“Accogliamo la vitalità interiore, dono di Dio, per ricostruire L’Aquila”
“Non temete” – afferma monsignor D’Angelo, citando il Vangelo -. La mano di Dio non è venuta meno. La fede non cancella il dolore ma lo attraversa, come dimostrano le piaghe del Risorto, segno che la ferita resta ma può essere trasfigurata"
Mons. Antonio D'Angelo, arcivescovo di L'Aquila - Foto Siciliani-Gennari/Sir
L’Aquila ieri si è fermata per rinnovare il ricordo delle 309 vittime del sisma che 17 anni fa portò dolore e distruzione nel capoluogo di regione e in decine di altri comuni abruzzesi più vicini all’epicentro. Per l’occasione, ieri mattina, l’arcivescovo di L’Aquila monsignor Antonio D’Angelo ha presieduto una santa messa commemorativa nella chiesa delle Anime sante. Nell’omelia il presule è ripartito dal senso della Pasqua come riferimento per comprendere anche il dolore più grande: «Stiamo celebrando il mistero della Pasqua – ricorda monsignor D’Angelo -, evento che ha segnato la vita dell’umanità e di ogni uomo».
Ma, a detta dell’arcivescovo di L’Aquila, la resurrezione di Cristo apre una strada nuova, in grado di attraversare anche le profondità della sofferenza: «Gesù – ricorda monsignor Antonio D’Angelo – non è fuggito dalla morte, ma l’ha attraversata così l’ha potuta sconfiggere». In questa prospettiva, si inserisce anche il dramma del terremoto, che ha scombussolato l’esistenza degli aquilani, e non solo, lasciando in loro un trauma mai riassorbito: «“Non temete” – afferma monsignor D’Angelo, citando il Vangelo -. La mano di Dio non è venuta meno. La fede non cancella il dolore ma lo attraversa, come dimostrano le piaghe del Risorto, segno che la ferita resta ma può essere trasfigurata».
Una forza, quest’ultima, rappresentata dalla «rinascita della città e della sua comunità. Il desiderio di futuro, di sognare una città che vive» per monsignor D’Angelo è la conseguenza frutto di quella «linfa vitale che abita la persona umana e deriva da Dio, accompagnata da questa luce che proietta lontano e apre vie sconfinate – avverte l’arcivescovo di L’Aquila -. A noi il compito e la responsabilità di saper accogliere questa vitalità interiore e incanalarla con l’intelligenza del cuore, perché questo tipo di intelligenza non si stanca e non si arrende. Solo così potremo continuare il cammino intrapreso per ricostruire la comunità aquilana capace di esprimere amicizia fraterna, in cui i talenti di ciascuno saranno necessari per raggiungere tale obiettivo. Diamo spazio nella nostra vita a quella luce che il Risorto ha piantato, per aver uno sguardo più profondo e più lungo rispetto alla realtà che ci appare».


