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Intelligenza artificiale: “Non avrà mai un’anima. Non ci sostituirà”

"Il problema - sottolinea don Alessio De Fabritiis, docente di Teologia e tecnologia all'Istituto superiore di Scienze religiose "Giuseppe Toniolo" di Pescara - è che l'intelligenza artificiale non è neutrale, anche per il fatto che se noi consegniamo la nostra capacità di decidere all'intelligenza artificiale, ci stiamo relazionando ad essa come se fosse un oracolo e questo è pericolosissimo. Se la Chiesa sta provando ad occuparsi di questi temi, una ragione c'è"

Lo ha affermato sabato 13 aprile l’arcivescovo Valentinetti al talk su “Intelligenza artificiale e pace”, promosso da Consulta diocesana di Pastorale giovanile e Caritas diocesana di Pescara-Penne

L'arcivescovo Valentinetti interviene al talk su Intelligenza artificiale e pace

Lo scorso sabato 13 aprile, presso il Teatro Sant’Andrea di Pescara, è stato molto partecipato da giovani e adulti il talk dal tema “A.I. e pace: in dialogo sull’intelligenza artificiale”, promosso dalla Consulta diocesana di Pastorale giovanile e dalla Caritas diocesana di Pescara-Penne – che l’ha inserito come terzo appuntamento della rassegna “Seminando la pace”attraverso il contributo di Young Caritas.

Corrado De Dominicis, direttore della Caritas diocesana di Pescara-Penne

Un appuntamento che ha chiuso in bellezza le due settimane caratterizzate dalla presenza della Croce della pace a Pescara: «Abbiamo voluto proprio mettere insieme il viaggio che la Croce della pace sta facendo nelle diocesi d’Abruzzo e Molise – premette Corrado De Dominicis, direttore della Caritas diocesana di Pescara-Penne -, unendolo al messaggio per la Giornata mondiale della pace di Papa Francesco, incentrato proprio sul rapporto tra la pace e l’intelligenza artificiale. In questi giorni, tra l’altro, leggevo proprio come a livello sanitario l’intelligenza artificiale potrà essere uno strumento validissimo per tutte quelle persone anziane che risiedono in piccoli paesi, sprovvisti della presenza di ospedali, medici di base e farmacie, se verrà combinata alla telemedicina (la possibilità delle persone di mettersi in contatto). Ma se ciò andrà a de-umanizzare al rapporto tra la persona e il medico, sarà un’occasione di progresso o sarà altro?».

Riccardo De Vecchis, responsabile tecnico Area Business Intelligence di Engage

Questa la domanda provocatoria lasciata volutamente senza una risposta, proprio affinché quest’ultima giunga in coda alla riflessione scaturita da questo talk, avviato dalla riflessione dell’ingegnere Riccardo De Vecchis, responsabile tecnico dell’Area Business Intelligence presso Engage: «Vorrei partire subito da un frammento del messaggio per la pace del Papa che mi ha particolarmente colpito. In questo messaggio c’è un aspetto che delinea in modo fondamentale, probabilmente, perché oggi siamo qui. Ovvero, l’intelligenza artificiale non è una tecnologia come tante altre, ma è riuscita a far porre all’uomo delle domande su che cos’è la conoscenza, su cos’è il concetto di conoscenza, su cos’è il concetto di umanità, di coscienza umana. Ha anche scosso, le basi del determinismo e, in alcuni modelli, ha anche insinuato dei dubbi sul libero arbitrio. Quello che maggiormente ha influenzato gli scienziati che hanno lavorato ai modelli e che ha anche colpito, stupito, ma anche allarmato, è la capacità di alcuni modelli di intelligenza artificiale di riprodurre nel loro funzionamento quelli che sono i processi cognitivi umani. Il cuore di questi processi, il cuore del funzionamento di questi modelli, è la rete neurale. Quest’ultima è un modello matematico, cioè è una funzione “AXB+C” in cui le X sono gli input che noi diamo e la Y è quello che il modello tira fuori. In “Chat Gpt” (un programma di intelligenza artificiale), ad esempio c’è questo. Queste lettere sono tutte matrici, ovvero una griglia di numeri, in quanto una volta che si vanno a fare le moltiplicazioni e le addizioni si usa il calcolo matriciale. Espandendo quella funzione, noi in realtà abbiamo quello che si chiama il “neurone artificiale”. Quindi una rete neurale, o meglio il cuore di “Chat Gpt”, non è nient’altro che fatto da questa espressione matematica qui. Non voglio demistificare troppo, ma in realtà il cuore che fa funzionare il tutto è esattamente questo. Se vogliamo rappresentarla dal punto di vista grafico, può essere una roba del genere, se ad esempio questo modello deve dire se una foto rappresenta un cane o meno, la foto si trasforma in numeri, vengono fatti dei calcoli all’interno delle matrici fino alla sua riduzione, dopodiché esce l’output fatto da un numero che ricade su 1 o su 0, in cui 1 vuol dire che è un cane e 0 no. Questo è un po’ il funzionamento alla base del riconoscimento facciale. Affinché giunga a questa risposta, il modello va addestrato. Se parliamo di “Chat Gpt“, però, abbiamo notato chi ha l’ha creato ha notato un effetto che si ricollega poi al messaggio del Papa. Aumentando il numero di informazioni in addestramento è venuto fuori un fenomeno che non era stato previsto neanche da chi lo ha fatto. Abbiamo probabilmente creato il più potente meccanismo di simulazione della semantica delle frasi. All’inizio “Chat Gpt” era nato per sostituire delle parole all’interno di un testo, quindi doveva essere un modello puramente linguistico. Quindi doveva, dato un testo, riuscire a sostituire in modo corretto le parole. Ma per fargli imparare il linguaggio, gli sono state inserite tantissime informazioni in riferimento a tante lingue diverse».

Il talk su intelligenza artificiale e pace

E qui è avvenuto un salto di qualità dell’intelligenza artificiale: «Sopra un certo numero – ricostruisce De Vecchis -, si è notato questo fenomeno in cui veniva fuori questa simulazione della semantica della frase, quindi simulava quelle che sono le connessioni causali, causa-effetto, in maniera incredibilmente buona. Faccio un esempio pratico. Se noi diciamo a “Chat Gpt“, ad esempio, che siamo su un’auto senza benzina e che tra un chilometro c’è un benzinaio e in macchina abbiamo una cassa d’acqua, “Chat Gpt” ci dice “Prendi la cassa d’acqua, togli una bottiglia, svuotala, vai a piedi al benzinaio, riempila con la benzina, torna indietro, mettila nella macchina, prendi la macchina, vai al benzinaio e fai benzina”. Questo tipo di risultato, non viene fuori da un addestramento. È un risultato che lui ha creato di sua spontanea “volontà”, nel senso che ha simulato quello che è un processo di casualità che esiste nel mondo. Il messaggio del Papa dice proprio questo, perché gli stessi ricercatori – visto che è un fenomeno inatteso e poi ne hanno fatto un business – si sono domandati? “Ma capisce veramente?”. Questo fenomeno produce una conoscenza semantica delle frasi oppure è solo sintattica? Il processo che porta a questa soluzione non è ancora chiaro. Chiaramente nessuno pensa che sia semantica, anche perché sono solo matrici veramente. Quindi lui mette insieme delle parole che statisticamente sono più appropriate, però è così incredibilmente bravo a farlo più di tutti gli algoritmi che sono stati mai fatti nel passato, che questi dubbi sono sorti soprattutto sui processi che portano alla conoscenza. Ed è per questo che ci interroghiamo, è per questo che nel messaggio del Papa compare anche questa domanda ora. Questo effetto quasi indesiderato, quasi non previsto, non è direttamente collegato al dato. Nel senso che io potrei anche scrivere una cosa che è ontologicamente corretta dal punto di vista informatico, ma ottenere un sillogismo che è sbagliato. Faccio un esempioSe io ho in Svizzera ho tanti premi Nobel e in Svizzera si mangia tanto cioccolato, quindi se mangio tanto cioccolato divento un premio Nobel. Questo è uno di questi sillogismi che la macchina fa. La differenza chiaramente sta proprio qui. Così si insinua un dubbio negli umani in cui si dice, “Ma forse A non è uguale a C“. Questo dubbio che si insinua in noi è umano ed è probabilmente anche un po’ l’essenza dell’umanità. Quindi, siccome l’intelligenza artificiale non è direttamente controllabile, spesso possono capitare che da informazioni assolutamente corrette vengano fuori – ad esempio – delle discriminazioni di genere o razziali. Non perché le abbiamo messe direttamente come informazione, ma perché le produce il sillogismo della macchina, anche in buona fede da parte del degli sviluppatori. Per questo ci vogliono degli organi che, al contrario di tante altre tecnologie, aiutino a regolamentare queste intelligenze artificiali».

In seguito è stato don Alessio De Fabritiis, docente di Teologia e tecnologia all’Istituto superiore di Scienze religiose “Giuseppe Toniolo” ed esperto della galassia post-umana -, a spiegare il fenomeno dell’intelligenza artificiale dal punto di vista antropologico partendo dall’analisi del film “Her”. In questa pellicola del 2013 il protagonista, a seguito del divorzio con la moglie, instaura una relazione con un software di intelligenza artificiale che si interfaccia a lui con una voce femminile: «C’è qualcuno che ama dire – riporta il presbitero – che “siamo in un tempo dove pian piano la macchina si sta umanizzando sempre di più”. Il problema è che forse l’umano si sta “macchinizzando”, cioè i confini sono più labili rispetto al passato. Dobbiamo ricordare, come riporta il Messaggio per la Giornata mondiale della pace di Papa Francesco, che la ricerca scientifica e le innovazioni tecnologiche non sono disincarnate dalla realtà e neutrali, ma soggette alle influenze culturali. Forse diversi di noi hanno ancora un’immagine della tecnologia come qualcosa di neutrale. Penso magari ai miei nonni che alla domanda “La televisione è buona o cattiva?”, rispondevano “Dipende dall’uso che ne fai, può essere una cosa buona, aiuta contro la solitudine, ma ti può anche far perdere un sacco di tempo, ti riempie la testa di chissà cosa”. Con l’intelligenza artificiale non funziona proprio così. Con gli studenti del Toniolo abbiamo visto che, oggigiorno, c’è un ramo della filosofia della tecnologia – di stampo statunitense – chiamato “svolta empirica” il quale sostiene che dietro questo tipo di artefatto tecnologico, l’intelligenza artificiale, c’è un’intenzionalità che già ti cambia, già ti influenza. È vero che tu puoi decidere come utilizzarla, ma non è neutrale. Faccio un esempio, tratto da un filosofoSe metto in mano un fucile a qualcuno, è vero che costui può decidere di utilizzarlo per uccidere qualcuno, per far del male o come strumento di difesa, o per cacciare, magari per far sopravvivere la tua famiglia che sta morendo di fame. Ma se tu il mondo lo guardi tramite quel fucile, esso ti influenza in quanto ti farà dividere tra amici e bersagli. È vero che tu lo puoi utilizzare come meglio credi, ma c’è un’intenzionalità già dell’artefatto. Anche i nostri social hanno dei format. Non è indifferente utilizzarne uno anziché un altro. Quel format specifico esercita già un’influenza su di noi, una immediata di cui ci possiamo rendere conto come il fatto che se lo utilizziamo tante ore tutti i giorni, si abbassa la soglia dell’attenzione».

Don Alessio De Fabritiis, docente di Teologia e tecnologia all’Issr Toniolo di Pescara

Ma l’intelligenza artificiale “ragiona” in maniera diversa dall’uomo: «Ci sono degli effetti anche più profondi – sottolinea don Alessio -. Noi siamo abituati a ragionare per causa-effetto. Una volta si parlava a livello finalistico… I primi filosofi si domandavano “Perché piove? Per far crescere l’erba”. Con la rivoluzione scientifica, si è cominciato a spiegare che piove perché massa di aria calda si scontrano con masse di aria fredda e, attraverso una serie di passaggi, piove. L’intelligenza artificiale, invece, può dire “Piove perché si aprono gli ombrelli”. Noi risponderemmo che non funziona così, replicando “Apriamo l’ombrello perché piove, non piove perché apro l’ombrello”, ma in realtà l’intelligenza artificiale funziona così. Se uno vi chiedesse… “Cerchiamo di aumentare i finanziamenti per la ricerca scientifica, per la ricerca spaziale, per l’implementazione della tecnologia. È una cosa buona”. Ma l’intelligenza artificiale risponde “Attenzione, facendo questo finanziamento negli Stati Uniti aumenteranno il numero di suicidi per impiccagione, strangolamento e soffocamento”. Ma cosa c’entra? Eppure funziona in questo modo… Quando nel Maine (Stati Uniti d’America) si sono chiesti, “Che cosa dobbiamo fare per diminuire il numero di divorzi che stanno aumentando?” Qualcuno ha provato a dire “Aumentiamo i consulenti familiari, cerchiamo di far parlare di più le coppie, facciamo dei programmi educativi”, mentre l’intelligenza artificiale ha detto “No, basta diminuire il consumo pro-capite di margarina”. A noi questo può far sorridere, ma l’intelligenza artificiale funziona in questo modo, collega una serie di dati. Riccardo De Vecchis ci parlava di una soglia oltre la quale nemmeno lo stesso programmatore è più in grado di controllare, o meglio di prevedere il risultato, i famosi “big data”. Allora funziona in altro modo».

Tanti i partecipanti intervenuti al Teatro Sant’Andrea

Da qui il monito del presbitero: «La macchina, a differenza di noi – precisa il docente di Teologia e tecnologia all’Istituto superiore di Scienze religiose Toniolo di Pescara -, non è interessata al senso. Noi viviamo per un senso. O meglio, diversi di noi si interrogano sul senso della propria vita. Il Papa ci parla di un paradigma tecnocratico. Il problema è che se noi cominciamo a ragionare come la macchina, ragionando solo in termini di efficienza e risultati, allora vuol dire che ci stiamo “macchinizzando” e in questo campo la macchina è più efficiente di noi. Un colosso degli acquisti online utilizza programmi di intelligenza artificiale, in base ai quali in alcune città degli Stati Uniti è possibile ordinare un prodotto che arriva entro un’ora. Qualcuno farà notare che usano i droni per le consegne, ma questo spiega solo in parte il risultato. Infatti questa multinazionale adopera dei modelli predittivi, basati sull’intelligenza artificiale, in base ai quali – incrociando una serie di dati – non si sa per quali motivo, domani a Chicago si venderanno 15 scope elettriche. Sapendolo l’azienda ne invia già 20, per sicurezza, e quando l’utente farà l’ordine i prodotti saranno già disponibili. Può sembrare fantascienza, ma non lo è. Hanno sventato alcune rapine, perché la polizia era presente sul posto prima che arrivassero i ladri, in quanto l’intelligenza artificiale lo aveva predetto. Non è magica e non aveva intercettato le telefonate. Semplicemente, correlando meglio questa grandissima mole di dati, era riuscita a prevedere alcuni fatti. Il problema, però, è che l’intelligenza artificiale non è neutrale, anche per il fatto che se noi consegniamo la nostra capacità di decidere all’intelligenza artificiale, ci stiamo relazionando ad essa come se fosse un oracolo e questo è pericolosissimo. Se la Chiesa sta provando ad occuparsi di questi temi, una ragione c’è».

Ha provato a spiegarla il referente del Servizio per l’Apostolato digitale dell’Arcidiocesi di Torino Ivan Andreis: «Certamente – spiega l’operatore pastorale – la Chiesa oggi si occupa anche di intelligenza artificiale in tante forme, perché è chiamata a proseguire l’opera di Cristo e per farlo ha bisogno di leggere i segni dei tempi, interpretarli alla luce del Vangelo e lasciarsi guidare dallo Spirito Santo. Se oggi viviamo in un ambiente decisamente digitalizzato, e se l’intelligenza artificiale è in una delle sue primavere – perché dagli anni ‘50 a oggi ha avuto inverni e primavere – la Chiesa non può non occuparsene. E Io credo che se ne debba occupare non solo per questioni etiche, che avete già in parte sollevato, ma anche perché è una grande opportunità per comprendere meglio l’umano. Non tanto di quella applicata dalle multinazionali dello shopping online, ma di quella che mira ad avere un’intelligenza artificiale umana, cioè quell’alterità dell’uomo che però è artificiale e che quindi è in grado di svolgere e di esprimere la maggior parte delle funzioni che esprime l’essere umano. Ecco, questa è una grande occasione perché significa avere un’alterità inedita. Con chi ci siamo confrontati finora per comprendere qual è la distintività dell’uomo? Con gli animali… L’animale fa delle cose, noi ne facciamo delle altre, diciamo che è tanto più intelligente quanto più si avvicina a quello che possiamo fare noi. Ma non solo. La Chiesa e la teologia ha cercato di comprendere anche cos’è l’umano a partire dalle Sacre scritture che, a proposito di codici, sono il codice dei codici. Contiene già dei codici di salvezza e tutto il linguaggio dell’informatica, potremmo dire che deriva un po’ da lì, il condividere, il salvare… Dicevo, la Scrittura ci insegna a capire chi siamo anche in relazione a quella traccia divina che noi possediamo, l’immagine di Dio. E se andate a vedere la storia dell’intelligenza artificiale, è simile anche all’antropologia, lo sguardo antropologico sulla teologia o viceversa. In un primo momento si pensava, come fece Aristotele, “che cos’è l’uomo?”. Un animale razionale. E allora che cosa ci rende veramente uomini? L’intelligenza, la razionalità. E così è stato per l’intelligenza artificiale. Il primo momento era proprio riuscire ad essere più intelligenti dell’uomo e quindi vincere la partita a scacchi, tanto per fare un esempio. Si affidava alla macchina un insieme di regole, si dava un input e si aspettava un output. Oggi siamo a un altro livello. Si parlava prima delle reti neurali, siamo al livello in cui la macchina prende da sola, non tanto da dati, ma da configurazioni. Si approssima comprendendo uno schema e lo fa imparando delle regole sue, che talvolta chi l’ha progettata non è in grado di dirsi come ha fatto. È intelligente? Non lo so. Intanto se non sa quel che fa, io ho qualche dubbio che si possa parlare di intelligenza. Ma qui gli informatici non si sono chiesti che cos’è l’intelligenza. Empiricamente hanno detto, “Incominciamo a fare delle cose che sembrino intelligenti, sennò ci perdiamo nelle definizioni”. Allo stesso modo noi abbiamo pensato che ad immagine e somiglianza di Dio fosse appunto l’intelletto. Poi però gli strumenti sub-simbolici delle reti neurali hanno guardato un po’ da un’altra parte. O meglio, in maniera più approfondita. Cioè, è funzionale? Fa delle cose questa macchina? Le fa un po’ come l’uomo. Tra l’altro, non abbiamo accennato alla robotica, ma anche quella è un’aspirazione dell’intelligenza artificiale, cioè far fare alla macchina delle cose che assomiglino sempre di più all’uomo. E questa è stata anche una seconda lettura del dell’uomo a immagine di Dio. Cioè il custode della terra non è solo quello che è intelligente, ma anche quello che fa un po’ in rappresentanza di Dio quello che è chiamato a fare in quanto uomo generato, creato a sua immagine. Ma oggi siamo un po’ a una svolta. Cerchiamo l’intelligenza artificiale che sappia, come abbiamo visto nel trailer, relazionarsi. E anche in questo, la Sacra scrittura ci suggerisce una lettura della distintività umana come quell’essere che sa entrare in relazione. Sa entrare in relazione in orizzontale, con gli altri, e sa entrare in relazione in verticale».

Ivan Andreis, referente Servizio per l’Apostolato digitale Arcidiocesi Torino

Fatta questa premessa, Andreis ha riflettuto su quali possono essere le prospettive che si aprono, nella Chiesa, attraverso il confronto con l’intelligenza artificiale: «La Chiesa – osserva il referente del Servizio per l’Apostolato digitale dell’Arcidiocesi di Torino – , come nel messaggio del Papa per la pace, ci invita ad avere spirito critico rispetto alle tecnologie tutte. In particolare queste nuove tecnologie che mettono in discussione l’umano, non soltanto lo potenziano al punto da renderlo più intelligente, nel male o nel bene, ma mettono in discussione “che cos’è l’uomo allora?”. Il personaggio del film può trovare una relazione d’amore con un un’entità non umana? Quindi certamente questa è una sfida. L’altra sfida è altrettanto interessante. Cioè capire che l’intelligenza artificiale è una tecnologia e dunque l’esito di un dono di Dio, che è la creatività e l’intelligenza donati all’uomo. E se questa tecnologia ci aiuta a capire chi siamo, è già qualcosa di buono. In fondo la relazione è il tema della pace e la pace è un termine relazionale. E che cosa serve per costruire la pace? Servono buone relazioni. E per un credente queste buone relazioni sono in entrambi i sensi. E tutte le parole che vogliamo mettere per comprendere la parola “pace” nel contesto di cui stiamo parlando, sono tutti termini relazionali. Che la pace si fa costruendo il perdono; la pace, per un credente, la si chiede attraverso la preghiera; la pace la si costruisce se si sceglie di condividere la povertà. Insomma, la pace è come un cubo a tre dimensioni fatto di altre tre “P”, preghiera, povertà e perdono. Quindi un essere che vive con gli altri e che non cerca di prevaricarli. Un essere che cerca di vivere bene nel benessere, ma non solo nel benessere, ma che guarda più al bene che al benessere. Un uomo che non può trascurare una dimensione che lo trascende, quella appunto dell’assoluto, di Dio. Ora un non credente io credo che possa trovare interessante questo discorso e se è diventato così di moda il discorso sull’intelligenza artificiale, è anche grazie al fatto che interessa credenti e non credenti. Paradossalmente anche un non credente può attivare in lui quell’anelito, quel desiderio – che noi crediamo già essere iscritto in lui, ma che forse lui ancora non ha scoperto ma lo attiva perché è in discussione niente popò di meno che l’uomo. E in questa riflessione c’è un avvicinamento a Dio che è inspiegabile».

A questo punto, anche l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti ha voluto dire la sua su questo argomento così complesso e provocatorio: «Io – afferma il presule – mi riferisco a una frase di Papa Francesco che, secondo me, in questo tempo è sempre stata detta, ma che deve essere sempre più approfondita. Cioè che “non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma siamo in un cambiamento d’epoca”. Allora una delle dimensioni del cambiamento d’epoca è proprio questa realtà che stiamo introspezionando in questa occasione, ma che ci sta accompagnando da da tantissimo tempo. Non so se qualcuno di voi ha visto quel bellissimo film del dello scienziato che ha inventato la macchina che ha decodificato i piani segreti di Hitler, dando la possibilità agli inglesi e agli americani di prevenire alcune situazioni di guerra. Lì è stata l’origine del computer in quanto tale. Da quel momento abbiamo fatto i conti con l’intelligenza artificiale che, come ha detto Ivan Andreis, ha conosciuto notti e giorni. Adesso sta spuntando un’alba, perché è un’alba, non è un giorno ancora, che ha bisogno di due elementi importanti a mio parere. La distanza, per avere sempre la lucidità mentale di guardare con attenzione a cosa sta succedendo intorno a noi e davanti a noi. Ma oltre ad avere il concetto di distanza, e quando dico distanza non dico demonizzazione, ma capacità di guardare, vedere, esplorare, cercare, così come il primo uomo ha cercato il fuoco. Così come il primo uomo ha scoperto, e qui scopre la cultura, che se macinava i chicchi di grano poteva fare la farina e con la farina poteva fare il pane. O se macinava i chicchi d’uva, con questi poteva fare il mosto e con il mosto fermentato poteva fare il vino. Lì nasce la cultura».

Il concerto dei The sun

Da qui le conclusioni dell’arcivescovo Valentinetti: «Sta nascendo una nuova cultura – ammonisce l’alto prelato -, sta nascendo una cultura totalmente nuova, è un cambiamento d’epoca al quale dobbiamo avere il coraggio di guardare con molta attenzione. L’altro aspetto è assumere. Distanza e assunzione, proprio perché se c’è un principio inimitabile è l’umano. Si potrà avere la robotica più perfetta, si potrà avere la risposta più precisa a tutte quelle che possono essere le esigenze di carattere pratico-tecnico, ma l’umano non potrà mai essere sostituito. Questo perché o noi riconosciamo in maniera definitiva che non siamo solamente un corpo, un meccanismo corporeo che pur può essere descritto nei suoi neuroni e nelle sue accezioni più profonde nella capacità di essere una macchina perfetta – perché è una macchina perfetta che forse più perfetta non poteva esistere – ma un’intelligenza artificiale, un robot, un computer non potranno mai avere l’anima. È quella realtà che ci dà la possibilità di assumere e di essere distanti. Assunzione e distanzaVivremo meglio sicuramente, perché la ricerca scientifica ci farà vivere meglio, ma avremo la capacità di essere superiori se la pace è sulle tre P, preghiera, perdono e povertà, che non possono essere possedute dall’intelligenza artificiale. Quest’ultima può spedire missili, può spedire droni, ma non può avere queste tre dimensioni. Quelle le può avere solamente chi ha un’anima e io spero che i potenti di questo mondo, lascino prevalere l’anima e non l’intelligenza artificiale».

Al termine del talk, grande festa con il concerto-testimonianza della band rock cristiana “The sun”, che nel 2009 ha vissuto una profonda conversione, intervistata dalla giornalista di Radio Speranza Benedetta Pisano.

About Davide De Amicis (4402 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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