“Per educare i ragazzi, educhiamo prima noi stessi ascoltandoli”
"Accanto agli insegnanti, secondo me - propone don Claudio Burgio -, in ogni classe andrebbe aggiunto un educatore. Perché quest’ultimo può creare quelle condizioni per l'apprendimento, che passano attraverso una serenità nei rapporti, una non-tensione-ansia rispetto, così anche alla prestazione che uno deve compiere. È quindi fondamentale creare un ambiente scolastico, di classe, di gruppo sano, in cui ogni ragazza e ragazzo possa esprimersi senza l'ansia di essere giudicato"
Don Claudio Burgio, cappellano del Carcere "Beccaria" di Milano
È stata una grande lezione utile a decodificare meglio il linguaggio e i bisogni dei giovani d’oggi, così che la comunità educante – famiglia e scuola su tutti – sappiano meglio interagire con loro e comprenderli, quella lasciata giovedì pomeriggio da don Claudio Burgio, cappellano del Carcere minorile “Cesare Beccaria” di Milano nonché fondatore dell’Associazione Kayròs per l’accoglienza di adolescenti disagiati, intervenendo all’incontro dal tema “Educare per disegnare nuove mappe di speranza oggi” presso il Teatro Cavour di Pescara. Un appuntamento, organizzato dalla Pastorale scolastica dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne – Un folto pubblico, composto da genitori, educatori, sacerdoti e docenti, ha assistito e interagito con il noto presbitero che, in mattinata, aveva già incontrato gli studenti delle scuole secondarie superiori di Pescara.
E proprio da questo momento è ripartito: «Stamattina – esordisce don Claudio – ricordavo quello che mi ha detto un ragazzo del “Beccaria”, ovvero “Io non voglio diventare adulto, perché tutti gli adulti che ho incontrato si lamentano da mattina a sera”. Ecco, è una battuta, ma neanche tanto. È una provocazione, però credo che sia interessante ascoltare i ragazzi, perché sono loro che, in fondo, ci stanno dicendo quale adulto accolgono e quale adulto, invece, non è in grado di parlare loro. Certo, a dire il vero, è una generazione che sembra costituirsi come una società tra pari, nel senso che sono ragazzi i quali – nell’ambito che vivo io – si autoregolamentano, si fanno giustizia da sé e, in qualche modo, non concepiscono l’adulto, comunque le istituzioni, lo Stato, come qualcosa nel quale partecipare. Vivono come se fossero estranei a tutto questo nostro mondo adulto».

Ciò premesso, don Burgio si è quindi chiesto come fare ad entrare nel loro mondo e nel loro linguaggio: «La prima è proprio questa, nonostante sia difficile e si arrivi ad una certa impotenza educativa, dobbiamo innanzitutto educare noi stessi. Dobbiamo innanzitutto non presumere di sapere tutto, di avere la coscienza pulita e quindi dobbiamo immergerci anche in quello che immediatamente ci manda un po’ in frantumi, che immediatamente non accettiamo. Faccio ancora una volta un esempio relativo alla mia esperienza personale. La musica rap-trap, quella che i nostri ragazzi ascoltano frequentemente, ma che noi abbiamo un po’ demonizzato perché non appartiene ai nostri valori, al nostro modo e modello culturale. Però immergersi nella loro vita, significa anche – purtroppo – andare ad ascoltare, a capire che cosa si muove dentro certe loro mode, dentro certi linguaggi. E allora, nel mio caso, ho imparato che censurare questo tipo di musica è inutile, non si risolve nulla. Certo non è che allora giustifichiamo questi testi, non è che allora legittimiamo tutto. Però provare a trovare un dialogo con questi ragazzi, significa anche ripartire da loro, dai loro linguaggi, dalla loro musica, anche dai loro disvalori per certi aspetti. Perché questo ci permette anche di porci nuove domande. Noi, se dobbiamo far crescere qualcuno, è perché a nostra volta siamo chiamati a crescere, a domandare. A volte uno dice “ma noi i nostri valori che abbiamo in qualche modo incamerato, sono valori non negoziabili, sono valori assoluti, non possono essere messi in discussione”. Ecco i giovani, i ragazzi che incontro io, che incontrate anche voi, invece chiedono conto di questi valori. Chiedono conto e vogliono capire se noi, come mi disse un altro ragazzo anni fa, i valori li proclamiamo e basta o li viviamo anche».
Dunque la coerenza, per don Claudio Burgio, è la questione più delicata: «Sembra quasi che il nostro modo di trasmettere non solo la cultura, ma anche la stessa fede, sia un modo un po’ convenzionale. Noi ripetiamo magari slogan, ripetiamo formule, c’è una sorta di ripetizione dell’identico che in qualche modo non rende ragione nel cambiamento dei tempi, da quello che questi ragazzi dalla pandemia di Covid-19 in poi vivono. Oggi uno studente, un ragazzo, una ragazza, prima vogliono capire chi sei tu, se davvero quello che insegni, quello che proclami, quello che in fondo vuoi trasmettere, è mosso non solo da intenzioni, ma da convinzioni. Questa è la questione secondo me determinante. Penso alla scuola. Se gli insegnanti non conoscono le dinamiche della loro classe, possono anche pretendere di ottenere un po’ di risultati in un’interrogazione, essere performanti. Ma se quella classe è divisa, con ragazze e ragazzi che hanno problemi tra loro, per esempio, l’obiettivo didattico è l’ultimo dei loro problemi. Quindi, accanto agli insegnanti, secondo me, in ogni classe andrebbe aggiunto un educatore. Perché quest’ultimo può creare quelle condizioni per l’apprendimento, che passano attraverso una serenità nei rapporti, una non-tensione-ansia rispetto, così anche alla prestazione che uno deve compiere. È quindi fondamentale creare un ambiente scolastico, di classe, di gruppo sano, in cui ogni ragazza e ragazzo possa esprimersi senza l’ansia di essere giudicato».



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