Catechisti: “Col Vangelo arrivano dove preti e religiosi non riescono”
"Si è catechisti in ogni circostanza, in ogni situazione, in ogni momento della propria vita – ricorda l'arcivescovo Valentinetti -. Lo ha detto anche Papa Leone XIV, non c'è un momento in cui una persona non è catechista. Si è catechisti fino in fondo. Lo si è per essere pronti a dare una testimonianza, a dire una parola, prendendola dalla Parola e comunicando la Parola"
Monsignor Eugenio Bruno, officiale del Dicastero per l'Evangelizzazione
Sono stati circa 110 i catechisti e gli educatori, giunti da tutte le parrocchie della Chiesa di Pescara-Penne, che la scorsa domenica 8 marzo – presso la chiesa della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa a Montesilvano – hanno partecipato alla giornata loro dedicata dal tema “Il catechista: persona di Parola”.
Un pomeriggio di riflessione e confronto, organizzato dall’Ufficio catechistico diocesano diretto da Massimiliano Petricca, aperto da un momento di preghiera caratterizzato dal messaggio di saluto dell’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti: «Si è catechisti in ogni circostanza, in ogni situazione, in ogni momento della propria vita – afferma il presule -. Lo ha detto anche Papa Leone XIV, non c’è un momento in cui una persona non è catechista. Si è catechisti fino in fondo. Lo si è per essere pronti a dare una testimonianza, a dire una parola, prendendola dalla Parola e comunicando la Parola».

A tal proposito, l’arcivescovo Valentinetti ha citato il Vangelo della scorsa domenica – incentrato sull’incontro tra Gesù e la donna al pozzo di Sicar: «Ci sono due assetati – ricorda monsignor Valentinetti -. Uno è Gesù, ed è assetato dell’anima di quella donna. L’altra assetata è la donna per scoprire in profondità, nel pozzo, la presenza di Dio. E in questa presenza, dopo che l’ha accolta, quando Gesù gli si rivela e gli dice “Sono io”, lei prende coraggio e diventa catechista degli adulti, delle persone con cui lei stessa aveva a che fare. E quelle persone poi dicono, “Non è per la tua parola che crediamo, ma perché abbiamo fatto esperienza del Signore Gesù”. Ecco, io spero che questo pomeriggio, possiate sperimentare questa parabola di un’attenzione particolarmente al mondo degli adulti, al mondo delle persone che vivono la presenza di Gesù, ma forse non pienamente. E invece è il momento più bello, quello che devono sperimentare».
A guidare i catechisti e gli educatori dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne in questo percorso di approfondimento, è stato monsignor Eugenio Bruno, officiale del Dicastero vaticano per l’Evangelizzazione. L’alto prelato ha voluto condividere la sua analisi al microfono dell’emittente radiofonica diocesana Radio Speranza e al taccuino de La Porzione.it.
Monsignor Bruno, catechisti persone di parola sia perché rispondono al Vangelo, ma anche di parola perché sono testimoni e quindi hanno una coerenza. Qual è l’importanza di questa doppia valenza?
«L’importanza della Parola nella vita del catechista è di primo ordine, non soltanto perché il catechista l’ascolta e la porta, ma perché la fa risuonare nel cuore delle persone che accompagna. E se la catechesi, innanzitutto, è un far risuonare la Parola, il catechista è colui che la fa risuonare nel cuore, cioè nella vita delle persone che accompagna».
Questo è stato un incontro dedicato soprattutto alla catechesi degli adulti, essendo meno attuata rispetto a quella dei fanciulli nell’iniziazione cristiana. Come mai si fa maggiormente fatica con la pastorale degli adulti e qual è, invece, l’importanza di riscoprire la catechesi per le persone più grandi?
«Tanti anni fa i vescovi italiani avevano parlato dell’opzione preferenziale degli adulti. Un’opzione di Chiesa, un’opzione pastorale che forse facciamo ancora fatica ad accogliere pienamente. Un’indicazione che, di fatto, nella pastorale ordinaria non incontra ancora tanto successo. Eppure stiamo vedendo che lì dove, in Europa stanno succedendo cose molto belle in questi ultimi anni, le chiese si rendono conto che il Vangelo risuona con una profondità particolare – specialmente nella vita degli adulti e dei giovani adulti – lì accade che la libertà delle persone si accende, si illumina di Vangelo e arriva verso orizzonti verso i quali altri tipi di proposta pastorale non possono arrivare. Questo non significa mettere da parte i ragazzi, non curare i bambini, ma dobbiamo chiamare le cose per nome. La sintesi vitale che può avvenire, che un adulto può fare dinanzi alla parola di Dio, è possibile soltanto avendo fatto un certo tipo di esperienza. I ragazzi li possiamo accompagnare, quasi sempre ormai la loro catechesi viene identificata come necessaria per una sorta di socializzazione religiosa – quasi un preparare il terreno – ma la vera semina avviene quando un adulto, cuore a cuore, in maniera personale si mette dinanzi a Dio e decide di giocarsi la partita della vita».
Possiamo dire che l’attuale emergenza educativa, anche vista la frattura che si è creata tra famiglia, scuola, chiesa e mondo educativo, si va a sintetizzare anche in questa mancanza di attenzione verso gli adulti. È quindi da qui che bisogna ripartire, forse per riavvicinare le parti?
«Sì, certo. Il grande gioco della catechesi avviene tra traditio e redditio, cioè la consegna della fede, e la restituzione della fede. Però oggi, forse, dovremmo renderci conto che manca un pezzo. Tra la fede che viene consegnata e la fede che aspettiamo venga restituita in termini di testimonianza, in termini di servizio alla Chiesa al mondo, dovremmo renderci conto che manca il pezzo di mezzo. Ovvero, cosa succede dentro i due momenti? Alcuni chiamano questa fase la ricezione, la “receptio fidei”. Cioè quello che avviene nel cuore degli adulti dopo che l’hanno ascoltata e in attesa che possano ridonarla. Ecco, questo macinare la parola di Dio, questo interiorizzare la proposta di fede può garantire quel continuare la corsa del Vangelo che tutti speriamo dalla comunità cristiana».
Il Dicastero per l’evangelizzazione verifica in tutto il mondo qual è il livello della catechesi. Come sta andando e soprattutto, la Chiesa italiana a che punto si trova?
Due settimane fa sono stato a Manila, nelle Filippine, per un incontro con i responsabili della Catechesi dell’Asia, in passato ho visitato anche l’America del Nord e l’America del Sud, e vedo che specialmente nei paesi asiatici o nei paesi latinoamericani il ruolo dei catechisti è essenziale. Quasi sempre i vescovi parlano dei loro catechisti come della spina dorsale della comunità cristiana. Sono catechisti che spesso lavorano in condizioni di vita di grande povertà, di grande emergenza sociale, in contesti di grande pluralismo religioso e culturale. I catechisti sono l’ossatura. Quasi sempre sono la presenza di Chiesa. Visitare queste Chiese ha dato a me, sacerdote italiano, grande speranza che lì dove la Chiesa affida il Vangelo ai catechisti, questi davvero riescono ad arrivare lì dove i preti religiosi non possono arrivare. Allora forse come italiani, come europei, dovremmo reimparare a fidarci che i catechisti sono laici che possono arrivare ovunque».
Qual è il messaggio che ha lasciato ai catechisti e agli educatori dell’Arcidiocesi di Pescara?
«Il messaggio che do è che la Parola che possiamo interiorizzare noi per primi, ci fa fare un viaggio interiore che poi sapremo indicare agli altri. Come catechisti, come educatori, come evangelizzatori, forse ci siamo limitati a far fare alle persone dei viaggi in posti che noi non abbiamo conosciuto. Se invece quel posto noi per primi lo abbiamo visitato, non solo lo indicheremo, ma lo racconteremo con tutto il cuore».
Infine qual è il suo auspicio di educatore e di catechista, di chi coordina gli educatori e i catechisti, affinché possa andare sempre meglio anche alla luce di quello che è il cammino sinodale di rinnovamento della Chiesa universale e italiana?
«Il mio auspicio è che possiamo guardare al mondo dei giovani adulti e degli adulti che, riprendendop il Vangelo della scorsa domenica, sono “assetati” e forse cercano occasioni di silenzio, di ascolto, di spiritualità in altri contesti che non sono quelli ecclesiali. Invece, spesso, noi abbiamo da offrire un’acqua viva che altri contesti non possono offrire. Allora dovremmo avere il coraggio di offrire con tutto noi stessi, specialmente agli adulti di oggi, il tesoro che il Signore ci ha affidato».





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