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Fame nel mondo: l’Africa travolta dalle disuguaglianze

«Una dieta sana non è un lusso: è la base della salute e deve essere alla portata di tutti», ha richiamato con forza il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il nuovo rapporto dell’Onu registra un calo dei denutriti per il terzo anno consecutivo, ma guerre, crisi climatiche e il carovita mettono a rischio l’obiettivo di “Fame Zero” entro il 2030. Quasi 2,7 miliardi di persone non possono permettersi una dieta sana.

Bambini a mensa in un Paese in via di sviluppo

C’è una timida speranza che si fa strada tra le pieghe di un pianeta ancora ferito, ma è una speranza che rischia di infrangersi di fronte al muro delle disuguaglianze regionali e dei conflitti armati. Nel 2025 la morsa della fame globale ha allentato la presa per il terzo anno consecutivo, scendendo al 7,8% della popolazione mondiale rispetto all’8,1% dell’anno precedente e all’8,6% registrato nel 2022. Significa che circa 645 milioni di persone hanno sofferto la mancanza di cibo, con un calo di quasi 14 milioni di unità rispetto a dodici mesi prima e di 43 milioni nell’arco del triennio. È il quadro a chiaroscuri dipinto dal rapporto “The State of Food Security and Nutrition in the World 2026” (SOFI 2026), pubblicato da cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite: Fao, Ifad, Unicef, Programma alimentare mondiale (Wfp) e Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

Dietro il cauto ottimismo sintetizzato nel monito delle agenzie ONU – «il progresso è possibile, ma dobbiamo accelerare» – si cela tuttavia una realtà drammaticamente sproporzionata. Per la prima volta, l’Africa supera l’Asia diventando il continente con il maggior numero assoluto di persone affamate: 309 milioni contro i 292 milioni dell’area asiatica.

I dati dicono che mentre in Europa e Nord America l’insicurezza alimentare moderata o grave riguarda l’8,7% degli abitanti e in Asia si attesta al 20,3%, nel continente africano la piaga arriva a colpire ben il 56,6% della popolazione. A zavorrare il percorso verso l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile del 2030 è una tenaglia composta dai cambiamenti climatici, dal ridimensionamento degli aiuti internazionali e soprattutto dai conflitti, con la guerra in Medio Oriente che rischia di frenare ulteriormente ogni traguardo. Senza una svolta, le proiezioni indicano che nel 2030 vi saranno ancora tra i 510 e i 520 milioni di persone prigioniere della denutrizione.

A questo scenario si aggiunge la barriera del costo della vita. Il rapporto dedica un capitolo fondamentale all’accesso economico a un’alimentazione equilibrata: nel 2025 il prezzo medio globale per garantire una dieta sana è salito a 4,28 dollari al giorno per persona. Una cifra che può sembrare contenuta, ma che nei fatti taglia fuori 2,69 miliardi di persone che non possono permettersela. In Africa la situazione sfiora il paradosso sociale, con il 66,6% degli abitanti impossibilitato ad accedere a pasti nutrienti.

«Una dieta sana non è un lusso: è la base della salute e deve essere alla portata di tutti», ha richiamato con forza il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Perché i segnali positivi di questi ultimi tre anni non restino un’illusione passegera, l’appello della comunità internazionale richiede una risposta che vada oltre l’assistenzialismo d’emergenza: servono investimenti strutturali nei sistemi alimentari, nelle infrastrutture e nelle politiche sociali per restituire dignità e sicurezza al diritto fondamentale di nutrirsi.

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