Monsignor Simon Kulli: “Amava la sua diocesi, specie i poveri e i malati”
Mons. Simon Kulli, compianto vescovo della diocesi albanese di Sapa - Foto: Caritas italiana
Lo scorso 30 dicembre 2025 la Caritas diocesana e il Centro missionario diocesano di Pescara-Penne hanno promosso una santa messa, presieduta dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti e concelebrata dal direttore del Centro missionario diocesano don Massimo Di Lullo e da don Alessio De Fabritiis presso la cappella “Madre Teresa di Calcutta” nella Cittadella dell’accoglienza “Giovanni Paolo II” di Pescara, in suffragio del vescovo della diocesi albanese di Sapa monsignor Simon Kulli prematuramente scomparso – a causa di un malore improvviso – lo scorso 29 novembre all’età di 52 anni. A legare la Chiesa di Pescara-Penne con il presule albanese, fin da quando era ancora un sacerdote, è stato il progetto di cooperazione “Vllaznia” (fraternità) concretizzato in dieci anni di missione in terra albanese, nella quale si sono alternati i sacerdoti don Giovanni Cianciosi, don Ezio Di Pietropaolo e don Massimo Di Lullo con la presenza fissa dei missionari laici Goffredo e Tiziana Leonardis e Maria Palma Di Battista.

Lo stesso arcivescovo Valentinetti aveva visitato più volte la diocesi albanese di Sapa, conoscendo bene monsignor Kulli che ha ricordato nell’omelia lasciandosi ispirare dalle parole del Vangelo del giorno (Lc 2,36-40): «Leggendo questo brano del Vangelo – afferma il presule – mi è venuto in mente un paragone secondo cui per un vescovo la diocesi è come una figlia. Se il Signore stava sottomesso a Maria e a Giuseppe, la Chiesa sta sottomessa a colui che gli è padre, cioè al vescovo. Ora, avendo conosciuto monsignor Simon Kulli, posso dire che sinceramente lui amava quella Chiesa, amava quella comunità che gli stava sottomessa e gli stava sicuramente molto addentro in tutte le sue caratteristiche. Noi, come la profetessa Anna, non possiamo dire nient’altro che cose belle, cose buone, cose meravigliose fatte da questo fratello. Il Signore mi ha dato la possibilità di incontrarlo, di conoscerlo e soprattutto mi ha dato la possibilità di essere presente alla sua ordinazione episcopale, ricordando la sua bella storia».

È stato poi don Massimo Di Lullo a proseguire l’omelia, ripercorrendo i tratti significativi della personalità e del ministero pastorale ed episcopale di monsignor Kulli: «Con il vescovo Simon – ricorda il presbitero – la collaborazione è iniziata quasi all’inizio, anche se a chiamarci fu monsignor Luciano, perché quando era vescovo Luciano, don Simon era parroco della cattedrale e direttore della Caritas. La prima collaborazione che c’è stata tra le nostre chiese, con il progetto di chiese sorelle Vllaznia, era proprio una collaborazione tra Caritas inizialmente, che poi è diventata qualcosa di più. È cresciuta l’amicizia, la stima fraterna e dal semplice aiuto come Caritas, di sostegno alla povertà, soprattutto alle famiglie povere nell’aiuto a ricostruire le abitazioni nei villaggi di montagna più dispersi. Poi, piano piano, questa collaborazione è diventata anche vicinanza fisica con la missione, con un sacerdote e tre laici. Sono stati dieci anni in cui la diocesi di Pescara è stata presente nel territorio».

A questo punto, il direttore del Centro missionario diocesano ha ricordato la storia personale del compianto vescovo di Sapa: «Don Simon – sottolinea don Massimo – rappresenta bene l’Albania, perché è nato durante il regime (la dittatura comunista-stalinista isolazionista condotta da Enver Hoxha dal 1944 fino alla sua morte nel 1985, con il regime poi definitivamente caduto nel 1990-1991). È stato battezzato di nascosto, come tutti quelli che sono stati battezzati a quel tempo, da una suora con una scarpa. E don Simone è stato uno dei primi a entrare in seminario dopo la caduta del regime, così come è stato uno dei primissimi sacerdoti ordinati dopo la caduta del regime e uno dei primi vescovi albanesi ordinati alla morte di monsignor Luciano, avvenuta a causa di un tumore a 53 anni».

Infine il presbitero ha ricordato i propri anni di presenza a Sapa, durante i quali ha collaborato fianco a fianco con monsignor Kulli: «Con don Simone i rapporti sono stati subito buoni – spiega don Massimo Di Lullo – perché ci conoscevamo già da prima, per cui anche quando sono stato io in Albania i rapporti erano fraterni, ma tenete conto che anche i numeri aiutavano. Quando qui facciamo gli incontri al clero siamo un centinaio, lì facevamo la prima ora solo i sacerdoti e il vescovo ed eravamo scarsi 15-16, la seconda ora con tutti gli operatori pastorali, anche con le suore e i missionari, non arrivavamo neanche 40 persone, tanto che c’era un clima molto familiare e che a questo don Simone teneva tanto. Diciamo che, come diceva il vescovo, la diocesi l’amava tanto, soprattutto grazie a quella familiarità che desiderava con i tre sacerdoti e con i missionari. Amava i poveri, amava i malati. Con lui ogni mese c’era la festa in Cattedrale, c’era la messa e la festa per i portatori di handicap, per i malati. E in Albania era un miracolo, perché le persone malate venivano nascoste in casa. Lui, invece, voleva che ogni mese ci fosse la festa per loro, dapprima con la messa in Cattedrale e poi il pranzo offerto con la musica. Rigorosamente si ballava, per forza, sempre. E poi le famiglie e i giovani. Voleva che tutti i mesi ci fosse l’incontro diocesano per giovani e per le famiglie. Ci teneva che i sacerdoti incaricati presentassero il programma annuale. A noi ci ha voluto tanto bene. Sicuramente in quegli anni, in cui siamo stati lì, ci chiamava sempre, ci veniva a trovare, lo invitavamo a casa.
Ecco perchè la figura del presule albanese e la sua testimonianza, non verranno dimenticati: È stata una bella figura per la Chiesa albanese, la quale aveva i suoi limiti perché 50 anni di storia li ha completamente saltati. Pensate che quando è stata celebrata la prima messa dopo il regime, era il 1991, si è detta in latino con il celebrante di spalle, perché non si seppe nemmeno che c’era stato un Concilio. Allora immaginate cosa dev’essere stata quella messa, quando le persone hanno dissotterrarono i calici e gli abiti dei sacerdoti per poter celebrare. Avevano nascosto tutto sotto terra, in previsione del giorno in cui avrebbero potuto recuperarli e riutilizzarli. Ecco, Simon è figlio di questa storia».



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