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Don’t disturb the sound of silence

Le «liaisons dangereuses» tra l’eclissi del silenzio, l’oscuramento dell’interiorità e l’idolatria del collettivo

Nel discorso tenuto il 2 dicembre 2011 da Benedetto XVI presso la Sala Clementina spicca il contrasto tra la caratterizzazione teologica dell’Avvento come tempo dell’attesa e del silenzio — staade Zeit (tempo silenzioso), preludio della staade Nacht (notte silenziosa) in cui trova compimento lo sconvolgente mistero dell’Incarnazione del Verbo, momento d’incontro dell’eterno e del tempo — e l’odierno rovesciamento sociale nel suo contrario, in «tempo di una sfrenata attività».

Se permangono pur sempre «isole per l’anima, isole del silenzio, isole della fede, isole per il Signore, nel nostro tempo», certo non sfugge al successore di Pietro la marginalizzazione del silenzio operata nella nostra società dall’attivismo frenetico e dall’onnipresente invasività sonora del rumore.

Un tempo quindi che sembra svolgersi meno sotto il segno dell’attesa che sotto quello dell’attività, come a dar ragione al Faust di Goethe: Im Anfang war die Tat, nicht das Wort! (In principio era l’Azione, non il Verbo!). È un’attesa “nomade”, mobile e mai culminante, quella del Faust, il poema di un uomo alla perenne, inesausta ricerca di appagamento in un’infinità di esperienze successive dove «egli desidera e raggiunto il desiderato nuovamente desidera e mai riposa in un bene raggiunto» (R. Amerio, Iota unum, Ricciardi, 1985, p. 316).

Eccezion fatta per alcune nicchie, come le mura conventuali, il silenzio sembra essersi definitivamente dileguato non solo dall’Avvento ma anche dalla nostra quotidianità: è divenuto merce così rara da essere messo in vendita a caro prezzo nei listini delle agenzie di viaggio, che hanno scoperto nel silenzio la possibilità di un nuovo business turistico grazie alla domanda di una clientela che rifugge dal frastuono della vacanza di massa.

L’avvento della società del rumore

Un prezioso volume dello storico Stefano Pivato, Il secolo del rumore (il Mulino, 2011), indica in questa dissociazione tra tempo e sonorità e nel primato del rumore il segno del transito dalla civiltà del silenzio alla società del rumore.

Il «rumore di fondo», afferma Pivato, non è sempre stato, come adesso, la «colonna sonora della nostra vita quotidiana» (Il secolo del rumore, cit., p. 9). Almeno fino alla Rivoluzione francese, svoltasi all’insegna del rumore, gli spazi della vita quotidiana erano largamente vocati al silenzio. In questa “civiltà del silenzio” il tempo, scandito simbolicamente dalla campana, è espressione di una concezione religiosa dell’esistenza al cui interno trova spazio una profonda convinzione: «Il silenzio appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo» (M. Picard, Il mondo del silenzio, Comunità, 1951, p. 5).

La partecipazione delle folle alla “nuova politica” dell’era laica conferisce invece alla rivoluzione un carattere di ampia sonorità, in precedenza sconosciuta, che si manifesta nella contrapposizione simbolica tra la campana delle chiese — il cui uso verrà progressivamente limitato e proibito in quanto simbolo dell’ancien régime — e il tamburo delle bande militari dell’esercito napoleonico. Ai canti sacri delle liturgie religiose fa da controcanto – e da contraltare, nel vero senso del termine – la ritualità civile condensata nell’inno, «atto di testimonianza e di adesione delle nuove fedi secolarizzate che accompagnano l’ascesa e lo sviluppo della politica» (Ibid., p. 17).

Salvo un fugace intermezzo in cui la borghesia ottocentesca riscoprirà, assai superficialmente, le virtù sociali di un’etica del silenzio (la cosiddetta “civiltà delle buone maniere”), il rumore è dunque il corredo sonoro della desacralizzazione spazio-temporale. Il Novecento vedrà movimenti e ideologie politiche (dal fascismo al comunismo), avanguardie artistiche e letterarie (futurismo) esaltare la sonorità assordante come cratofania, manifestazione suprema di potenza, forza e efficienza. La rivoluzione industriale prima e quella tecnologica poi leggeranno il rumore come segno delle “magnifiche sorti e progressive” fino a fare dell’uomo rumoroso l’adepto di una sorta di nuova religione laica della modernità.

Nel XXI secolo la mutazione del “paesaggio sonoro” si è ormai consumata. Se in precedenza la normalità era rappresentata dal silenzio e l’eccezione dal rumore, ora il rapporto si è sostanzialmente invertito. Della comune percezione di trovarsi in una società ormai sotto assedio e a rischio d’implosione sotto i colpi del rumore si è fatto di recente interprete Umberto Eco, che ha lamentato la molesta pervasività con cui anche la musica «ci perseguita negli aeroporti, nei bar e nei ristoranti, negli ascensori, in un orribile stile New Age nello studio del fisioterapista, nei suoni dei telefonini che sui treni a ogni istante suonano» (U. Eco, C’è musica e musica, in «L’Espresso», 2 luglio 2009).

L’oscuramento dell’interiorità

Al cuore di questo attacco radicale alla dimensione del silenzio si cela un’insidia di non poco conto. A tale riguardo l’ultimo Georges Bernanos (1888-1948) nelle sue invettive contro la frenesia attivistica della “civiltà delle macchine” ci ha lasciato parole significative: «Che cosa fuggite, in questo modo? Ahimè! è da voi stessi che fuggite, ognuno di voi sfugge da se stesso, come se sperasse di correre così in fretta da uscire dalla sua guaina di pelle… Non si capisce assolutamente niente della civiltà moderna se non si ammette per prima cosa che essa è una congiura universale contro qualsiasi specie di vita interiore» (G. Bernanos, Andar in fretta, d’accordo, ma dove?, «La Bataille» 31-1-1946, in Ultimi scritti politici, Morcelliana, 1964, p. 129).

Nella società tecnologica l’uomo è divenuto una mera «appendice del rumore», perdendo il silenzio «non solo ha perduto col silenzio una sua proprietà, ma è stato modificato in tutta la sua struttura» (M. Picard, Il mondo del silenzio, cit., p. 267). Con identica preoccupazione anche Romano Guardini (1885-1968) ha additato le minacce connesse alla dissoluzione del silenzio: «Le forze del silenzio e dell’interiorità, del nucleo dell’uomo minacciano di abbandonare l’Europa. E, se se ne andranno davvero, allora l’Occidente dovrà inaridire, poiché la sua grandezza era alimentata nel più profondo da quelle forze» (R. Guardini, Volontà e verità, Morcelliana, 1978, pp. 187-188). Per Picard come per Guardini il pericolo cui soggiace l’uomo assediato dal rumore è nient’altro che la dissipazione della propria umanità. Portare il frastuono — intimo, del proprio animo, e quello esteriore della città — nei luoghi riservati al silenzio è segno di disgregazione interiore.  E l’oblio del silenzio presto o tardi conduce, per dirla con Pier Paolo Ottonello, all’oscuramento dell’interiorità.

Ipersocializzazione dell’uomo

Il silenzio — assieme al senso del pudore, l’altra fondamentale dimensione dell’esistenza sottoposta attualmente a un fuoco incrociato da molteplici posizioni — non è unicamente l’autentico custode dell’interiorità (*) ma anche il discreto protettore della vera socialità. Nel 1930, in un articolo pubblicato su «El Espectador», José Ortega y Gasset (1883-1955) scorgeva con irrequietezza l’avanzata vertiginosa in Europa di una «progressiva socializzazione della vita» (J. Ortega y Gasset, Socializzazione dell’uomo, in Scritti politici, Utet, 1979, p. 468). Un processo, questo, che Ortega vedeva assumere tratti perfino fisici, “corporei”, nel rumore della strada che, penetrato fin nei più reconditi anfratti delle vite individuali, era giunto ormai ad annientare la presenza del silenzio, uno dei pochi benefici di cui in precedenza poteva godere l’esistenza umana: «Chi vuole meditare, raccogliersi in sé, si deve abituare a farlo sommerso nel frastuono pubblico, palombaro in un oceano di rumori collettivi. Materialmente, non si permette all’uomo di stare da solo, di restare con sé. Lo voglia o no, deve stare con gli altri» (Ibid.). Occorre dunque che lo spessore interiore della persona diminuisca affinché il corpo collettivo cresca. «Tutto costringe l’uomo — ribadisce Ortega — a perdere unicità e a diventare meno compatto» (Ibid., p. 470).

Verso l’idolatria: il ritorno del “Grosso Animale”

L’uomo ipersocializzato è atteso da un destino spaventoso, perché — spiega sempre Ortega — l’astratta e tirannica divinità del “collettivo” «non si accontenta di esigere che il mio sia di tutti gli altri […] ma mi obbliga al fatto che quello degli altri sia mio» (Ibid.). Già Platone (cfr. Repubblica, VI, 492-493) ha chiamato per nome questa socialità pervertita: è la città totalitaria del “Grosso Animale”, l’idolatria dell’anima collettiva che schiaccia e annienta la persona subordinandola al bene dell’organismo sociale. L’aberrante “mito dell’uomo collettivo” (G. Thibon) conferisce all’essere umano una dignità pari a quella di un insetto, parificandolo a un ape utile solo a spendere la propria esistenza in funzione dell’anima dell’alveare. «Rifiutando l’orribile teoria dell’Anima dell’Alveare — ha scritto a ragion veduta Chesterton —, noi membri della cristianità non difendiamo soltanto noi stessi, ma tutta l’umanità: difendiamo l’idea essenziale e distintiva degli esseri umani, secondo la quale un uomo buono e felice è un fine in sé e un’anima merita di essere salvata» (L’impero dell’insetto, in Ciò che non va nel mondo, Lindau, 2011, p. 263). Forse propro per questo, come lasciano intuire le voci sublimi di Simon & Garfunkel«no one dared / disturb the sound of silence» («nessuno osava / disturbare il suono del silenzio»).

Andreas Hofer

(*) Col consueto acume Nicolás Gómez Dávila ha condensato in poche lucide parole questo concetto: «L’anima cresce verso l’interno» (In margine a un testo implicito, Adelphi, 2001, p. 32).

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