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Gentile Giuliano Ferrara

Dialogando con Giuliano Ferrara su “Chiesa, amore, aborto”.

Sabato scorso, mi sono sentita catapultata nel «Cortile dei gentili», quando ho letto sul Foglio l’articolo di Giuliano Ferrara dal titolo «La Chiesa, l’amore e l’aborto». Chiesa – amore – aborto: stesso significante (“parola”) ma diverso significato, per un credente nella chiesa apostolica-romana o un laico non credente. È possibile, veramente, il dialogo nel “Cortile dei gentili”? Non un semplice dialogo accademico o una tavola rotonda in cattedrale, ma un dialogo che porti il laico ad avvicinarsi al Dio cristiano «almeno come Sconosciuto»?

L’articolo è corposo, denso filosoficamente, una spirale di argomenti teologici e politici­ – antichi e moderni, una matassa complessa che semplificare vorrebbe dire snaturare. Schematizzare logicamente, però, mi pare altrettanto necessario.

La riflessione di Ferrara prende spunto dalla sentenza con cui la Corte di Giustizia Europea ha stabilito il divieto di brevetto per i medicinali ricavati da cellule staminali con procedimenti che comportino la distruzione di embrioni umani, a qualsiasi stadio di crescita essi si trovino: l’embrione umano è stato riconosciuto come un soggetto autonomo di diritto e ciò deve essere interpretato in modo uniforme in tutta l’UE. Questa sentenza – per quanto segni un importante riconoscimento­ – di fatto, apre negli ordinamenti legislativi Europei una pericolosa doppia verità, diremmo, o, peggio, una doppia morale: da una parte­ – come scrive Ferrara – in Europa si è arrivati a tutelare l’embrione umano «liberandolo da una succosa ma banale ipoteca commerciale» – cioè, lo si tutela da eventuali manipolazioni per fini scientifici e commerciali ­–; dall’altra, però, si continua a permettere l’aborto – cioè, l’omicidio di «un feto o di un bambino non nato ma già nutrito e accudito», in nome del principio di autodeterminazione della donna e dell’uomo a controllare la riproduzione. In sintesi, in Europa – dopo questa sentenza, la dignità dell’embrione sarebbe riconosciuta moralmente e giuridicamente superiore a quella del feto perché la dignità di quest’ultimo sarebbe, invece, riconosciuta moralmente e giuridicamente inferiore alla libertà della donna di autodeterminarsi nella riproduzione.

La sentenza della Corte di Giustizia Europea non soddisfa, apre orizzonti inquietanti. Essa avrà un valore veramente epocale solo, e solo se, verrà esplicitata in tutte le sue conseguenze, solo se diventerà il precedente giuridico sul quale far leva per ripartire con una seria battaglia prolife che difenda la vita fin dal suo concepimento, fin da quel “prima”, senza il quale non ci sarebbe nessun “poi”: nessun embrione, tanto più nessun feto.

Fin qui concordiamo pienamente con Ferrara, ma da questo momento non possiamo non far notare come l’articolo, dietro un discorso finemente ed intelligentemente argomentato, inizi a cavalcare una posizione – che si professa laicama che a noi sembra essere profondamente laicista, con esiti apertamente anticlericali e, ancor più, critici del cuore stesso del cristianesimo.

Secondo Ferrara, infatti, gli unici in grado di portare alla meta la battaglia prolife ­– gli unici capaci di estirpare dall’umanità «l’omicidio seriale dell’aborto e i suoi pericolosi correlati di ingegneria eugenetica» – sono e possono essere solo i laici antiabortisti dei quali lui stesso si fa portavoce. La campagna antiabortista è destinata al successo solo se è combattuta laicamente, in nome di un’etica razionale per cui la difesa della vita umana, fin dal suo concepimento, diventi un «dogma razionale», un «imperativo categorico», cioè, una verità evidente per tutti perché universalmente valida. Anche se il riferimento all’etica kantiana non è esplicitato, è chiaro come Ferrara, in sintesi, sostenga che «non abortire» possa avere un valore moralmente e giuridicamente vincolante per tutti se, e solo se, diventa un’applicazione particolare della legge universalmente valida per cui gli uomini «non devono mai trattare se stessi e gli altri come mezzi, ma sempre nello stesso tempo come fini in sé». In questa rivendicazione della presunta autosufficienza dell’etica razionale a vietare l’aborto, Ferrara ci sembra, però, dimenticare come lo stesso Kant considerasse «il regno dei fini» solo come un regno ideale, un fine verso cui possono solo tendere la morale e la legge civile che la rispetti. In altre parole, se per evitare l’aborto fosse sufficiente fare appello al “non uccidere” solo come “dogma razionale” – cioè se fosse universalmente evidente che la vita non va uccisa fin dal suo concepimento – sostanzialmente, l’aborto non sarebbe praticato e neanche si sarebbe dovuti ricorrere alla legge civile per regolamentarlo. Da parte sua, poi, anche la legge civile, non si conforma necessariamente alla legge morale, e questo lo prova il fatto, appunto, che in diversi Stati l’aborto sia giuridicamente legittimato. Per quanto detto, si evince che la legge morale che prescrive di “non uccidere” non ha, in sé e per sé, una valenza universalmente valida e automaticamente cogente per tutti. Se è così, allora, ci chiediamo: come può un’etica razionale per cui “non uccidere” sia solo un dogma razionale, essere sufficiente a combattere l’aborto, se non vincola automaticamente l’uomo, né da un punto di vista morale, né da un punto di vista civile?

Se, nel rivendicare l’autosufficienza dell’etica razionale a sconfiggere l’aborto, il discorso di Ferrara sembrerebbe muoversi ancora nell’orizzonte della laicità, a noi sembra che ceda alla deriva laicista quando, invece, arriva ad affermare che questa etica razionale, la solo capace di estinguere il male dell’aborto, troverebbe «il vero inciampo, il vero sacrosanto scandalo sulla via dell’estirpazione dell’omicidio seriale dalla nostra comune cultura di morte» proprio nella Chiesa e nella morale cristiana. Secondo Ferrara, infatti, da una parte la Chiesa – anche quella militante che si dà da fare contro l’aborto operosamente e minuziosamente – mancherebbe di operatività pratica quando «stenta ad assumere la lotta all’aborto come programma laico di intervento nello spazio pubblico (Onu, governi, sistema sanitario, coscienza culturale diffusa, pulpito comizio)»; dall’altra parte, poi, la morale cristiana, in sé e per sé, sarebbe insufficiente a vincere l’aborto perché pensa di poter vincere «la sordità morale del moderno verso la morte in pancia» con l’«amore»: un principio che non è universalmente valido e, quindi, non può essere neanche giuridicamente e politicamente vincolante per tutti. Da qui, l’appello alla Chiesa perché si converta ad un etica razionale cioè ad «un metodo che oltre la dimensione inesausta dell’amore si radichi nella verità della ragione che di fede ed amore e chiamata a dar conto».

Sul primo punto – cioè sul fatto che la Chiesa stenterebbe ad assumere la lotta all’aborto come programma laico di intervento nello spazio pubblico – ci sembra opportuno richiamare quanto ha detto il cardinal Bagnasco nel discorso tenuto ai cattolici riuniti a Todi. Nella sua prolusione, il cardinale, ha ribadito come la Chiesa auspichi che la «comunità cristiana animi i settori prepolitici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica», difendendo il patrimonio di quei valori non negoziabili su cui si basa l’autentica concezione dell’uomo e della sua dignità. Dall’altra parte, però, il cardinale, in nome del rispetto della laicità dello Stato, ha fugato ogni dubbio sulla possibilità che la Chiesa voglia «intervenire in ambiti estranei alla sua missione», cioè che caldeggi o lavori per la ricostruzione di un partito unico dei cattolici o voglia che questi confluiscano in uno di quelli esistenti. Alla luce di questo, la mancanza di operatività della chiesa in campo politico – paventata da Ferrara – ci sembrerebbe esprimere più il suo personale timore che, seguendo le linee guida della Santa Sede, i voti dei cattolici vadano dispersi e non confluiscano, magari, in una campagna prolife sotto la generica etichetta di “laici antiabortisti”.

Un’ultima considerazione vorremmo esprimerla sul punto più importante, quello in cui – secondo Ferrara – la morale cristiana sarebbe insufficiente a combattere l’aborto perché vorrebbe sconfiggerlo con l’«amore» che non è un dogma razionale universalmente valido per tutti ed, in più, perché nell’amore ci sarebbe una «comprensione per il peccato». Per prima cosa, è bene evidenziare come, per tutto l’articolo, Ferrara parli di «amore» senza lasciarci capire bene a che cosa si riferisca. All’inizio dell’articolo, scrive che il Papa ha annunciato un’Enciclica sulla fede, dopo quella su «amore e carità nella verità». Qui, sembrerebbe alludere, con «amore», ad una virtù teologale che, però, è la carità e che è stata oggetto di un’Enciclica non dal titolo «amore» ma Deus Caritas est, insieme alla Caritas in Veritate e alla Spe slavi ­– che non cita. Quando, invece, dice genericamente che la Chiesa combatterebbe l’aborto con l’amore sembrerebbe, piuttosto, alludere al comandamento «ama il prossimo tuo come te stesso»; quando, infine, dice che nell’amore c’è «una comprensione per il peccato» che, lo anticipiamo ­– nella Chiesa non c’è, sembrerebbe addirittura riferirsi ad una sorta di pietas umana, casomai, verso il peccatore. Facciamo ordine.

La Chiesa non combatte l’aborto con “l’amore”, né tantomeno mostra nessuna «comprensione per il peccato», ma lo combatte radicalmente con un comandamento preciso: «non uccidere». Questo comandamento si trova nel Decalogo, ma era già contenuto nell’Antico Testamento dopo il castigo purificatore del diluvio (cfr. Gn 9, 5-6). La tradizione cristiana, come dimostra la Didachè – il più antico scritto cristiano non bilico ­– ha sempre combattuto l’aborto, fin dal suo primo confronto con il mondo greco nel quale era ampiamente praticato, riconoscendo che con esso si compie un omicidio: «l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (Lett. Enc. Evangelium vitae, n.58, p.88). La Disciplina canonica della Chiesa, fin dai primi secoli, ha colpito con sanzioni penali coloro che praticavano l’aborto; dal 1917, il Codice di Diritto Canonico sancisce che «chi procura l’aborto ottenendo l’effetto incorre nella scomunica late sententiae, cioè automaticamente» (Ivi, n.62, p.93). Tutto il Magistero pontificio, poi, ha sempre ribadito con grande vigore la condanna dell’aborto come «disordine morale grave in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente» (Ivi, n.62, p.94) La responsabilità dell’aborto, per la Chiesa, non ricade solo sulla donna, ma anche su tutti doloro che concorrono al male: sul padre del bambino, sulla famiglia, i medici, il personale sanitario e gli stessi legislatori. Ma la Chiesa si spinge ancora oltre, e ritiene che, quando una legge civile pretende di legittimare l’aborto questa non crea nessun obbligo per la coscienza, ma solleva anzi un preciso e grave obbligo di opporsi ad essa mediante l’obiezione di coscienza: «non è mai lecito conformarsi ad essa, né partecipare ad una campagna di opinione in favore né dare ad essa il suffragio del proprio voto» (Ivi, n.73, p.111). Ai fini della tesi sostenuta da Ferrara, è importante precisare che il comandamento negativo «non uccidere» ­– e, in positivo, «amerai il prossimo tuo come te stesso»  non è un comandamento imposto da Dio all’uomo arbitrariamente e, quindi, contrario alla ragione; il precetto «non uccidere» è affermato dalla Sacra scrittura, trasmesso dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e universale, perché è fondato in quella legge non scritta che ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio cuore (cfr. Rm 2, 14-15), e che prescrive il rispetto di alcuni diritti fondamentali che appartengono nativamente alla persona, primo e fondamentale tra tutti è l’inviolabile diritto della vita di ogni essere umano. La morale cristiana non è contraria all’etica razionale, perchè entrambe si fondano sulla legge naturale inscritta nella ragione umana; se l’etica razionale, però, ha come unico fondamento la ragione ­­– che non riesce ad avere un valore universalmente vincolante per gli uomini, la morale cristiana, invece, fondando la legge naturale in Dio, le fa acquistare un valore veramente cogente per l’arbitrio e la prepotenza umana, riconoscendo che solo Dio è Signore della vita dal suo inizio alla sua fine, e quindi, solo per questo, nessuno ­­– in nessuna circostanza – può rivendicare il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente. Donandogli la vita Dio esige dall’uomo che la ami, la rispetti e la promuova. In tal modo il dono si fa comandamento ed il comandamento dono (Ivi, n. 52, p. 79).

E qui finisce la mia incursione nel “Cortile dei gentili”. Un dialogo, per me, fecondo ma destinato a rimanere su posizioni inconciliabili. Se per Ferrara il retto cammino della ragione è uscire dal tempio per ridurre la fede all’etica razionale del cortile, per me, invece, è passare dal cortile al tempio per «allargare gli orizzonti della ragione».

 

3 Comments on Gentile Giuliano Ferrara

  1. Operatività pratica? Se vai a Tucson non fare la ginecologa abortista!
    Valori non negoziabili? Da negozio. Bagnasco ha smentito tutti però nel suo intervento “pro-decency” (unico e irripetuto) avendo quasi tralasciato il discorso proLife proIci proIrc: una cosa su cui riflettere…

  2. Claudia // 26 ottobre 2011 a 19:26 //

    Ottimo articolo! Mette in rilievo un problema evidente che non è solo relativo al tema dell’aborto (qui spiegato in modo mirabile) ma, in generale, al dialogo con i “gentili” di oggi. Il “gentile” che aveva la possibilità di una sua zona al tempio di Gerusalemme era attratto dalla spiritualità ebraica pur senza farla sua del tutto. I “gentili” odierni, invece, sembrano più attratti dal rapporto con l’istituzione Chiesa che non dalla sua dottrina e dalla spiritualità che esprime. La speranza di un dialogo con loro permane e va tenuta sempre viva. Senza tuttavia scendere a compromessi, da parte cattolica.

  3. Andreas Hofer // 26 ottobre 2011 a 16:12 //

    Andreas Hofer Articolo S-T-R-A-O-R-D-I-N-A-R-I-O, Claudia! La penso esattamente come te da anni!
    Purtroppo questo è il grande limite di Ferrara (senza nulla togliere al coraggio da “centurione” palesato in questi anni dall’elefantino): la sua opposizione all’aborto è di natura postulatoria, non ha un solido fondamento ontologico. In una parola, anche Ferrara si muove all’interno dell’orizzonte razionalistico-immanentistico dell’Occidentalismo. Il kantismo presenta la stessa, enorme falla. Non a caso il pensiero moderno si è trovato di fronte a un bivio in cui sia l’assioma “umanista” (Kant: considera l’altro come fine e mai…

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  1. Gentile Giuliano Ferrara « Sposati e sii sottomessa

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