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Habemus anti-papam

Affronto al Papa? Oltraggio alla Chiesa? Da parte di chi? Ultimo colpo d’occhio sul film di Moretti

Talvolta è una giustificazione sufficiente, alla decisione di dire o di scrivere qualcosa, il semplice fatto che dell’argomento di cui si intende parlare già altri, tanti altri, abbiano parlato: libri ex libris fiunt, e lo stesso vale per i giornali (cartacei o no), che hanno la disgraziata consuetudine di uscire a scadenze fisse – come riempire una rubrica diventa spesso un incubo per un redattore, e se si tenesse presente questo principio di quotidiana insania editoriale si saprebbe come fare spallucce di buona parte di ogni quotidiano.

Un’altra cosa che però serve sempre, quando si vuole parlare di qualcosa di cui già tutti hanno parlato, è l’autoconvincimento di poter dire qualcosa per cui non basterebbe semplicemente rimandare a uno di quei moltissimi che già si sono pronunciati, per iscritto o no. Nella fattispecie questa condizione spaventa meno di quanto farebbe normalmente, perché Habemus Papam di Moretti ha già scatenato un ventaglio di reazioni dall’ampiezza indeterminabile, fuori e dentro il mondo cattolico. Tralasciamo quindi il resoconto della trama (ormai più o meno nota anche a chi non avesse visto il film, e altrimenti rintracciabile un po’ dappertutto) e ricapitoliamo le posizioni tipiche che il film ha suscitato.

Partiamo dai diretti interessati: come ormai è noto, Moretti s’era recato dal Cardinal Ravasi presentandogli un canovaccio dell’idea; alla vigilia della Prima, Ravasi aveva rivelato in conferenza stampa questo piccolo retroscena, sottolineando come “significativo” che il regista avesse cercato un contatto previo, aggiungendo però di non aver visto il film (e quindi di non poter esprimersi con un giudizio compiuto) e di aver scelto di non “marcare stretto” il regista – allo scopo di non impegnare né lui né la Santa Sede (che un Cardinale rappresenta, sempre e comunque). Quanto ai molteplici riferimenti del film, difficile che si possano scrivere riflessioni più lucide, più penetranti, più competenti e più raffinate di quelle che la conversazione di Elmar Salmann ha affidato alla penna di Marco Burini, per Il Foglio del 19 aprile 2011 (clicca link).

Tenendoci per forza di cose al di sotto di queste altezze, continuiamo l’appello delle voci principali sul film di Moretti: Avvenire ha ritenuto conveniente dare spazio a due penne di posizioni sensibilmente diverse (clicca link) – Marina Corradi e Salvatore Izzo – quantunque il Direttore, Marco Tarquinio, si sia mostrato più spostato sulla “linea rigida” che su quella conciliante. Ma la Corradi non è stata affatto conciliante, se conciliante non vuol dire “intelligente” e “disinibita”. La cosa davvero positiva, in questo tam-tam giornalistico, è stata se non altro che anche Liberazione (clicca link) non ha potuto mancare di sottolineare la convivenza di opinioni diverse nel grande grembo del cattolicesimo.

E non è capitato per caso, né sarebbe – figuriamoci – merito di Moretti! Chi vive nella Chiesa sa bene come proprio in quell’impianto gerarchico di struttura verticistica siano numerosi e ampî gli “altipiani gestionali” in cui lo spazio per la discussione è un fatto assodato, chiaro, di cui ci si stupisce solo per contatto con la giungla “di fuori”. È dall’ecclesiologia di Cipriano e di Agostino che la Chiesa ha imparato che «l’unità va cercata nelle cose necessarie, la libertà in quelle di importanza non determinante, la carità in tutte, sempre e comunque».

Ora a noi: il papato rientra in quale di questi ambiti? Certamente nel primo, tant’è che l’ufficio petrino è l’ufficio del ministro dell’unità dei cristiani. Il problema però è: parla davvero del Papa questo film? Sembra non avere dubbî in merito Izzo: «ll Papa non si tocca, è il vicario di Cristo, la Roccia su cui è fondata la Chiesa». Giusto, ma siamo sicuri che si sta toccando veramente il Papa? E “toccando” in che senso, se in fin dei conti perfino il “gran rifiuto” di un Papa depresso, nel debolismo dilagante del mondo morettiano, è letto e interpretato come segno di delicatezza e umanità? Quello non è il Papa: osservazione interessante, quella di Marina Corradi, perché non prega (né vale – è giusto sottolinearlo – considerare “preghiera” la semplice “ricerca di sé”). Quella, parimenti, non è la Chiesa, perché non esiste un conclave in cui nessuno prega (se non in momenti liturgici). Di nuovo: parla del Papa questo film? Non sembra nutrire dubbî consistenti in merito Bruno Volpe, che a nome del sito Pontifex ha denunciato Moretti, Procacci e Fazio per diffamazione del Santo Padre (clicca link); dispiace davvero, in merito ai cosiddetti tradizionalisti, che tanto (troppo) spesso vengano ascoltati come voce autorevole della cristianità, laddove mentre denunciano persone con accuse inconsistenti non si vergognano di plaudere alle rimostranze veneziane degli sparuti disadattati di “Christus Rexcontro Benedetto, il Papa apostata, l’8 maggio (clicca link)! Chi è che lede la persona e l’ufficio del Papa?

Invocava addirittura il fulmine di un solenne “Non expedit, Salvatore Izzo: è davvero un film – questo film – il caso di un simile provvedimento? Avrebbe davvero giovato a qualcuno, che l’autorità ecclesiastica (vien da ridere solo a immaginarselo) avesse intimato ai fedeli di boicottare i botteghini? A chi? Che Chiesa è quella che rifiuta di ascoltare un interlocutore che vuol provare a dirle come la vede (altro discorso da fare sugli esiti, naturalmente)? Come non prendere, poi, le sue pretese di forza e di autoconsapevolezza per un improponibile bluff? Se l’appello sconsiderato di Izzo avesse avuto un seguito, allora sì che avremmo avuto gatte da pelare: ci sarebbero stati senza dubbio dei cattolici “obbedienti”, che sarebbero stati tacciati dagli altri cattolici, e dai non cattolici insieme, di servilismo e di zerbinaggio prono alla fantomatica “voce del padrone” (ma per fortuna non curat de minimis prætor); e degli altri che avremmo dovuto dire? Avremmo dovuto immolarli sull’altare dei figlî degeneri? C’è da dire, invece, che una volta tanto la critica della Commissione Nazionale per la Valutazione Film (CNVF, strumento della CEI) ha prodotto una recensione molto convincente e ragionevole (clicca link), la quale non teme di ammettere in sostanza con Vittorio Messori che «non c’è di che ritenersi offesi in quanto cattolici», ma neppure teme di denunciare tra le righe che «il mestiere furbo e esperto di Moretti lega anche e comunque [la “parabola sulla rinuncia” tracciata dalla trama] alla cassa di risonanza massmediatica che la scelta del mondo vaticano comporta».

Allora fa male Moretti? È difficile vedere nella pellicola (e nel contegno del Regista) una malignità d’intenzione, a meno di non volersi spingere in giudizî temerarî: Moretti non “fa male”, ma è inetto. Di nuovo, la recensione pubblicata sul sito dell’ACEC si chiude con un grassetto che riconosce il film come «prodotto italiano dai molti spunti di riflessione», e non più di un rigo sopra aveva invece concluso dichiarandolo «complesso e segnato da superficialità». Superficialità? Sì, perché la carta dell’umanità degli alti prelati è una carta suggestiva per chi li vede sempre e solo sotto le luci della ribalta e non s’è mai fermato serenamente a contemplare che un ottuagenario avrà problemi di sonno, di prostata e di reni anche se è coperto di porpora dalla testa ai piedi. All’ospizio cardinalizio che è il conclave di Moretti non manca solo la preghiera: questa glie la si farebbe passare, data la dichiarata distanza del Regista dal mondo della fede (anche se la cosa sarebbe potuta bastare, a tempo utile, per rimettere sul tavolo di lavoro l’intero progetto). Ma all’ospizio cardinalizio mancano quei tratti d’umanità che dovrebbero distinguere da semplici “buoni vecchietti” delle personalità il cui rango è solito essere indicato (a torto o a ragione, a seconda dei casi) col titolo di “Eminenza”. È ingenuo pensare che una vita dedicata all’esercizio intensivo di almeno una di queste tre attività – ascesi, studio, governo – non modelli profondamente la personalità di chi si trova a praticarla. Non è dunque scandaloso il tavolo delle pillole e delle gocce, né la partita a scopa, né infine il torneo di pallavolo: tutto questo esaurirebbe il proprio spazio naturale, nella pellicola, in quindici minuti. Il resto di questo indugiare (pure “curioso e misericordioso”, come dice Salmann) è francamente di troppo.

Ma il film è superficiale anche in altro: sta bene che il Decano del Sacro Collegio e lo psicanalista agnostico lavorino gomito a gomito nell’organizzazione e nella direzione del famoso torneo di pallavolo – è naturale che in questo contesto si offra alle loro posizioni lo spazio necessario a un confronto disteso. Qui però Moretti si sarebbe potuto sforzare maggiormente di ascoltare (non di condividere!) le ragioni delle posizioni cattoliche sull’origine delle cose. Esse sono enunciate dal Cardinale Decano con un abbozzo di riflessione teologica (dai toni compatibili col torneo in corso) il quale risulta tuttavia incapace di sembrare, nel confronto con il cuore della teoria darwinista, qualcos’altro che una favoletta consolatoria per esseri gettati in realtà in un abisso di nulla.

Quella rappresentata nella pellicola non è la Chiesa perché l’interesse del Regista si sofferma tutto sugli aspetti “scenici” della vita ecclesiale, e sorvola con troppa distrazione ciò che tutti quegli uomini chiamati “Chiesa” da venti secoli ininterrottamente celebrano, credono, pensano, annunciano, rielaborano attendendo fiduciosi… Già, perché anche sulle speranze ultime dei cristiani c’è un notevole scivolone di Moretti, il quale lascia dire al membro più autorevole del Sacro Collegio (durante lo stato di sede vacante) che «l’inferno è vuoto». Si ha un bel dire che “è bello che la Chiesa voglia mostrare indulgenza ai peccatori”, visto che non è apportando taglî al proprio patrimonio dottrinale che la Chiesa cerca di rendersi à la page: quella che viene nel film (pericolosamente) spacciata per opinione autorevole di un Cardinale è in realtà la volgarizzazione spicciola di dense pagine di H.U. von Balthasar, uno dei più grandi teologi del ‘900, il quale riteneva congruo con la spiritualità cristiana nutrire la speranza che la misericordia divina voglia salvare effettivamente tutti.

È vero: Moretti dipinge benevolmente questa Chiesa acciaccata, assediata, vecchiotta ma tanto “umana” (è la parola che trionfa nelle recensioni – ma che vuol dire?) e tanto onesta, nonostante i varî irrigidimenti su alcune posizioni. È vero, ma questa Chiesa – quella che Moretti ha pazientemente cercato di comprendere e riproporre – non è la Chiesa che si comprende come il germe del Regno del Dio di Gesù Cristo; e se essa è senz’altro interessata a rilevare i modi in cui viene compresa da quelli a cui è mandata, non dovrebbe pure provare a ricomprenderla chi la vede tanto diversa come essa protesta d’essere?

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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3 Comments on Habemus anti-papam

  1. tito paolo // 13 maggio 2011 a 15:08 //

    Gossip da Cannes: Finalmente spiegate le matte risate dei critici russi al film di Moretti: causa ruolo comico di Jerzy Stuhr portavoce del Vaticano, si sono convinti che prenda molto in giro i polacchi.

  2. tito paolo // 11 maggio 2011 a 08:41 //

    Ho visto il film. A caldo posso dire che tocca le corde profonde di un certo umorismo e di una certa ironia nei confronti di una Istituzione plurimillenaria che ha i suoi riti, le sue celebrazioni, le sue idiosincrasie, le sue suggestioni pluricollaudate. Una gigantesca macchina del consenso che per una volta si inceppa per l’inadeguatezza senile del suo principale protagonista. Moretti scherza un pò su tutto: sul conclave, sui cardinali, sulle guardie svizzere, sulle suore, sulla psicoanalisi, sui “privilegi” della SCV, sul capo ufficio stampa (vero deus ex machina di tutta l’azione filmica), anche sulla gente ignara che con striscioni e bandiere aspetta l’Eletto, qualunque esso sia, e si ritrova, alla fine, con un vecchietto che biascica scuse e che si ritirerà deponendo il “papale ammanto”, questo pare l’esito scontato, in qualche Villa Arzilla per l’Alto Clero. Parla di un emulo di Celestino V, il “povero cristiano” che, a dire di Ignazio Silone, si trovò coinvolto in una “avventura” simile e se ne ritrasse per motivi di coscienza? Beh, francamente, tra i due c’è un abisso: Celestino V sentì il peso del “papale ammanto”, Celestino VI (chiamiamolo così perchè non sappiamo neppure che nome si sia messo) soffre solo, sempre a dire di Moretti, di “insufficienza di accudimento” (nella tarda vecchiaia, ohibò!): quindi bisognoso soltanto di una solerte badante, magari ucraina o rumena. Alla fine la tesi presentata è deboluccia: una istituzione ormai inadeguata perché gestita da persone inadeguate, con un gioco delle parti che fa molto vaudeville…Moretti non ha centrato il bersaglio, peccato.

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