“Fidatevi di Cristo! Con Lui si è felici se gli si dedica un po’ di tempo”
"Papa Francesco - ricorda don Carmine - diceva che noi siamo un pensiero di Cristo e quello dobbiamo essere, ovvero il pensiero che Cristo ha avuto per la vita di ognuno di noi. E quando noi arriviamo veramente a scoprire il pensiero che Cristo ha per la nostra vita, allora saremo le persone più felici. E si è felici essendo preti, essendo suore, essendo dottori, essendo commercialisti, essendo madri o padri, essendo quello a cui il Signore ci chiama"
Don Carmine Di Marco, parroco della Beata Vergine Maria del fuoco a Pescara
Nella veglia di preghiera in preparazione alla 63ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che la Chiesa di Pescara-Penne ha celebrato lo scorso venerdì 24 aprile presso la chiesa di Sant’Andrea Apostolo a Collecorvino, oltre alla santa messa presieduta dal vicario generale dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne don Amadeo José Rossi e concelebrata dal parroco e direttore della Pastorale vocazionale diocesana don Roberto Goussot, si è tenuta anche un’adorazione ecuaristica dedicata all’approfondimento dei tre verbi al centro del messaggio di Papa Leone XIV per la giornata: “fermatevi, ascoltate, affidatevi”.Se il primo verbo era incentrato sulla preghiera e la meditazione davanti il Santissimo Sacramento, il secondo ha invece previsto l’ascolto della testimonianza di colui che è stato l’”Anania” di don Roberto Goussot, ovvero il parroco della chiesa della Beata Vergine Maria del fuoco di Pescara don Carmine Di Marco:
«Buonasera a tutti, mi chiamo Carmine, ho 64, quasi 65 anni, quindi sono un vecchietto. Sono di Loreto Aprutino, un paese qui vicino. Non so se alcuni di voi mi conoscono e attualmente sono parroco alla Beata Vergine Maria del Fuoco di Pescara da 8 anni. Sono stato poi per sei anni a San Luigi e due anni li ho vissuti a Loreto. Sono 16 anni che sono che sono sacerdote. Ringrazio don Roberto che mi ha invitato a questo incontro, perché per me è sempre un’occasione per rendere lode e gloria a Dio, perché ha fatto tutto Dio e perché fa tutto Dio. Io ero un ragazzo normale con quella fede che mi aveva inculcato mia nonna, la quale naturalmente mi diceva che se volevo andare a giocare a pallone, che amavo tanto, dovevo imparare il Credo, il Padre Nostro e l’Ave Maria. Posso dire che credevo in Dio, ma credevo nel mio Dio, però a messa non ci andavo mai. Per me la Chiesa era un tabù, magari l’occasione per poter stare davanti al bar a prendere il mio cocktail e vedere qualche ragazza, perché era quello che mi interessava. E quando vedevo i preti cercavo di scappare o da una parte o dall’altra. Anzi tante di quelle volte, come San Paolo, li ho anche perseguitati e quindi dicevo loro “Ma volete lavarci il cervello?! Io nella vita voglio fare quello che dico io, senza che nessuno mi dica assolutamente dire nulla”. E così sono andato avanti nella mia vita. Però mi faceva riflettere quello che diceva don Roberto di quei due discepoli di Emmaus, perché loro si sono allontanati da Dio, sono andati via. Nel momento della prova hanno abbandonato la comunità cristiana per andare alla ricerca di Dio il quale, però, non si allontana mai dall’uomo e non si è allontanato mai da me. Anzi, aveva preparato tutto affinché veramente io potessi realizzare il suo progetto. A scuola andavo bene, però andavo bene quando studiavo, quando invece volevo fare altre cose, allora prendevo la scusa della tabella che c’era divieto d’accesso lungo la strada e dicevo “non si può passare, quindi non ci vado a scuola”. E quindi facevo la mia vita. Però il Signore ha voluto che mi diplomassi geometra. Eppure io pensate che al compito di Tecnologia delle costruzioni presi uno meno. E il professore mi disse il meno “Ti ho dato uno meno per l’inchiostro che hai sprecato, altrimenti era zero”. Però bene o male mi sono diplomato e poi, siccome la mia ragazza mi aveva lasciato, ho pensato di andarmene altrove. Sul pullman incontrai un amico, che mi disse “Vado a Perugia a iscrivermi a Scienze Agrarie”, così gli dissi “Vengo anch’io”. Così, deluso, arrabbiato perché la mia ragazza mi aveva mollato e vado a Perugia. Però lì trovo la voglia di studiare, la voglia di fare. L’università andava a gonfie vele. Incontro una ragazza stupenda, bellissima, con cui mi fidanzo e decidiamo quasi di sposarci. Vado a casa, però lei mi dice: “Ma no, adesso dobbiamo aspettare, devi fare anche il militare”. Allora, decisi di andare a fare il militare per poi sposarmi al mio ritorno. Ma durante il servizio militare ecco che comincio a pensare: “Ma io gli voglio veramente bene a quella ragazza, ma è proprio quello che vado cercando? È proprio quello che mi dà la gioia nel cuore? È questa la mia vita? E me ne vado in tilt. Moralista com’ero, dicevo, “Adesso mi sono fidanzato in casa, i genitori mi hanno conosciuto, posso lasciarla?” Però sentivo dentro di me, con grande sofferenza, che non era quella la mia via, che non era quella la mia strada. Sentivo dentro di me qualcosa che mi diceva che c’era qualcos’altro per me. Ma per oppormi a questa voce, praticamente caddi in una depressione terribile. Ricoverato all’ospedale militare, mi vennero a prendere a Tarcento vicino Udine. Finii il militare e così non riuscivo a a venire fuori da questa depressione. Ero ingrassato, stavo sempre sulla poltrona, mia madre addirittura doveva imboccarmi per darmi da mangiare. Psicologi, psichiatri, mi sono rivolto a chiunque ma non riuscivo assolutamente a venirne fuori fin quando non andai a lavorare. Avevo studiato Agraria e andai a lavorare Alla “Cooperativa Scal” di Loreto Aprutino. Sembravo il figliol prodigo. Dopo tanti studi, mi ritrovai a prendere i sacchi di oliva, a fare il garzone. Ma quella fu la mia fortuna, perché attraverso il lavoro fisico e la relazione con le persone, ho cominciato a rinascere. Ho lasciato la ragazza facendola soffrire tantissimo e questo me lo portavo veramente nel cuore. Però sapevo dentro di me che non era quella la strada e, lavorando in quella stessa cooperativa da garzone, sono alla fine diventato un tecnico. Seguivo tantissime aziende, tantissimi contadini qui nella zona Vestina. Conoscevo tutti, avevo fatto amicizia con tutti. Il Signore mi ha dato soldi, mi ha dato tutto di quello che nella vita potevo avere. Ma ogni volta che restavo solo, vedevo che qualcosa ancora mancava, c’era qualcosa che non mi completava. E più che altro, poi, mi accorsi che avevo fatto del lavoro un idolo. Era lui il mio idolo per cercare di essere qualcuno, per cercare di fare i soldi, per cercare di avere potere. Volevo fare esperienze politiche, volevo essere qualcuno, stare al centro dell’attenzione. Ma mentre si sviluppava tutto, i miei conti alla banca, le mie macchine, mi bloccai con la schiena e in quel tempo si ammalò anche il marito di mia cugina. Entrammo insieme all’ospedale ma lui, dopo tre settimane, morì perché ebbe un tumore fulminante alla colonna vertebrale. Io, invece, dopo un po’ di tempo uscii iniziando a farmi tantissime domande sulla vita, sul suo valore, sul perché dell’esistenza, sul perché del dolore, sul perché della morte. E mi dicevo: “Ma con la morte finisce veramente tutto?”. Ed ecco che nel momento in cui proprio stavo in questa situazione, mi arrivò la notizia, come per l’angelo Gabriele che arriva a Maria e le dice: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù”. Non sono queste le parole che mi hanno detto, naturalmente, però hanno avuto lo stesso significato, lo stesso valore e così cominciai a frequentare la chiesa, ad andare a messa. Avevo nel cuore la voglia di fare delle opere di carità. E il Signore si manifestò con un altro angelo, perché in una libreria di Pescara incontrai una ragazza con un sorriso stupendo e io dentro di me, arrabbiato com’ero, dico: “Ma come la fai ridere così?” E lei mi disse: “Vieni, vieni e seguimi”. Così mi portò ad una celebrazione de Le Ceneri in chiesa. Potete immaginare, no? Uno che non c’è mai andato in chiesa quando vedeva la gente con la cenere sopra la testa. Però ci tenevo a quella ragazza e ho continuato a frequentare. Alla fine quella ragazza è uscita dal cammino di fede che faceva e invece io sono rimasto. Ad un certo punto, vedete come il Signore fa la storia e come il Signore la guida, vedo in fondo alla chiesa un manifesto della Giornata mondiale della gioventù di Parigi. Siamo nel 1997 e, non so perché, ma nel cuore mi scattò qualcosa. “Io devo andare là”. E nel momento in cui andai a quella Giornata mondiale della gioventù, io con la mia schiena che non mi potevo più muovere, miracolosamente, si sciolsero tutte le tensioni. Riuscivo a prendere le valigie di tutte le ragazze, sempre per farmi vedere naturalmente. A un certo punto, partecipo ad un incontro di chiamata per le vocazioni, per andare in qualsiasi parte del mondo. Mi sentii come un fuoco dentro di me, come un qualcosa che sotto i piedi mi sollevava dicendo: “Tu devi andare” Ma dove andavo? Io la Chiesa neanche la conoscevo, così poi sono entrato in un cammino di fede, il Cammino Neocatecumenale a Loreto Aprutino. E dopo due anni mi sono ritrovato in Nicaragua, al Seminario “Redemptoris Mater” dove ho vissuto un’esperienza bellissima attraverso missioni, anche quelle fatte nel carcere dove conobbi tanti aspetti della vita. Poi, per una puntura di una zecca che mi inoculò una malattia respiratoria, dovetti tornare in Italia e dopo aver studiato al Seminario “Redemptoris Mater” di Macerata, mi incardinai sacerdote nell’Arcidiocesi di Pescara-Penne. Che dire? Una cosa sola… È Dio che chiama e mi tornano in mente quelle parole pronunciate anche da San Giovanni Paolo II a Roma: “Non abbiate paura di Cristo, non abbiate paura di aprire il vostro cuore a Cristo”. Io che pensavo che la Chiesa era qualcosa che mi voleva lavare il cervello, mi sono accorto che nella Chiesa tu trovi quella Parola che veramente è una lampada per i tuoi passi. Io che pensavo che la messa era una cosa noiosissima, una cosa da sopportare, ho visto che nell’Eucarestia c’è veramente il tutto, che nella parola di Dio e nel sacramento dell’Eucarestia c’è la pienezza di tutto. Cristo non mi ha mai deluso, è sempre stato fedele. Cristo ha fatto sì che oggi io potessi essere una persona felice, felice del mio sacerdozio, felice della mia storia, felice della mia vita, della quale non rimpiango nulla e non mi ha tolto assolutamente nulla. Fare la volontà di Dio, rispondere alla chiamata di Cristo non significa “castrarsi”, non significa diventare tristi, non significa imprigionarsi, significa fare quello che tu desideri, quello che veramente sta nel profondo del tuo cuore e che tante di quelle volte non lo vediamo proprio perché non ci fermiamo, proprio perché non ci ascoltiamo. Proprio perché per andare a volte di fronte a quello che il mondo ci dice, perché è il mondo che ci lava il cervello, sono i media che ci lavano il cervello, sono tutte queste cose che ci mettono altre cose nella testa. A me piace tanto la figura di San Carlo Acutis che diceva una cosa: “Noi dobbiamo essere originali, non dobbiamo essere delle fotocopie, noi dobbiamo essere quello che siamo”. Papa Francesco diceva che noi siamo un pensiero di Cristo e quello dobbiamo essere, ovvero il pensiero che Cristo ha avuto per la vita di ognuno di noi. E quando noi arriviamo veramente a scoprire il pensiero che Cristo ha per la nostra vita, allora saremo le persone più felici. E si è felici essendo preti, essendo suore, essendo dottori, essendo commercialisti, essendo madri o padri, essendo quello a cui il Signore ci chiama. Questa è la santità. La santità non è essere tutti San Francesco o Santa Teresa. San Francesco è stato pensato per essere San Francesco, Santa Teresa per essere Santa Teresa. Magari tu sei stato pensato o pensata per una famiglia cristiana. Tu sei stata pensata o pensato per essere un dottore o per essere missionario o non so che cosa. Ognuno di noi è stato pensato per qualcosa e la gioia sta nel poter scoprire questo. Ecco perché è importante fermarsi, è importante ascoltare, è importante dare un po’ del nostro tempo al Signore, perché tante di quelle volte la nostra preghiera col Signore non è un dialogo, è un monologo. Andiamo dal Signore, gli chiediamo quello che vogliamo e che ci realizzi, ma non ascoltiamo quello che vuole portare al cuore di ognuno di noi. Non lo ascoltiamo, come facciamo tante volte anche con i genitori. Allora veramente mi sento di dire: “Fidatevi di Cristo, fidatevi della sua parola, fidatevi della Chiesa. La Chiesa ha i suoi problemi, certamente, ma la Chiesa è fatta di peccatori. La Chiesa siamo noi tutti con i nostri peccati. La Chiesa è santa perché Cristo è santo. Fidiamoci di questa grazia che veramente abbiamo e lasciamo che il germe dello Spirito Santo, che è stato seminato in noi attraverso il battesimo, possa veramente produrre frutti di vita eterna. Io spero che questa parola possa veramente arrivare al cuore di tanti giovani, per poter dire loro veramente che con Cristo si è felici e che se noi gli dedichiamo un po’ di tempo, Lui ci paga non 100 volte tanto, ma molto, molto più. Grazie per la vostra attenzione e soprattutto grazie al Signore perché mi permette di essere qui stasera».
Infine, per il terzo verbo “affidatevi” ogni singolo partecipante ha affidato per iscritto le proprie intenzioni, ritirando un’intenzione di preghiera a cui dedicarsi.



Scrivi un commento