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8 marzo, donne: “Dopo la nascita di un figlio 1 su 5 non lavora più”

"Il cambio di passo – richiama Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp – non può essere affidato a singoli interventi spot, ma richiede una organica convergenza di tutte le politiche (dalle politiche fiscali ai sistemi di welfare, dagli orari di lavoro alle politiche per la famiglia), per sostenere da un lato le scelte di procreare e allevare i figli e d’altro lato l’effettiva parità di genere in tutta la vita lavorativa e sociale, e vorrei aggiungere, anche ‘pensionistica’"

Emerge dal “Rapporto Plus 2022. Comprendere la complessità del lavoro”, realizzato da Inapp-Plus

Una donna in smart working

Quella del 2023 è una Giornata internazionale della donna ancora di denuncia delle troppe disparità subite. Infatti, dopo la nascita di un figlio quasi una donna su cinque (il 18%) tra i 18 e i 49 anni non lavora più, solo il 43,6% riesce a mantenere il proprio posto di lavoro (il 29% al Sud e nelle isole), fornendo come motivazione principale la conciliazione tra lavoro e cura (52%), seguita dal mancato rinnovo del contratto di lavoro o dal licenziamento (29%) e da motivi di opportunità e convenienza economica (19%). Invece il 31,8% delle donne non lavorano né prima né dopo la nascita di un figlio, mentre solo il 6,6% ha trovato lavoro dopo la nascita di un figlio. Sono dati che emergono dal “Rapporto Plus 2022. Comprendere la complessità del lavoro”, il quale mette insieme i risultati dell’indagine Inapp-Plus, condotta su un campione di 45 mila individui dai 18 ai 74 anni, presentata ieri a Roma alla vigilia della Giornata internazionale della donna: «Si tratta di un fenomeno – osserva Sebastiano Fadda, presidente dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) -, che ha pesanti effetti demografici ed economici. L’Italia è l’ultimo Paese per tasso di fecondità in Europa e proprio nel 2022 è stato toccato il minimo storico di 400 mila nuovi nati. Peraltro, la maternità continua a rappresentare una causa strutturale di caduta della partecipazione femminile. Il Paese non può più sopportare, oltre alla “fuga di cervelli”, anche questa altra forma di dispersione del capitale umano legata alla mancata valorizzazione e sostegno dell’occupazione femminile».

C’è poi il tutolo di studio a proteggere le donne dalla perdita del lavoro a seguito della maternità, ma ciò avviene solo in parte. Rimangono infatti nel mercato del lavoro le donne più istruite (il 65% delle laureate), ma smette di lavorare oltre il 16% sia di laureate che di diplomate e il 21% delle mamme con la licenza media. Il titolo di studio protegge le donne dalla perdita del lavoro dopo la maternità, ma solo in parte. Restano nel mercato del lavoro le più istruite (il 65% delle laureate), ma smette di lavorare oltre il 16% (sia di laureate, che di diplomate) contro il 21% delle madri con la licenza media: «Sul calo della partecipazione femminile dopo la maternità – precisano gli esperti – pesano condizione familiare, servizi di welfare e istruzione».

Sebastiano Fadda, presidente Inapp

Nelle famiglie composte da un solo genitore sono più alte le quote di uscita dall’occupazione dopo la maternità: 23% contro 18% tra le coppie. Nelle coppie, invece, è più alta la permanenza nella non occupazione: 32% contro il 20% tra i monogenitori. Resta, inoltre, la criticità della poca disponibilità e accessibilità, anche economica, degli asili nido: «La scarsità di servizi per la prima infanzia – constata il rapporto – è confermata dalla percentuale di genitori occupati che dichiara di non aver mandato i propri figli in età compresa tra 0 e 36 mesi all’asilo nido (56%). Tra coloro che invece mandano i figli al nido, poco meno della metà (48%) ha usufruito del servizio pubblico, mentre una quota pari al 40% ha utilizzato un asilo nido privato e al crescere del reddito disponibile aumenta il ricorso ai servizi di asilo nido privati».

Per le famiglie che non possono assumersi gli impegni di cura dei figli, i nonni sembrano essere l’alternativa più utilizzata (58%). È un’opzione economicamente vantaggiosa e generalmente flessibile. Si tratta dello strumento principale a disposizione del “welfare fai-da-te”, utilizzato soprattutto nel Mezzogiorno (63%): «Il percorso delle donne verso una piena e stabile occupazione – aggiunge Fadda – è spesso una vera e propria corsa a ostacoli e ciò, nonostante tra le lavoratici si registrino percentuali di laureate e di altamente qualificate più che doppie rispetto agli uomini. Ma si osserva una marcata distanza anche nell’accesso e nelle caratteristiche dei ruoli di responsabilità: le donne con ruoli apicali hanno la supervisione di una sola persona contro le sette persone supervisionate dai lavoratori maschi».

Urge dunque un cambiamento netto: «Il cambio di passo – richiama il presidente dell’Inapp – non può essere affidato a singoli interventi spot, ma richiede una organica convergenza di tutte le politiche (dalle politiche fiscali ai sistemi di welfare, dagli orari di lavoro alle politiche per la famiglia), per sostenere da un lato le scelte di procreare e allevare i figli e d’altro lato l’effettiva parità di genere in tutta la vita lavorativa e sociale, e vorrei aggiungere, anche ‘pensionistica’».

Dall’indagine, ad esempio, emerge che per conciliare lavoro e cura dei figli, circa un quarto degli intervistati ritiene decisivo un orario di lavoro più flessibile, mentre un 10% indica la possibilità di lavorare in telelavoro o smart working. Il part-time è più spesso indicato dalle donne (12,4% rispetto al 7,9% degli uomini). Quest’ultimo dato, insieme a quello riferito all’uso dei congedi parentali (68,6% per le donne contro il 26,9% degli uomini), è la conferma di un modello familiare che relega le donne nel ruolo di caregiver principale, con evidenti ripercussioni occupazionali e retributive sia nel breve e che nel lungo periodo.

About Davide De Amicis (4423 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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