza dell’amore misericordioso di Cristo. Quindi carissimi, a ogni malato si può dire, “La tua fede, sorretta dalla fede dei fratelli e delle sorelle, ti ha salvato”. Che Dio vi benedica. Che Maria Santissima ci accompagni sempre e che il Signore Gesù ci trovi sempre disponibile al suo servizio. Amen».



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