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“Trasformare un’economia che uccide in un’economia della vita”

"Voi siete soprattutto studenti, studiosi e imprenditori – osserva Papa Francesco -, ma non dimenticatevi del lavoro, non dimenticatevi dei lavoratori. Il lavoro è già la sfida del nostro tempo, e sarà ancora di più la sfida di domani. Senza lavoro degno e ben remunerato i giovani non diventano veramente adulti, le diseguaglianze aumentano. A volte si può sopravvivere senza lavoro, ma non si vive bene. Perciò, mentre create beni e servizi, non dimenticatevi di creare lavoro, buon lavoro, lavoro per tutti"

Lo ha affermato ieri ad Assisi Papa Francesco, chiudendo The economy of Francesco

L'intervento di Papa Francesco ieri ad Assisi

Ieri Papa Francesco, alla vigilia della santa messa che sta presiedendo stamani a Matera in chiusura del 27° Congresso eucaristico nazionale, ha fatto tappa ad Assisi per tenere le conclusioni di The economy of Francesco: la kermesse che ha riunito 200 giovani tra economisti, imprenditori e change-makers – provenienti da più di 100 Paesi – da venerdì 22 settembre per rendere l’economia più sostenibile. E il Papa, fin dall’inizio, ha spronato i giovani ad impegnarsi: «Quando un giovane – esordisce – vede in un altro giovane la sua stessa chiamata, e poi questa esperienza si ripete con centinaia, migliaia di altri giovani, allora diventano possibili cose grandi, persino sperare di cambiare un sistema enorme e complesso come l’economia mondiale. Oggi parlare di economia sembra una cosa vecchia, oggi si parla di finanza, e la finanza è una cosa acquata, una cosa gassosa, che non si può prendere. State attenti alla gassosità della finanza».

Un monito, quest’ultimo, da cui è scaturito un successivo riconoscimento: «Voi giovani, con l’aiuto di Dio, lo sapete fare, lo potete fare – sottolinea il Pontefice -; i giovani l’hanno fatto altre volte nel corso della storia. State vivendo la vostra giovinezza in un’epoca non facile. La crisi ambientale, poi la pandemia e ora la guerra in Ucraina e le altre guerre che continuano da anni in diversi Paesi, stanno segnando la vostra vita. La nostra generazione vi ha lasciato in eredità molte ricchezze, ma non abbiamo saputo custodire il pianeta e non stiamo custodendo la pace. Voi siete chiamati a diventare artigiani e costruttori della casa comune, una casa comune che sta andando in rovina». Da qui l’invito del Santo Padre: «Trasformare un’economia che uccide in un’economia della vita, in tutte le sue dimensioni – afferma -. Una nuova economia, ispirata a Francesco d’Assisi, oggi può e deve essere un’economia amica della terra e un’economia di pace. Ho apprezzato la vostra scelta di modellare questo incontro di Assisi sulla profezia. La vita di Francesco d’Assisi, dopo la sua conversione, è stata una profezia, che continua anche nel nostro tempo. Nella Bibbia la profezia ha molto a che fare con i giovani. Secondo le Scritture, i giovani sono portatori di uno spirito di scienza e di intelligenza». Da questo presupposto, Papa Bergoglio ha rivolto un ulteriore monito: «Quando alla comunità civile e alle imprese mancano le capacità dei giovani è tutta la società che appassisce, si spegne la vita di tutti – avverte -. Manca creatività, manca ottimismo, manca entusiasmo. Una società e un’economia senza giovani sono tristi, pessimiste, ciniche. Ma grazie a Dio voi ci siete: non solo ci sarete domani, ma ci siete oggi; voi non siete soltanto il ‘non ancora’, siete anche il ‘già’, siete il presente. Un’economia che si lascia ispirare dalla dimensione profetica si esprime oggi in una visione nuova dell’ambiente e della terra. Sono tante le persone, le imprese e le istituzioni che stanno operando una conversione ecologica. Bisogna andare avanti su questa strada, e fare di più. Questo ‘di più’ voi lo state facendo e lo state chiedendo a tutti. Non basta fare il maquillage, bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo».

In seguito Papa Francesco ha parlato anche dell’economia rivolto alla custodia del creato: «Non possiamo soltanto aspettare il prossimo summit internazionale – sollecita -. La terra brucia oggi, ed è oggi che dobbiamo cambiare, a tutti i livelli. In questo ultimo anno voi avete lavorato sull’economia delle piante, un tema innovativo. Avete visto che il paradigma vegetale contiene un diverso approccio alla terra e all’ambiente. Le piante sanno cooperare con tutto l’ambiente circostante, e anche quando competono, in realtà stanno cooperando per il bene dell’ecosistema. Impariamo dalla mitezza delle piante. La loro umiltà e il loro silenzio possono offrirci uno stile diverso di cui abbiamo urgente bisogno. Perché, se parliamo di transizione ecologica ma restiamo dentro il paradigma economico del Novecento, che ha depredato le risorse naturali e la terra, le manovre che adotteremo saranno sempre insufficienti. La Bibbia è piena di alberi e di piante, dall’albero della vita al granello di senape. E San Francesco ci aiuta con la sua fraternità cosmica con tutte le creature viventi». E se la terra soffre è colpa soprattutto dell’antropizzazione umana: «Noi uomini, in questi ultimi due secoli –ammette il Papa -, siamo cresciuti a scapito della terra. L’abbiamo spesso saccheggiata per aumentare il nostro benessere, e neanche il benessere di tutti. È questo il tempo di un nuovo coraggio nell’abbandono delle fonti fossili d’energia, di accelerare lo sviluppo di fonti a impatto zero o positivo. E poi dobbiamo accettare il principio etico universale – che però non piace – che i danni vanno riparati. Se siamo cresciuti abusando del pianeta e dell’atmosfera, oggi dobbiamo imparare a fare anche sacrifici negli stili di vita ancora insostenibili. Altrimenti, saranno i nostri figli e nipoti a pagare il conto, un conto che sarà troppo alto e troppo ingiusto. Occorre un cambiamento rapido e deciso».

Compito, questo, dei giovani: «Conto su di voi! – l’affidamento del Papa – Non lasciateci tranquilli, e dateci l’esempio!». Inoltre, il Santo Padre ha parlato della connessione tra ambiente e povertà: «Quando lavoriamo per la trasformazione ecologica – osserva -, dobbiamo tenere presenti gli effetti che alcune scelte ambientali producono sulle povertà.- La sostenibilità è una realtà a più dimensioni. Oltre a quella ambientale ci sono anche le dimensioni sociale, relazionale e spirituale. Quella sociale incomincia lentamente ad essere riconosciuta: ci stiamo rendendo conto che il grido dei poveri e il grido della terra sono lo stesso grido. Non tutte le soluzioni ambientali hanno gli stessi effetti sui più poveri e quindi vanno preferite quelle che riducono la miseria e le diseguaglianze. Mentre cerchiamo di salvare il pianeta, non possiamo trascurare l’uomo e la donna che soffrono. L’inquinamento che uccide non è solo quello dell’anidride carbonica, anche la diseguaglianza inquina mortalmente il nostro pianeta. Non possiamo permettere che le nuove calamità ambientali cancellino dall’opinione pubblica le antiche e sempre attuali calamità dell’ingiustizia sociale».

I partecipanti a The economy of Francesco

E ad incidere negativamente sull’economia, c’è anche la povertà di relazioni: «In molti Paesi – l’allarme del Pontefice – le relazioni delle persone si stanno impoverendo. Soprattutto in Occidente, le comunità diventano sempre più fragili e frammentate. La famiglia, in alcune regioni del mondo, soffre una grave crisi, e con essa l’accoglienza e la custodia della vita. Il consumismo attuale cerca di riempire il vuoto dei rapporti umani con merci sempre più sofisticate – le solitudini sono un grande affare nel nostro tempo! –, ma così genera una carestia di felicità». Ma non solo: «C’è infine – aggiunge Bergoglio – una insostenibilità spirituale del nostro capitalismo. L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, prima di essere un cercatore di beni è un cercatore di senso. Ecco perché il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà le ragioni per alzarci ogni giorno e andare al lavoro, e genera quella gioia di vivere necessaria anche all’economia. Il nostro mondo sta consumando velocemente questa forma essenziale di capitale accumulata nei secoli dalle religioni, dalle tradizioni sapienziali, dalla pietà popolare. E così soprattutto i giovani soffrono per questa mancanza di senso. Spesso di fronte al dolore e alle incertezze della vita, si ritrovano con un’anima impoverita di risorse spirituali per elaborare sofferenze, frustrazioni, delusioni e lutti. La fragilità di molti giovani deriva dalla carenza di questo prezioso capitale spirituale. Un capitale invisibile, ma più reale dei capitali finanziari o tecnologici. C’è un urgente bisogno di ricostituire questo patrimonio spirituale essenziale. La tecnica può fare molto: ci insegna il “cosa” e il “come” fare. Ma non ci dice il “perché”; e così le nostre azioni diventano sterili e non riempiono la vita, neanche la vita economica».

E poi non deve mancare un’altra attenzione fondamentale: «Senza la stima, la cura, l’amore per i poveri – raccomanda Francesco -, per ogni persona povera, per ogni persona fragile e vulnerabile, dal concepito nel grembo materno alla persona malata e con disabilità, all’anziano in difficoltà, non c’è “Economia di Francesco”». È questo il modo di fare economia, ispirato da San Francesco d’Assisi, che parte dal “mettere al centro i poveri”: «Un’economia di Francesco – precisa il Pontefice – non può limitarsi a lavorare per o con i poveri. Fino a quando il nostro sistema produrrà scarti e noi opereremo secondo questo sistema, saremo complici di un’economia che uccide. Chiediamoci allora: stiamo facendo abbastanza per cambiare questa economia, oppure ci accontentiamo di verniciare una parete cambiando colore, senza cambiare la struttura della casa? Forse la risposta non è in quanto noi possiamo fare, ma in come riusciamo ad aprire cammini nuovi perché gli stessi poveri possano diventare i protagonisti del cambiamento. Questo il suggerimento del Santo Padre: «San Francesco – ricorda – ha amato non solo i poveri, ha amato anche la povertà. Francesco andava dai lebbrosi non tanto per aiutarli, andava perché voleva diventare povero come loro. Seguendo Gesù Cristo, si spogliò di tutto per essere povero con i poveri. Ebbene, la prima economia di mercato è nata nel Duecento in Europa a contatto quotidiano con i frati francescani, che erano amici di quei primi mercanti. Quella economia creava ricchezza, certo, ma non disprezzava la povertà. Il nostro capitalismo, invece, vuole aiutare i poveri ma non li stima».

Quindi la prima indicazione su come proseguire il percorso, espressa da Papa Bergoglio: «Guardare il mondo con gli occhi dei più poveri – esorta -. Il movimento francescano ha saputo inventare nel Medioevo le prime teorie economiche e persino le prime banche solidali, perché guardava il mondo con gli occhi dei più poveri. Anche voi migliorerete l’economia se guarderete le cose dalla prospettiva delle vittime e degli scartati. Ma per avere gli occhi dei poveri e delle vittime bisogna conoscerli, bisogna essere loro amici. E, credetemi, se diventate amici dei poveri, se condividete la loro vita, condividerete anche qualcosa del Regno di Dio, perché Gesù ha detto che di essi è il Regno dei cieli, e per questo sono beati. E lo ripeto: che le vostre scelte quotidiane non producano scarti». Quindi un nuovo appello rivolto ai partecipanti: «Voi siete soprattutto studenti, studiosi e imprenditori – osserva Papa Francesco –, ma non dimenticatevi del lavoro, non dimenticatevi dei lavoratori. Il lavoro è già la sfida del nostro tempo, e sarà ancora di più la sfida di domani. Senza lavoro degno e ben remunerato i giovani non diventano veramente adulti, le diseguaglianze aumentano. A volte si può sopravvivere senza lavoro, ma non si vive bene. Perciò, mentre create beni e servizi, non dimenticatevi di creare lavoro, buon lavoro, lavoro per tutti. Noi non dobbiamo amare la miseria, anzi dobbiamo combatterla, anzitutto creando lavoro, lavoro degno. Ma il Vangelo ci dice che senza stimare i poveri non si combatte nessuna miseria. Ed è invece da qui che dobbiamo partire, anche voi imprenditori ed economisti: abitando questi paradossi evangelici di Francesco».

Infine ancora una sollecitazione: «Nei momenti cruciali della storia – ricorda il Papa -, chi ha saputo lasciare una buona impronta lo ha fatto perché ha tradotto gli ideali, i desideri, i valori in opere concrete. Il mondo dell’economia lo cambierete se insieme al cuore e alla testa userete anche le mani. Le idee sono necessarie, ci attraggono molto soprattutto da giovani, ma possono trasformarsi in trappole se non diventano ‘carne’, cioè concretezza, impegno quotidiano. Vi ringrazio per il vostro impegno. Andate avanti, con l’ispirazione e l’intercessione di San Francesco».

Papa Francesco ha quindi concluso con una preghiera conclusiva: «Padre – invoca il Pontefice -, Ti chiediamo perdono per aver ferito gravemente la terra, per non aver rispettato le culture indigene, per non avere stimato e amato i più poveri, per aver creato ricchezza senza comunione. Dio vivente, che con il tuo Spirito hai ispirato il cuore, le braccia e la mente di questi giovani e li hai fatti partire verso una terra promessa, guarda con benevolenza la loro generosità, il loro amore, la loro voglia di spendere la vita per un ideale grande. Benedicili nelle loro imprese, nei loro studi, nei loro sogni; accompagnali nelle difficoltà e nelle sofferenze, aiutali a trasformarle in virtù e in saggezza. Sostieni i loro desideri di bene e di vita, sorreggili nelle loro delusioni di fronte ai cattivi esempi, fa che non si scoraggino e continuino nel cammino. Tu, il cui Figlio unigenito si fece carpentiere, dona loro la gioia di trasformare il mondo con l’amore, con l’ingegno e con le mani. Amen».

About Davide De Amicis (4020 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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