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Anni ’60: l’Università fa “boom” in Abruzzo

Tra cronaca, storia e suggestioni. Alla riscoperta di un Abruzzo dove fino al ’51 solo sei persone su cento avevano terminato le classi elementari e solo l’1% possedeva una laurea. Fino a quando negli anni '60 fu "boom" di università e diplomi tra campanilismi e lotte tra capoluoghi.

Correva l’anno 1962 quando sulla nobile terza pagina del quotidiano La Stampa apparvero due articoli dedicati all’Abruzzo a distanza di soli quattro giorni l’uno dall’altro, il 14 e il 18 febbraio. La firma era di un giornalista e scrittore di punta del quotidiano torinese e non solo, Gigi Ghirotti. A smuovere le risorse del quotidiano torinese è la notizia che quattro università in tutto, e tre in una volta sola, sono sorte in pochi anni in un Abruzzo che è stato sempre in testa, si legge, nella «classifica dell’analfabetismo e che fino al ’57 non aveva università». L’Abruzzo in regresso rispondeva con il «boom dei beni culturali» al «boom economico» di cui godevano invece altre regioni italiane, tra la fine degli anni ’50 e i primi del ‘60. E se già «codesto miracolo» era interessante, ancora più sapida appariva la notizia nella notizia: dietro il «boom delle cattedre e dei diplomi» serpeggiavano livori di uomini, beghe politiche e ataviche risse di campanile.

Per quanto gli articoli consegnino un’immagine alquanto stucchevole dell’Abruzzo – la solita terra di pittoreschi pastori forti e gentili dediti alla transumanza, e di aquilani-marsicani ormai terremotati per “stato civile”–, la lettura offre preziosi e inequivocabili dati statistici sulla più che difficile condizione socio-economica dell’Abruzzo a ridosso dei primi anni ’60. Statistica dei consumi: nel ’56 l’aquilano ha ottantaquattro radioabbonati su mille abitanti: nel resto d’Italia sono centoventicinque. L’abruzzese medio consuma ventisei chilowattora, l’italiano medio sessanta. Su mille abruzzesi, centoventi, sono motorizzati: su mille abitanti del resto d’Italia i motorizzati sono trecentocinque. Così per i redditi: dal ’51 al ’56 il reddito dell’italiano medio è cresciuto del 6%, in Abruzzo del 5%. La Regione è indietro perfino sull’elettrodomestico del secolo: il televisore. Le antenne pullulano nel resto d’Italia: in Abruzzo spuntano appena sul tetto dei bar; non c’è il secondo canale.

E allora cosa fa l’Abruzzese che sente montare dentro l’inquietudine causata dalla disastrosa situazione socio-economica? Di certo non si accontenta dell’emigrazione: in dieci anni la regione ha perso centomila abitanti; né si rassegna al bighellonaggio forzato, perché non fa parte della sua natura. Risponde piuttosto aspirando all’impiego di Stato come carabiniere, agente di polizia, guardia carceraria, arruolato in marina o aeronautica; sogna uno stipendio sicuro in Patria, dunque, la panacea dei suoi mali diventa il “pezzo di carta”. Si moltiplicano per prima cosa le scuole: «legittime, illegittime, classiche e professionali». È il boom dei diplomi, e dei “diplomifici”, in un Abruzzo dove fino al ’51 solo sei persone su cento avevano terminato le classi elementari e solo l’1% possedeva una laurea. Nelle cartolerie il libro più venduto è “il libro dei temi svolti”, e poi bignamini, sinossi dantesche, traduzioni interlineari. In Abruzzo, esplode «la febbre degli studi». Quando dal diploma si passa a sognare la laurea, la cosa si fa più intrigante e intricata perché in Abruzzo le università sarebbero nate, si legge, sotto il segno del campanilismo e delle “lotte intestine”.

Le cose sarebbero andate così, secondo la ricostruzione. Per prima cosa si alleano Pescara, Chieti e Teramo: aprono tre università in una volta sola, ponendo fine al primato della consorella L’aquila che nel 1957 costituì la prima università d’Abruzzo. Pescara e Chieti tramano l’una contro l’altra. In principio, si erano spartite le aree di competenza. Pescara, «città di traffici e di conti in banca», si sarebbe tenuta la zona industriale; Chieti, «più nobile e dotta», avrebbe avuto la sede universitaria. E invece, di nascosto, Chieti fa arrivare da Milano un «consulente tecnico» che le prepara i piani per una zona industriale tutta per sé. Pescara, all’insaputa di Chieti, spedisce «un emissario» a Milano, a trattare con la Bocconi per una filiale dell’Università. Insieme scatta Teramo: mette in piedi la facoltà di giurisprudenza, una di lettere straniere e una scuola di interpreti. A questo punto, L’Aquila non lascia ma raddoppia aprendo nel 1961 anche i corsi di ingegneria, di matematica e di scienze economiche; proclama che solo la sua è «l’unica, vera università abruzzese», lanciando l’anatema sugli altri «atenei elettorali creati dai politicanti regionali per catturare voti dal corpo elettorale».

Un lettore contemporaneo, se curioso, aspirerebbe a sapere qualcosa di più sul «consulente tecnico» e «l’emissario» cui accenna l’autore degli articoli, almeno ad approfondire la storia dei cosiddetti «atenei elettorali». Ricordiamo che quanto detto fu scritto sulle colonne della terza pagina di un quotidiano nazionale da uno stimato giornalista che ne assunse la responsabilità. Noi abbiamo curiosato sui rispettivi “siti ufficiali” delle università in questione. E dunque, alla voce “ateneo”, l’Università degli Studi “G.D’Annunzio” di Chieti-Pescara dedica alla propria storia due righe: nata come “Libera Università” nel 1965 è diventata statale nel 1985; l’Università degli Studi di Teramo non fa riferimento esplicito alla propria origine; l’Università degli Studi dell’Aquila dedica un ampio spazio alla propria storia. Troppo poco per trarre conclusioni, abbastanza per continuare a farsi interrogare dalle suggestioni che gli articoli proposti solleticano. Di sicuro il lettore avrà appreso che negli anni ’60 l’Abruzzo fece “boom” di università e diplomi più che di televisori ed elettrodomestici in genere. E fu per pane, testardaggine e pure fantasia. L’immagine stucchevole dell’Abruzzo che più ci piace.

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