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Tradurre la Bibbia – Parte seconda

I Settanta, ovvero ventitrè secoli fa la prima versione della Bibbia in greco

Il nostro viaggio attraverso le traduzioni bibliche è iniziato quindici giorni fa con una sintetica panoramica sulla situazione dell’Italia contemporanea (link). Gli sforzi messi in campo da studiosi laici ed ecclesiastici al fine di ottenere un testo quanto più (e sempre più) aderente alle intenzioni originali degli autori e al tempo stesso comunicativo per il lettore moderno mostrano l’importanza di questa nobile arte del tradurre, senza la quale non avremmo accesso al testo sacro, a meno di essere tanto preparati da poterlo leggere in lingua originale. Ma quanti sarebbero in grado oggi di leggere e comprendere le antiche lingue degli ebrei e dei greci, nelle quali furono messi per iscritto rispettivamente l’Antico e il Nuovo Testamento? Probabilmente un numero di persone pari alle dita di una mano! La nostra ignoranza non ci scoraggi, tuttavia: già nel III secolo a.C. ben pochi ebrei della diaspora, ormai integrati nelle nuove realtà geografiche e linguistiche che li avevano accolti, erano ancora capaci di comprendere la Legge e i Profeti nella lingua originale. Una cospicua e attiva comunità giudaica popolava a quei tempi la capitale egiziana, Alessandria, città cosmopolita, tra le più importanti dell’epoca sul piano politico e culturale, sede tra l’altro di una vasta e famosa biblioteca. Proprio lì vide la luce la prima traduzione della Bibbia dall’ebraico al greco.

L’origine di questa iniziativa è avvolta tra le nebbie del mito. La cosiddetta Lettera dello Pseudo-Aristea a Filocrate la attribuisce nientemeno che al sovrano egiziano Tolomeo II Filadelfo: egli avrebbe commissionato alle autorità religiose del Tempio di Gerusalemme una traduzione in greco del Pentateuco per la biblioteca di Alessandria. Il sommo sacerdote Eleazaro avrebbe nominato settantadue eruditi ebrei (sei scribi per ciascuna delle dodici tribù di Israele), i quali, ritiratisi nell’isola di Faro, attesero, ciascuno in maniera indipendente, alla traduzione del testo sacro. Il lavoro fu ultimato in 72 giorni: a un esame comparato, si scoprì con meraviglia che le rispettive versioni erano identiche. Lungi dall’essere un documento storicamente attendibile, la Lettera attesta l’esistenza di una traduzione della Bibbia in greco a partire dal III secolo a.C. Gli elementi leggendari che avvolgono l’origine di questa traduzione mirano essenzialmente a nobilitarla, attribuendola all’iniziativa di un grande sovrano, e a legittimarla, presentandola come un lavoro eseguito sotto la supervisione del Tempio.

Queste particolari esigenze si comprendono meglio se operiamo un confronto tra il canone ebraico (da cui deriva il Testo Masoretico) e la traduzione dei Settanta. Le differenze tra i due testi sono di natura sia quantitativa sia qualitativa: nella versione greca alcuni libri sono stati aggiunti (per es. la Sapienza di Salomone e il Siracide), altri eliminati (per es. i Salmi di Salomone), e all’interno di singoli passi esistono differenze anche sostanziali nel ricorso a particolari termini o interpretazioni. Gli studiosi moderni attribuiscono simili discordanze a vari fattori, tra i quali l’utilizzo di un testo sorgente diverso, pre-masoretico, o la difficoltà incontrata nel vocalizzare le consonanti ebraiche, operazione che può determinare letture diverse ma parimenti legittime, o ancora l’ambiguità semantica dei termini ebraici, che possono essere resi in modo differente. Più problematico è il caso delle alterazioni volontarie di stile o di senso, dovute queste ultime all’attesa messianico-escatologica, particolarmente viva nei secoli precedenti la nascita di Cristo, che portò i traduttori (o i copisti successivi, che rileggevano le profezie alla luce della rivelazione di Cristo) a sovrainterpretare e modificare alcuni passi. Proviamo a ricordare qui solo alcuni esempi. In Isaia 7,14, a proposito della nascita dell’Emmanuele, la Bibbia ebraica adopera il termine almah, che significa «giovane donna»: la scelta del greco parthènos («vergine») ha favorito l’identificazione con Maria di Nazaret. Nel Salmo 16,10, la resa di shàhat («sepolcro») con diafthoràn («corruzione») ha prodotto la frase «non farai vedere al tuo santo la corruzione», intesa come profezia della risurrezione di Cristo. Nel Salmo 40,7, l’espressione ebraica «mi hai scavato gli orecchi» è divenuta «mi hai preparato un corpo», profezia questa dell’incarnazione del Figlio.

Altri esempi si potrebbero riportare, ma bastano questi per rendere l’idea di quale sia il problema di fondo: di fronte ai mutamenti volontari e consapevoli apportati dai traduttori, che valore va riconosciuto al testo dei Settanta? In altre parole, la traduzione riveste lo stesso valore che possiede il testo originario, o si pone su un livello diverso e inferiore? Tornando ancora una volta alla Lettera dello Pseudo-Aristea, v’è un dettaglio non trascurabile che avvolge di un alone di sacralità l’opera dei settanta saggi: l’incredibile concordanza tra settantadue versioni realizzate autonomamente. Solo una divina ispirazione potrebbe spiegare un simile prodigio.

Quello dell’ispirazione dei Settanta è un problema piuttosto complesso, che riguarda evidentemente tutte le traduzioni bibliche e coinvolge il valore normativo che il testo tradotto riveste per la fede e per l’etica. Che tale valore fosse ampiamente riconosciuto e condiviso nelle prime comunità cristiane lo dimostra il fatto che la maggior parte delle citazioni veterotestamentarie nel NT vengono dai Settanta, anche se questi divergono dal testo ebraico (si pensi per es. al già citato passo di Is 7,14 ripreso in Mt 1,23 secondo la versione greca); sempre dai Settanta i Padri attinsero il linguaggio specifico per la formulazione dei concetti teologici, non solo per una comodità di lingua, ma anche perché in essa trovarono i fondamenti e gli strumenti per una lettura allegorica e cristologica dell’AT. È evidente dunque che questo testo costituiva il canone dell’AT per i cristiani dei primi secoli: probabilmente proprio per questa ragione i giudei lo rifiutarono, e già a partire dal I secolo scompare ogni sua menzione nella letteratura giudaica.

 

 

[continua … ]

 

 

 

 

* Immagine: Jean-Baptiste de Champaigne, Tolomeo II Filadelfo parla con alcuni dei 72 saggi, Versailles (1672)

 

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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83 Comments on Tradurre la Bibbia – Parte seconda

  1. Mattia // 31 maggio 2013 a 15:11 //

    Piero..riprendendo anche le vostre riflessioni. Non vedi, come dice bene, che continui a chiederci (il “ci” sta per cattolici) conto della nostra Tradizione che noi ostentiamo e di cui mostriamo la ragionevolezza, mentre tu non metti in campo la tua? La Chiesa cattolica del XX secolo è quella del III ed è quella che ha visto nascere in sé, ma non dalle proprie forze di uomini, la Bibbia. La tua comunità invece? Come pretende di legarsi ad un testo che le è estraneo? Chi ha stabilito il vostro modo di legarvi al testo su che basi lo ha fatto? Ogni religione del libro ha un profeta, l’Ebraismo ha Mosé, l’Islam ha Maometto. Perché…

    • Mattia // 31 maggio 2013 a 15:12 //

      Ogni religione del libro ha un profeta, l’Ebraismo ha Mosé, l’Islam ha Maometto. Perché voi non parlate mai di Russel, visto che è lui che vi ha fatti nascere? Di certo, ed è una mia risposta, perché è difficile mostrare che un uomo (Russel & co.) sia un profeta attendibile di un libro (la Bibbia) quando quest’uomo è estraneo per principio al soggetto che ha generato quel libro. La Chiesa, ovviamente. Non sarà facile vedere negli uomini di oggi e di sempre la Chiesa, ma certo non è assurdo come onorare un figlio sputando sulla madre.

      • Mi permetto di puntualizzare che anche l’ebraismo non è nato come religione del libro: la svolta nomocentrica (e quindi bibliocentrica) si ha con la nascita del giudaismo rabbinico a seguito dell’ultima distruzione del tempio. L’ebraismo è stato (ed è tuttora, iuxta modum), religione vera: proprio per questo sapeva che la Parola di Dio che apre i mari è la fonte della salvezza, e non (in sé e per sé) ciò che ne è stato scritto su rotoli di papiro.
        Dell’Islam questo non si può dire. Ma l’islam è una religione falsa, fatta eccezione per pochi dei suoi articoli di fede, quindi è tutt’altra storia…

      • E quello del cattolicesimo chi è ? Gesù è il modello di tutti coloro che vogliono vivere da Cristiani ed è vissuto prima della genesi cattolica. In quanto a Russel o Ruterford li considero sinceri studiosi della Bibbia che hanno dato un buon contributo nello stimolare la gente sensibile ad avvicinarsi ad essa. Dove hai letto che li consideriamo profeti ?

        • Il cattolicesimo non è una religione del libro. Punto.
          Cerca di centrare la questione, se vuoi.

          • Lo capisco dalle tue risposte…….su certe cose siete molto distanti

          • Ma certo che posso rispondere con la Scrittura, arrogante presuntuoso!
            Non posso invece tollerare che un non cristiano venga a chiedermi ragione della mia Scrittura. L’abusivo sei tu. In tutti i sensi.

            PS: se dalla Scrittura non vuoi riconoscere la divinità di Cristo, come pretendi che chicchessia ti ci faccia vedere il celibato sacerdotale?
            (non è una domanda, risparmiati di rispondere con le consuete sciocchezze).

        • Mattia // 31 maggio 2013 a 18:54 //

          Ma perché nascondi la verità? Russel o Rutheford “sinceri studiosi della Bibbia”? Ammesso e non concesso i due sono prima di tutto fondatori di una comunità organizzata nella maniera più centralizzata possibile. Perché non vuoi dire questo? Gesù è Dio, per noi, punto. Il resto viene di conseguenza.

          • Gesù è Dio, per noi, e il primo posto in cui l’abbiamo attestato è stato la Scrittura.
            Ognuno è libero, poi, di credere che nei Promessi Sposi ci siano codici cifrati per attentati terroristici, e che solo una sparuta minoranza di eletti, comparsi cento anni dopo Manzoni, saprebbe riconoscerli…
            SPQTdG… SPQ...TdG

          • Piero // 4 giugno 2013 a 08:51 //

            …non capisco perchè da Russel sassi alla Trinità………Russell e compagni sostenevano le dottrine con passi biblici…….voi per tradizione accettate dottrine senza il sostegno scritturale …QUI’ STA LA DIFFERENZA

          • Se fossi un po’ meno presuntuoso ti accorgeresti benissimo che Ario, Atanasio, Basilio “e compagni” conoscevano e citavano la Scrittura (in greco ed ebraico! Sai cosa sono?) diecimila volte meglio dei lupi travestiti da agnelli cui tu vai dietro, e che le opere che hanno scritto sono un continuo di citazioni scritturistiche. Ah, scusa, le tue sono meglio…

      • Piero // 4 giugno 2013 a 08:46 //

        ….non mi tornano ancora i conti….vi irritate solo perchè vi chiedo di mostrare con le scritture la legittimità biblica del celibato….(con versetti vi ho mostrato il contrario) e continuate a fare discorsi che hanno un forte sapore filosofico…..

        • Gesù ha alluso a quanti si fanno celibi per il Regno, ed egli stesso è stato uno di quelli; Paolo ha seguito l’esempio di Cristo, riconoscendo che non poteva essere vincolante per tutti gli apostoli. Difatti non solo “Pietro e altri” – come dice Paolo – portano una compagna con sé, ma anche Aquila e Priscilla, a diverso titolo da loro, partecipano all’edificazione del Regno. Ora, la Chiesa cattolica non fa niente di diverso, dal momento che nei riti non latini (e tuttavia non meno cattolici) i presbiteri vengono scelti anche tra uomini sposati: per i riti latini, invece, essa preferisce conservare una solida prevalenza di celibi nel clero (ed è ben padrona di farlo). Non solo, dunque, essa non obbliga alcuno al celibato, ma presuppone – forse un eccesso di fede – che Dio sappia bene che se vuole chiamare al sacerdozio un uomo di una Chiesa latina sarà opportuno dargli con la vocazione anche il dono del celibato. Troppa fiducia in Dio? Eh, sì, noi cerchiamo di non considerarlo un libro stampato…
          Ma poi, di nuovo, dei ciechi arroganti che non vogliono vedere nelle Scritture la lampante divinità di Cristo (e che per questo saranno giudicati) potranno mai vederci il fondamento di una cosa che non è affatto un dogma, bensì una semplice (e valida) legge ecclesiastica?

          • Piero // 4 giugno 2013 a 09:26 //

            Spero tu abbia dimenticato involontariamente le parole di Paolo in ITimoteo 3:1-7 dove la tradiz CEI parla di “sposarsi una volta sola” di ” dirigere bene la propria famiglia e avere figli sottomessi” …tutto in relazione al vescovo. Le note in calce non contraddicono il senso letterale del versetto. E nessuna legge ecclesiastica deve essere superiore alla Scrittura ispirata da Dio.
            Diversamente mi portesesti a ripensare ai farisei…

          • Non l’ho dimenticato, certo, ma* spero che tua moglie e tua figlia (se ne hai) non si attengano strettamente ai dettami di purità mestruale che si trovano nel Levitico, o sarei davvero in imbarazzo su cosa pensare di voi.
            Ricorda, caro Piero, che nel corso di questa lunghissima “conversazione” sono venuti a galla punti critici dei TdG a decine, e che tu hai sempre puntualmente svicolato. Non credere che non ci se ne accorga. Sei fastidioso, come tutti i confratelli della tua setta, perché sei come un ragazzino che in terza elementare insinui che la maestra ignori il teorema di Pitagora… laddove lui non vuole ficcarsi in testa le tabelline.
            Una similitudine più calzante: sei uno che ha stuprato una ragazza (ovvero la Bibbia) e poi viene davanti alla casa dei suoi genitori a urlare loro che le hanno comprato dei vestiti che non le esaltano bene (a tuo giudizio) le forme.
            Che si deve dire di uno così?

            *: se tu fossi un uomo sincero interessato alla verità ti mostrerei la difficoltà di stabilire cosa significhi “vescovo” in quel passo, anche alla luce della letteratura cristiana coeva. Dal momento invece che (ormai evidentemente) la verità non t’interessa affatto, prendi quest’altra risposta. E francamente ritengo che la cosa sia andata fin troppo in là: ormai hai tutte le delucidazioni che volevi, hai visto che un cattolico può risponderti a stecca su qualunque questione (del resto sono così misere le vostre “dottrine”…), e se vuoi puoi certamente ripensare alle tue posizioni. Sappi che nessuno più dei tuoi commenti sarà pubblicato, a meno che tu non la smetta di ostinarti con i due-tre pseudo-argomenti che fin qui hai tormentosamente masturbato.

        • Mattia // 4 giugno 2013 a 12:34 //

          Ti rendi conto che non stiamo parlando del celibato? Perché scappi dalla questione? Nella Scrittura c’è di tutto, anche un idiota lo potrebbe vedere. Quindi, quale criterio di interpretazione avrebbero offerto Russel & co. tali da poter dire che loro e solo loro attingono al vero significato del testo mentre la comunità in cui il testo è nato no? Gli è apparso qualcuno? L’hanno scritto loro. Almeno Joseph Smith afferma di avere ricevuto delle visioni in proposito..ridicolo, ma coerente per cui i mormoni sono quasi più fondati di voi.

    • Lo ripeto…non parlo di tradizione perchè preferiamo seguire la Scrittura. Questo il solo punto di forza per una comunità cristiana come accadeva nel primo secolo. Per il resto mi stai dicendo che l’unico modo per legarsi al Testo è aderire al cattolicesimo ? ..non è un po presuntuoso affermarlo ?

      • Tutt’altro: presuntuoso è proprio presumere di poter accedere a un libro prescindendo dalle sue stesse ragioni di esistenza (hai presenti le cause aristoteliche? Beh, la Chiesa è causa efficiente e finale della Scrittura: lo Spirito è la causa formale, la letteratura quella materiale). La Scrittura esiste solo dalla Chiesa, nella Chiesa, per la Chiesa e con la Chiesa. Al di fuori è letteratura. E neanche sempre buona.
        Se non vuoi riconoscere che stai scalciando contro lo sperone, puoi sempre ripiegare sulle casalinghe che la domenica mattina non vanno a messa: di quelle potrai facilmente avere ragione con queste chiacchiere.

      • Mattia // 31 maggio 2013 a 18:49 //

        Non parli di tradizione perché non vuoi, ma è in base ad una tradizione (puoi chiamarla “catena di testimoni” se ti dà fastidio il termine!) che tu rifiuti di parlare di tradizione. Perché nascondi ciò che dovrebbe fondare la tua scelta di interpretazione? La domanda te l’ho già fatta e il non voler nemmeno accettare la domanda è segno di falsità oggettiva (che non vuol dire insincerità), perché una testimonianza che nasconde la propria origine non viene dalla verità. Come i farisei, che osservavano le minuzie della Legge, ma avevano ucciso tutti i profeti che testimoniavano la volontà del Padre.
        PS è presuntuoso quanto che…

        • Mattia // 31 maggio 2013 a 18:51 //

          PS è presuntuoso quanto che Gesù affermi di essere Dio, per il resto chi aderisce al cattolicesimo non aderisce ad un testo, per cui spingendoti ad aderire al testo voglio semmai farti diventare un onesto lettore e studioso dello stesso!

  2. Le righe erano per Mattia…ma ti rispondo lo stesso Giovanni.
    Stai confermando la mia tesi anche se involontariamente. La traduzione CEI nella prefazione afferma che Scrittura e Tradizione sono inscindibili. In questo senso il Cattolicesimo non è basato sul libro, perchè spesso prevale la tradizione o l’insegnamento di coloro che sono considerati padri apostolici (non del primo secolo) e questo a costo della Scrittura. Non posso fare a meno di pensare nuovamente alle parole di Gesù ” avete reso la Parola di Dio senza valore”

    • Il Cristianesimo, bada, non è basato sul libro, ma sulla redenzione operata da Dio col mistero pasquale del suo eterno Figlio fatto uomo. Egli è – visto che ti piace “il Regno” – l’αὐτοβασιλεία, e l’ignoranza delle Scritture è da detestare solo in quanto è ignoranza di Cristo stesso (che è la Parola di Dio in Persona): come osi parlare di fedeltà alle Scritture, tu che neghi la divinità della Parola di Dio?
      Fa’ silenzio, perché quelli che non sono stati discepoli della verità diventano maestri dell’errore.

    • PS: anch’io non posso fare a meno di ripensare a Gv 5, 31-47:

      «Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace.
      Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità.
      Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi.
      Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce.
      Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato.
      E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato.
      Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza.
      Ma voi non volete venire a me per avere la vita.
      Io non ricevo gloria dagli uomini.
      Ma io vi conosco e so che non avete in voi l’amore di Dio.
      Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste.
      E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?
      Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è gia chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza.
      Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

      • Leggitelo nella traduzione che ti pare: se non capisci, a che ti serve fare lo spocchioso sulle varie versioni?
        E tieni a mente che sei cascato male pure sulle traduzioni…

        • Mi dispiace se te la prendi ancora……non mi sembra di usare supponenza nelle mie espressioni….piuttosto vedo che ti piace citare il latino prendendo per scontato che io lo conosca…..(il latino non è una lingua biblica)….

          • Non ti sembra? Se scrivo dei modi di dire latini, comuni nella lingua italiana, e tu vieni a dirmi che il latino non è una lingua biblica, che altro sei se non un noioso e un petulante?
            E se invece ti riferivi ad “αὐτοβασιλεία”, ti rendi conto che questo è greco, e non latino? (…e che peraltro il greco è una lingua biblica?!).

  3. Mattia …rimanendo sul celibato…Paolo lo vive e ne gode i vantaggi, ma non lo comanda e se ne guarda dall’imporlo tanto che profetizza in I Timoteo cap che altri non ispirati avrebbero proibito di sposarsi. Come giustifichi la posizione della chiesa ? Ha l’autorità per contrastare la Parola di Dio ? Ha più autorità di Paolo ? Lo stesso ragionamento lo puoi applicare ad altri soggetti come il secondo comandamento (quello scritto non quello insegnato oralmente) e al concetto di neutralità (Isaia 2:4)……..Non è stato Gesù a dire “li riconoscerete dai loro frutti” ?

    • Ma perché? Il celibato è stato reso obbligatorio per qualcuno, nella Chiesa? :-O
      Avevo sempre creduto che quanti lo abbracciano dichiarino di volerlo!

      • …..eppure un sacerdote non può sposarsi……non mi tornano i conti…….e invece Paolo dice di si, chi ha ragione: Paolo o la Chiesa (la tua intendo ) ?

        • Ai disonesti non tornano mai i conti.
          Le cose non stanno come dici tu, e potrei risponderti punto per punto: spero tu conservi un briciolo di onestà, dentro di te, sufficiente a permettere alla tua intelligenza di riconoscerlo.
          Non intendo però continuare questa schermaglia, perché stai eludendo i punti fondamentali: da questo capisco che non sei interessato alla verità, ma ad assicurarti di aver fatto la scelta giusta nella tua vita. Contentati dunque delle tue menzogne.

          • non sei in grado di rispondere con la Bibbia sulla questione del celibato…..

  4. Grazie per la delicatezza Giovanni …e sperando che in automatico non venga tagliato nulla diversamente provvederò come sopra.. I casi di Qere-qetiv riguardano parole che non si devono leggere como sono scritte come il tetragramma che la postilla al lato dava Adonai. Il divieto aveva a che fare solo con il nome non la sua forma contratta “yah” usata come prefisso o suffisso in vari nomi ebraici. Le ragioni che dovrebbero dare importanza al “ripristino” del nome sono legate al nome stesso, al suo significato strettamente legato al proposito di Dio. (proseguo)

    • Gesù disse “sia santificato il tuo nome” e “ho fatto conoscere il tuo nome”. Dio avrebbe “radunato un popolo per il suo nome” Mi chiedo: Se non proviamo nemmeno a menzionarlo come possiamo santificarlo ? Alcuni traduttori italiani dicono che in questi contesti “il nome” si riferisce alla persona di Dio intesa come qualità / attributi ecc. A me sembra una debole giustificazione. Parlo quasi quotidianamente con ebrei abitando vicino al “ghetto di Venezia” e loro stessi dicono che “il nome racchiude un progetto”.
      Ci sarebbe davvero tanto da scrivere su questo argomento.
      Grazie dello spazio
      Piero

      • Guardi, le rigiro la domanda: come facciamo a santificarlo? La questione è stata affrontata da tutti gli autori che fin dall’antichità hanno commentato la preghiera di Gesù. Ora devo salutarla, le lascio uno stralcio della Lettera 130 di Agostino a Proba.
        ———————

        A noi dunque sono necessarie le parole perché richiamiamo alla mente e consideriamo che cosa chiediamo, ma non dobbiamo credere che con esse si suggerisca qualcosa al Signore o lo si voglia piegare ai nostri voleri. Quando diciamo: Sia santificato il tuo nome, eccitiamo noi stessi a desiderare che il nome di lui, ch’è sempre santo, sia considerato santo anche presso gli uomini, cioè non sia disprezzato, cosa questa che non giova a Dio ma agli uomini. Quando diciamo: Venga il tuo regno, il quale, volere o no, verrà senz’altro, noi eccitiamo il nostro desiderio verso quel regno, affinché venga per noi e meritiamo di regnare in esso. Quando diciamo: Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, noi gli domandiamo l’obbedienza, per adempiere la sua volontà, a quel modo che è adempiuta dai suoi angeli nel cielo. Quando diciamo: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, con la parola oggi intendiamo ” nel tempo presente “, in cui o chiediamo tutte le cose che ci bastano indicandole tutte col termine ” pane ” che fra esse è la cosa più importante, oppure chiediamo il sacramento dei fedeli che ci è necessario in questa vita per conseguire la felicità non già di questo mondo, bensì quella eterna. Quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, richiamiamo alla nostra attenzione che dobbiamo chiedere e fare per meritare di ricevere questa grazia. Quando diciamo: Non c’indurre in tentazione, ci eccitiamo a chiedere che, abbandonati dal suo aiuto, non veniamo ingannati e non acconsentiamo ad alcuna tentazione né vi cediamo accasciati dal dolore. Quando diciamo: Liberaci dal male, ci rammentiamo di riflettere che non siamo ancora in possesso del bene nel quale non soffriremo alcun male. Queste ultime parole della preghiera del Signore hanno un significato così largo che un cristiano, in qualsiasi tribolazione si trovi, nel pronunciarle emette gemiti, versa lacrime, di qui comincia, qui si sofferma, qui termina la sua preghiera. Con queste parole era opportuno affidare alla nostra memoria le verità stesse.

        • Giovanni….
          In buona parte condivido. Certo se oggi improvvisiamo una statistica fermando 100 persone e chiedendo qual’è il nome di Dio……sarebbe imbarazzante. Agostino si limita a dire che “il nome di Dio non sia disprezzato”. E’ un po come dire “non fare agli altri altri quello che…” (Gesù lo espresse in modo costruttivo: “fai agli altri….” Allo stesso modo per santificare il nome di Dio dobbiamo seguire l’esempio di Gesù. 1) Almeno il tetragramma facciamolo conoscere 2) Spieghiamo cos’è realmente il suo Regno……

          • 3) Incoraggiamo con l’esempio e le parole a vivere il cristianesimo non come una tradizione relegata alle festività cattoliche ma come il giusto “modo di vivere” . E non per ultimo, incoraggiamo la lettura e lo studio della Bibbia.
            Potrebbe essere un buon inizio.
            Grazie Giovanni
            Piero

          • Che infine il cristianesimo sia “una tradizione legata a festività cattoliche”… questa è una caricatura del cristianesimo, e certamente non è offerta dal cattolicesimo, che splende invece per l’amore all’equilibrio, alla fedeltà all’eredità dei nostri Padri, alla prudente e sapiente riformulazione formale delle dottrine. Il cristianesimo è molto più del “giusto modo di vivere”, non essendo una morale ma la relazione viva e vivificante col Figlio di Dio. Tutt’altro che per ultimo, la lettura e lo studio della Bibbia sono definiti dal Vaticano II “l’anima della teologia”, e sono vivamente incoraggiati presso chierici e laici, come perfino iniziative come questa rubrica potrebbero dimostrare. C’è da dire anche che studiare la Scrittura costa fatica, e che a questa fatica non tutti sono portati, né tutti ne sono capaci: il cristianesimo non è e non deve diventare una religione intellettualistica. Cristo non chiede a nessuno più di quanto gli conceda. Quello stesso Cristo che san Girolamo diceva essere ignorato da quanti ignorano le Scritture, quel Cristo ha lasciato scrivere ma non ha scritto, ha parlato perlopiù ai semplici pur mostrando di saper confondere a proprio agio i “sapienti”… ma ha compiuto il Regno – di cui lei parla – quando non solo lo scritto, ma anche le parole, gli sono venute meno.

          • Ma il tetragramma si può ben far conoscere: io, personalmente, lo trascriverei in tutte le bibbie sempre e solo in consonanti maiuscole, e insegnerei a leggere sempre e comunque “Adonaij” – come faccio nella mia lettura personale da quando ho studiato l’ebraico. Nessuno mi ha “indottrinato” in questo senso, espongo la mia personale persuasione.
            Mi pare ancora più importante il secondo punto, che unitamente agli altri due traccia distintamente (finalmente) il profilo dottrinale di un TdG. Lasciamo da parte la diatriba, mi dica: che cos’è il Regno di Dio? «Il Dio unigenito che è nel seno del Padre» non ha trovato di meglio che affastellare un’enormità di immagini poetiche, per descriverlo: similitudini, parabole… Lei ha qualcosa di più conciso, o restiamo sulle parole di Gesù?

  5. Gent.mo Marcotulio
    Grazie per al sua risposta.
    Credo di toccare con mano varie correnti di pensiero all’interno della chiesa sul soggetto del Nome di Dio. Giovanni Rizzi in “Le versioni italiane della Bibbia” fa uso del tetragramma vocalizzato,. Silvia Zanconato in “Conoscere la Bibbia” fa la stessa cosa (Tutto edito da Paoline). Se ha occasione di sfogliare versione un po attempate della Bibbia come quella di Martini del 1800 troverà tale nome con vocali in esodo. Non vedo una posizione “massiccia” come lei dice su tale posizione. Piuttosto una silenziosa ubbidienza alle direttive della chiesa in merito. Aggiungo (senza…

    • Gent.mo Piero,
      la ringrazio della sua risposta, che mi aiuta a ricollocare meglio la sua precedente. Abbia la bontà, se vuole, d’inserire nuovamente la parte mancante della risposta che, come vede, è stata automaticamente tagliata dal sistema (non possiamo recuperarla neanche noi). A parte questa incompletezza accidentale, vorrei ribattere in due rapidissimi punti: 1) In linea di principio, e non solo, certamente il cattolicesimo sa farsi arbitro di molte differenze (anche teologiche); 2) Nella fattispecie, i testi che ha citato (l’editrice non può impressionare nessuno: si son viste cose peggiori pubblicate da editrici migliori) sono – buoni quanto si vuole, per carità – dei testi divulgativi, non volti a tematiche specifiche quale questa è. Della Bibbia del Martini abbiamo già parlato, e ho avuto la fortuna di sfogliarne delle belle copie, ma nessun esempio è davvero esemplare, proprio per il fatto che gli esempî sono tanti e contrarî: o vuole che le dica che la CEI scrive “Signore”, e che la CEI è più autorevole della Martini? Non mi piace procedere a colpi d’autorità, tanto più quando le ragioni sono chiare e forti, come in questo caso. Se lei non condivide le ragioni – e la cosa è sempre legittima, in linea di principio – argomenti sulle ragioni, non cerchi di portare il discorso sul piano di (presunte) autorità, inservibili data la loro disparità.
      Stia bene, buona serata.

      • Giovanni ecco il pezzo mancante (a grandi linee)
        L’esempio di Caio Giulio Cesare sembra molto singolare al punto da non dover condizionare ciò che è comunemente accettato. Certo la diversità di opinione sul soggetto del nome denota instabilità di pensiero perlomeno sul soggetto in questione (Matt 12:25). Accennavo inoltre, come lei ha argomentato in “tradurre la Bibbia” che la settanta è stata condizionata e forse anche i traduttori più recenti, magari anche Girolamo sono stati vittime degli stessi condizionamenti. Per quanto riguarda l’autorevolezza della CEI nella versione precedente a quella del 2008 (versione che subito…

        • (proseguo)
          circa centomila cambiamenti) il tetragramma veniva vocalizzato, almeno nella prefazione. Per quello che riguarda le “ragioni” (se ho compreso bene) penso che quello che ha spinto l’autorità della chiesa ha omettere il nome in soggetto sia il “rispetto verso i fratelli maggiori ebrei” (cito espressioni di un ministro religioso) Al riguardo l’esempio di Gesù è rimarchevole in senso opposto: quando era sulla terra non rispettava le tradizioni giudaiche / farisaiche quando erano in contrasto con la Parola di Dio. Anzi li rimproverò dicendo “avete reso la Parola di Dio senza valore a causa delle vostre…

          • …….tradizioni”
            Grazie ancora Giovanni
            (sono semplici riflessioni)
            Piero

          • Mi creda, Piero,
            mi spiace molto essermi lasciato andare a del sarcasmo un po’ sferzante: forse non avevo capito la buona fede delle sue domande.
            Tuttavia le ragioni che adduce non mi sembrano convincenti. Ecco, tornavo su questa pagina precisamente per scriverle una cosa cui non avevo pensato: ha mai letto la versione di Chouraqui? Una versione francese scritta da un ebreo (che però traduce anche il NT): noterà come Chouraqui traslitteri insieme il “queré” e il “qetib” del tetragramma, separati da appena un trattino. Un modo come altri per sottolineare la particolare sacralità di quella parola.
            Ora lei mi dice che il problema sarebbe il rapporto coi “fratelli maggiori”. No, guardi, non è una moda dovuta agli ultimi pontificati cattolici, né ai sensi di colpa “post-shoàh”: Piò XI già prima della guerra ricordava che spiritualmente siamo tutti semiti, e l’antigiudaismo da sempre contenuto nel cristianesimo (particolarmente elaborato negli scritti giovannei, ma a partire dagli atteggiamenti di Gesù che lei ha ricordato) non arriva mai, fatta salva l’ortodossia, a cancellare il cuore della rivelazione giudaica, anzi la corrobora e la fa splendere in tutta la sua verità. Non scanniamo più animali sacrificali, vero, né mandiamo capri nel deserto, ma grazie a quelle cerimonie comprendiamo il sacrificio di Cristo e lo chiamiamo (proprio dietro Giovanni, l’antigiudaico!) “agnello di Dio”! Che il nome di Dio sia impronunciabile dice in maniera molto poetica ed espressiva che l’uomo non arriva e non arriverà mai a esaurire il fondo della divinità. Ciò è vero e vero resta anche di fronte a Gesù, che dice al contempo che il Padre è in lui e lui è nel Padre e che il Padre è più grande di tutti, anche del Figlio (!).
            Alle sue “semplici riflessioni” vorrei chiedere, per meglio capire, perché sarebbe così importante avere un nome di Dio da pronunciare, e soprattutto in che cosa una simile prospettiva teologica sarebbe più ricca di quella che abbiamo e che le ho esposto.
            La ringrazio.

    • Giovanni..
      Al di la di quello che uno vuole credere che sia il cristianesimo.. Non discostiamoci dalla realtà. Le persone che si dicono cristiane, lo sono per tradizione o per scelta ? Può trovare la risposta sondando la conoscenza delle scritture che hanno. Se, come dice lei , il cristianesimo è più di un modo di vivere credo che un minimo di dimestichezza delle Scritture debba esserci.(Giov 17:3). Ma se è obbiettivo, la realtà è un’altra. Stessa cosa si può dire di tante religioni. Purtroppo oggi sembra che il luogo di nascita debba condizionare l’appartenenza ad una religione o ad un’altra. (proseguo)

      • Che cos’è il Regno di Dio ? E’ un governo reale anche se invisibile, Daniele lo sapeva bene (Dan 2:44). E’ un regno che non si immischia negli affari politici odierni (Giov. 18:36) E’ anche il Regno che risolverà problemi che nessun programma di partito può includere negli obiettivi da raggiungere (Matt 9:35) Inoltre è Regno che tra breve opererà una seria separazione fra le persone Matt 25:31-46) Il Regno di Dio è questo e molto altro come penso tu sappia.
        Piero

        • Un governo molto più che reale, quanto a efficacia: in questo senso s’identifica con ciò che chiamiamo “Provvidenza”. Ma che vuol dire “che non si immischia negli affari politici odierni”? In realtà, nel NT ci sono due grosse posizioni, a riguardo – la prima più marcatamente segnata da fervori apocalittici della seconda. Ci sono versetti, come quelli giovannei e protopaolini, che invitano al distacco dalla «scena di questo mondo, che passa», e altri, più tipici delle lettere apostoliche, che invitano a «pregare per il re, sapendo che ogni potere è costituito dall’alto». Le diverse posizioni riflettono il rapido mutare della posizione del cristianesimo di fronte alle realtà politiche verso la fine del I secolo, ma anche la diversa autocomprensione dello stesso cristianesimo, e la formazione di vangeli e libri è proprio il (tardo) segno di quest’inversione di tendenza: i primi scritti furono le lettere di Paolo non a caso – esistevano le raccolte dei detti di Gesù, ma a nessuno sembrava sensato porsi a scrivere chissà cosa, con la fine del mondo che stava arrivando da un momento all’altro. Il tema della dilazione del giudizio finale fu un argomento di grande scompiglio, tra i primi cristiani, e la seconda produzione neotestamentaria ne è chiaro segno (penso alle lettere di Pietro, ma anche alla stessa Apocalisse!).
          Nei primi secoli il cristianesimo visse un rapporto ambiguo e conflittuale con le realtà mondane (penso all’Ad Diognetum o al Quis dives salvetur di Clemente alessandrino), e tale ambiguità si esasperò rapidamente con la svolta costantiniana (penso alla crisi donatista, ma c’è molto di più). In quel periodo l’ufficialità della teologia sposò quasi in blocco la “teologia politica” di Eusebio di Cesarea, che pareva risolvere in un placido matrimonio la dialettica Chiesa-Impero. Il sacco di Roma del 410, tuttavia, sconvolse tra le altre cose anche questa convinzione (un po’ ingenua), e Agostino ebbe l’occasione di produrre uno dei suoi capolavori (i ventidue libri del De Civitate Dei): lì venivano tirate le somme delle interpretazioni fino ad allora date dei dati neotestamentarî, e proprio grazie ad Agostino l’avventata e semplicistica sintesi eusebiana è stata riportata alla strutturale inadattabilità definitiva del Regno di Dio (la città di Dio) nella storia contingente (l’altra città, costruita sull’amore di sé fino al disprezzo di Dio). Se di lì in poi, fino a oggi, il cattolicesimo ha sempre santamente ritenuto e insegnato che il Regno di Dio non s’identifica con le realtà mondane, ma per la condiscendenza della Grazia vi si immette e vi opera efficacemente, il merito è suo in gran parte, ovvero di lui si servì «la gloria di colui che tutto môve».

          • «Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli e ci ha rivelato il mistero di lui, e con la sua obbedienza ha operato la redenzione. La Chiesa, ossia il regno di Cristo già presente in mistero, per la potenza di Dio cresce visibilmente nel mondo» (LG 3).
            «Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua stessa fondazione. Il Signore Gesù, infatti, diede inizio ad essa predicando la buona novella, cioè l’avvento del regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: « Poiché il tempo è compiuto, e vicino è il regno di Dio » (Mc 1,15; cfr. Mt 4,17). Questo regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo. La parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato nel campo (cfr. Mc 4,14): quelli che lo ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo (cfr. Lc 12,32), hanno accolto il regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto (cfr. Mc 4,26-29). Anche i miracoli di Gesù provano che il regno è arrivato sulla terra: « Se con il dito di Dio io scaccio i demoni, allora è già pervenuto tra voi il regno di Dio » (Lc 11,20; cfr. Mt 12,28). Ma innanzi tutto il regno si manifesta nella stessa persona di Cristo, figlio di Dio e figlio dell’uomo, il quale è venuto « a servire, e a dare la sua vita in riscatto per i molti » (Mc 10,45). Quando poi Gesù, dopo aver sofferto la morte in croce per gli uomini, risorse, apparve quale Signore e messia e sacerdote in eterno (cfr. At 2,36; Eb 5,6; 7,17-21), ed effuse sui suoi discepoli lo Spirito promesso dal Padre (cfr. At 2,33). La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria» (LG 5).
            «Questo popolo messianico ha per capo Cristo « dato a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo» (LG 9).
            «In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così « chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra ». Siccome dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is 60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito di lui» (LG 13).
            «Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore» (LG 31).
            «I laici quindi, anche quando sono occupati in cure temporali, possono e devono esercitare una preziosa azione per l’evangelizzazione del mondo. Alcuni di loro, in mancanza di sacri ministri o essendo questi impediti in regime di persecuzione, suppliscono alcuni uffici sacri secondo le proprie possibilità; altri, più numerosi, spendono tutte le loro forze nel lavoro apostolico: bisogna tuttavia che tutti cooperino all’ estensione e al progresso del regno di Cristo nel mondo. Perciò i laici si applichino con diligenza all’approfondimento della verità rivelata e domandino insistentemente a Dio il dono della sapienza» (LG 35).
            «Cristo, fattosi obbediente fino alla morte e perciò esaltato dal Padre (cfr. Fil 2,8-9), è entrato nella gloria del suo regno; a lui sono sottomesse tutte le cose, fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature, affinché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15,27-28). Questa potestà egli l’ha comunicata ai discepoli, perché anch’essi siano costituiti nella libertà regale e con l’abnegazione di sé e la vita santa vincano in se stessi il regno del peccato anzi, servendo il Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i loro fratelli al Re, servire il quale è regnare. Il Signore infatti desidera estendere il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici: il suo regno che è regno « di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace » e in questo regno anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio (cfr. Rm 8,21). Grande veramente è la promessa, grande il comandamento dato ai discepoli: « Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio » (1 Cor 3,23)» (LG 36).
            «Siccome quindi i consigli evangelici, per mezzo della carità alla quale conducono congiungono in modo speciale coloro che li praticano alla Chiesa e al suo mistero, la loro vita spirituale deve pure essere consacrata al bene di tutta la Chiesa. Di qui deriva il dovere di lavorare, secondo le forze e la forma della propria vocazione, sia con la preghiera, sia anche con l’attività effettiva, a radicare e consolidare negli animi il regno di Cristo e a dilatarlo in ogni parte della terra. Per questo la Chiesa difende e sostiene l’indole propria dei vari istituti religiosi. Perciò la professione dei consigli evangelici appare come un segno, il quale può e deve attirare efficacemente tutti i membri della Chiesa a compiere con slancio i doveri della vocazione cristiana. Poiché infatti il popolo di Dio non ha qui città permanente, ma va in cerca della futura, lo stato religioso, il quale rende più liberi i suoi seguaci dalle cure terrene, meglio anche manifesta a tutti i credenti i beni celesti già presenti in questo tempo, meglio testimonia l’esistenza di una vita nuova ed eterna, acquistata dalla redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura resurrezione e la gloria del regno celeste. Parimenti, lo stato religioso imita più fedelmente e rappresenta continuamente nella Chiesa la forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel mondo per fare la volontà del Padre e che propose ai discepoli che lo seguivano. Infine, in modo speciale manifesta l’elevazione del regno di Dio sopra tutte le cose terrestri e le sue esigenze supreme; dimostra pure a tutti gli uomini la preminente grandezza della potenza di Cristo-Re e la infinita potenza dello Spirito Santo, mirabilmente operante nella Chiesa» (LG 44).

      • Se non vogliamo discostarci dalla realtà (e dalle Scritture, che non la contraddicono, bensì la illuminano), le persone che si dicono cristiane lo sono per molte ragioni. Così «il regno dei cieli è come una rete gettata nel mare», e solo alla fine – quanto Agostino, fedele alle Scritture, insistette su questo! – si separeranno i pesci buoni dai pesci cattivi e «a ciascuno sarà dato il suo». Chiaramente, più una religione è diffusa e potente, più i motivi per aderirvi possono essere altri da quelli puramente spirituali e salvifici: questo vale per tutte, benché nel nostro contesto ciò sia evidente per il cristianesimo e in particolare per la confessione cattolica. Anche da noi, tuttavia, le cose non stanno semplicemente così: storie di conversione, storie di scoperta della verità da sempre “creduta”, storie di autentico innamoramento di Dio e della Chiesa… tutto ciò è cronaca quotidiana, insieme con le storie di pettegolezzi, di maldicenza, di detrazione: il Padrone non ha voluto che la zizzania venisse strappata dal campo in cui cresce il suo grano. Per ora.
        “Un minimo di dimistichezza con le Scritture”: ma certo! Compatibilmente con le possibilità di ciascuno, naturalmente. E tuttavia, neanche questo basta a fare del cristianesimo una “religione del libro”: Cristo ha donato la sua sapienza, e la scienza infusa della sua Parola, a santi analfabeti (penso a Caterina, ma ce ne sono tanti) proprio per confondere la “sapienza” dei sapienti e distruggere la presunzione di chi «scrutando le Scritture s’illude di trovarvi la vita» (cf. Gv 5) e potrebbe in effetti trovarcela, se si rassegnasse a cercarvi lo Spirito, «che dà la vita», e non la lettera, «che uccide».

        • Preferisco per “sicurezza ” rimanere nel primo secolo e in quello che si legge nella Bibbia, piuttosto che affidarmi a personaggi comparsi dopo si cui non si è sicuri della loro ispirazione su quanto hanno scritto. Non vedo poli opposti nelle scritture greche circa la neutralità politica. Vedo Cristo che ha rifiutato di essere un re terreno quando era sulla terra. Ricordo “il dare a Cesare le cose di Cesare” ma si parlava di tasse, E al riguardo Paolo in Romani 13 sottolinea il tipo di sottomissione da adottare verso Cesare. Rispettare un autorità politica non implica il sostenerla politicamente. Le testimonianze storiche dei…

          • (proseguo) …dei primi cristiano narrano che “non ricoprivano cariche politiche”. D’altra parte se sei a favore (voto) del Governo celeste, per coerenza e lealtà non dovresti in alcun modo pubblicizzare / operare a favore di un altro possibile governo terreno. Questo perchè sai bene che solo il Regno di Dio risolverà radicalmente i problemi del mondo.
            Piero

          • Il primo secolo non ha visto la scrittura di tutta la Bibbia, e ci sono scritti più antichi degli ultimi scritti biblici che attestano che il movimento dei cristiani non attecchiva solo tra le classi “basse”, non impegnate in politica. Che dire di «quelli della casa di Cesare» cui si riferisce Paolo? Ma soprattutto, riguardo alla precisazione su Rom 13, chi ha mai preteso di mettere sullo stesso piano Dio e il re? Proprio come dice Paolo: a Dio ciò che spetta a Dio, al re ciò che spetta al re (e non parla di tasse, bensì di un discorso generalissimo, di vera πολιτεία).

          • E chi rivendica addirittura l'”ispirazione” per Eusebio e Agostino? Li cito e li critico! La loro storia, tuttavia, è la nostra, e i problemi con cui ci confrontiamo noi sono quelli con cui si confrontarono loro. Inviterei davvero, di cuore, a un confronto più aperto.
            Quanto alla “politica”, essa è dimensione costitutiva dell’essere umano, e questo lo dice Aristotele ma lo sa benissimo la Scrittura. Vogliamo dire che Babele è l’immagine della politica? Allora suggerisco, caro Piero, di non vivere in città, di non votare (e perché pagare le tasse, se non si vota? Non mi tiri fuori il I secolo, ché lì non si votava perché non esisteva il suffragio universale e non per virtù né per ispirazione), di coltivare un bel pezzo di terra e di vivere allo stato adamitico (possibilmente vestiti di sole tuniche di pelle) attendendo la fine del mondo. Badi bene che anche dei mezzi elettronici e informatici che lei sta usando per esporre il suo pensiero, nella Scrittura si parla molto meno che della Trinità divina e della divinità di Cristo Gesù.
            Guardi, lei sembra una persona intelligente e con qualche lettura alle spalle (non posso dire lo stesso della stragrande maggioranza dei TdG che conosco). Accolga questo consiglio, la prego: attinga alle fonti del cattolicesimo di prima mano, e non tramite gli scritti (polemici) che glie li possono volgarizzare. Legga la Storia ecclesiastica di Eusebio, il De civitate Dei di Agostino: guardi a come i nostri Padri hanno letto la Scrittura. Si faccia venire questo sospetto: forse non erano più sciocchi di noi.

  6. Gent.mo Giovanni Marcotulio
    Credo che non sia volontà di Dio che il suo nome non sia pronunciato. Dal momento che nei testi originali ebraici il tetragramma compare quasi 7 mila volte, ma un’errata interpretazione ebraica o superstizione riguardante uno dei dieci comandamenti. Credo inoltre che sostituire un nome con un titolo (Signore, Eterno ecc.) sia errato dal punto di vista filologico: Un nome è un termine enciclopedico, un titolo è da dizionario. Penso sia corretto dire che non si conosca la pronuncia esatta del nome, ma penso anche ad una ragione cattolica alla base dell’eliminazione del nome nelle versioni della Bibbia,…

    • Gent.mo Piero,
      che cosa vuole intendere con “una ragione cattolica”? Il cattolicesimo, per grazia di Dio, è pieno di ragioni: a quale delle tante allude, lei? Sul nome e sul titolo mi permetto di contraddirla: i successori di Caio Giulio Cesare trasformarono l’ultimo dei suoi tria nomina in un titolo, e a quel titolo tennero più che ai loro nomi proprî. Quanto a “una determinata interpretazione ebraica”, il punto è proprio qui: la storia del testo (habent sua fata libelli) è andata proprio così, e penso che non saremo noi a dire come invece sarebbe dovuta andare. Che quell’interpretazione sia “errata” e “superstiziosa” è – o sembra essere – una sua affermazione, tanto rispettabile in linea di principio quanto arbitraria nella fattispecie: lei c’era? Io no, cerco di attenermi ai fatti trasmessi dalla storia effettuale dei testi.
      In ultimo, ciò che lei scrive al principio: se lei presume di credere così, vuol forse darmi a intendere che la cosa finisce lì? Se così non fosse, avrei da chiederle anzitutto qualche delucidazione esatta sulla pronuncia; poi alcune piccole curiosità (ma Dio come lo dice, il suo nome? E con che accento?); infine una pacata spiegazione sul senso, sull’utilità, sull’opportunità di fissarsi su una prassi cultuale che i testi e la loro storia esegetica massicciamente scoraggiano (e condannano). Se invece fosse proprio così – mi perdoni, ma ho un po’ l’impressione che sia questo il caso – allora non mi resterebbe che augurarle la buonanotte.
      E di svegliarsi (bene, domattina).

    • Giovanni,
      Le chiedo la cortesia di documentarmi il primo pensiero da lei esposto se possibile. Per quanto riguarda “quelli della casa di Cesare” (Filip 4:21,22) Non è precisato chi fossero, se schiavi, se subalterni o persone che prestavano servizio presso Nerone….Potrebbe essere se la casa di detenzione di Paolo era nei pressi. Ma potrebbero essere cmq persone che ascoltarono la predicazione dello stesso. Il “date a Cesare le cose di Cesare ( Marco 12:14-17) a come contesto le tasse. Convengo che si possa anche generalizzare il senso ma non sul piano politico inteso come voto / sostegno.

      • (scusi gli errori di battitura) “ha” come contesto le tasse.
        (Proseguo) Lei suggerisce la storia o i pensieri di Eusebio e Agostino. Apprezzo i suoi suggerimenti e spero di trovare il tempo per esaminarla, ma ripeto, preferisco rimanere sulla Scrittura come unica fonte di verità ispirata. Penso che i pensieri di coloro che lei considera “padri della chiesa” debbano essere considerati pensieri di uomini e che non debbano in alcun modo condizionare il lettore della Bibbia.
        Per quanto riguarda la cultura dei miei fratelli TdG, mi creda è spesso sottovalutata.
        Grazie per l’attenzione mostrata
        Piero

        • Non ho affatto paura di ammirare e criticare il pensiero degli uomini, senza idolatrare nessuno. Le ho suggerito i due che sono entrati nel discorso, ma potrei indicarle mille altri nomi di altrettante epoche: non glie li ho suggeriti perché la condizionino, ma perché conoscendoli se ne lasci condizionare meno (e più consapevolmente). Sta di fatto che la nostra Bibbia l’hanno materialmente copiata, dettata e commentata loro, e se anche nel Novum Instrumentum Omne di Erasmo, da cui promanano tutte le bibbie moderne, trova certi nomi di città cambiati, la risposta è in qualche oscura pagina di Origene. Meglio saperle, certe cose. Distinguere tra varî gradi d’autorità è cosa buona per chiunque si diletti di una qualsivoglia forma di pensiero.

      • Guardi, certamente lei conosce l’iscrizione di Abercio (che io ho avuto la fortuna e la grazia di vedere più volte dal vivo): questo personaggio è vissuto nella prima metà del secondo secolo, quando ancora non solo il canone cristiano aveva buoni margini di fluttuazione, ma quando alcuni testi non avevano neanche raggiunto la forma redazionale definitiva. Ebbene, un simile personaggio si mostra sufficientemente colto, ricco e spregiudicato da girare il mondo con dei libri sacri (proibiti) addosso, attratto dall’armonia della dottrina e della carità della comunità dei credenti in Cristo (comunità che pare avere a Roma una sua splendida e misteriosa regina); scrive ermeticamente, ma si rivolge a lettori che egli sa che potranno comprendere i suoi riferimenti ai santi misteri e alle Scritture – e a quelli strizza l’occhio (dunque non era una mosca bianca, ce n’erano altri come lui). Per tutti, invece, impugna le leggi imperiali in proprio vantaggio.
        Se invece vogliamo parlare di “politica” in senso più stretto, guardi, proprio l’altro giorno sono tornato a visitare le splendide “catacombe di Priscilla”. Come saprà, la Priscilla da cui prendono il nome non è la moglie di Aquila (anche se per secoli così è stato creduto), bensì la moglie del senatore Manio Acilio Vero, nipote di quel Manio Acilio Glabrione che era stato console col futuro imperatore Traiano nel 91. Non a caso Svetonio, nel X libro della Vita di Domiziano, narra che sotto il suo regno (81-96) molti senatori furono condannati a morte con l’accusa di «voler instaurare cose nuove». L’accusa è generica, è vero, ma la si ritrova anche negli atti di martiri conclamati. Anche le “catacombe di Domitilla” presero il nome dalla nipote di Tito Flavio Vespasiano, che era cristiana e che fece dono di quei terreni alla comunità romana.
        Cosa era, infine, la comunità romana? La risposta sarebbe lunghissima, ma si tenga presente che se le difficilissime dottrine gnostiche poterono attecchire e prosperare, da Alessandria a Roma e fino in Gallia (ben prima dell’arrivo di Ireneo e già prima di Giustino!), lo poterono solo presso un pubblico colto, libero, ricco e disposto a dedicare tempo allo studio e alla ricerca. Le stesse Apologie di Giustino parlano di conversioni tra le classi agiate della Roma imperiale… Non è che l’Impero si sia svegliato cristiano nel 313…

        • Piero // 1 maggio 2013 a 12:12 //

          Credo in primis sulla questione del canone che, (rimango ancora sulla Scrittura) fra i “doni negli uomini”, doni / capacità che lo Spirito concedeva, c’era anche “il discernimento di espressioni ispirate” (I Corinti 12:10) ovvero la capacità di capire se un’epistola un qual si voglia scritto ritenuto ispirato lo fosse davvero. Con questo, anche consideriamo come le comunità cristiane successive consideravano tali scritti, rimane prerogativa del primo secolo. Dico questo come ho già fatto all’insegna dell’attendibilità degli scritti passati.

          • Piero // 1 maggio 2013 a 12:18 //

            (Proseguo) Sulla base di questo, quando si argomenta su soggetti importanti come il comportamento dei cristiani nei tempi biblici mi attengo ai principi biblici e da questi mi faccio condizionare ed eventualmente modellare a livello di pensiero, piuttosto che farlo alla luce di ciò che scrisse Aristotele o latri.
            Le chiedo sulla questione politica (se le è possibile) di rimanere sulla scrittura per aiutarmi a capire se è bene che il cristiano odierno debba prenderne parte.
            Grazie Giovanni
            Da Piero

          • Ma io le ho parlato di tempi biblici, è lei che si ostina pregiudizialmente a rinchiuderli al primo secolo. Questo è l’atteggiamento fondamentalista che le ho rimproverato, non provi a ribaltarmi la frittata, ché Aristotele non l’ho citato ma lo tengo bene a mente.

          • Le lettere di Pietro non hanno visto la loro redazione finale nel I secolo, e neanche la lettera agli Ebrei. C’è poco da argomentare.
            Certamente sapevano distinguere, e difatti la lettera di Clemente romano ai Corinzî non è stata riconosciuta canonica, ma alcuni l’hanno tenuta per canonica, per qualche tempo, così come pure il Pastore di Erma, mentre l’Apocalisse ha faticato, per qualche tempo, ad affermarsi… Come vede quel carisma non è una bacchetta magica. Non sia ingenuo.

          • Mattia // 2 maggio 2013 a 00:10 //

            Mi permetto di inserirmi..ho riletto la lunga serie di commenti. Guardandoli tutti insieme mi chiedo: ma dove vuoi arrivare? A che testo biblico vuoi rimanere, Piero? Anche laddove si parla di carismi di discernimento dell’ispirazione, è sempre un parlarne, poi qualcuno ha ben dovuto discernere. Nella realtà. C’è sempre qualcuno che ha dovuto valutare la fondata ispirazione dei vari scritti. Dire che la Bibbia insegna che la Bibbia è ispirata da Dio (come nei testi disponibili on-line delle catechesi TdG) è vero solo parzialmente , se non ci si apre alla comunità che in quel testo cerca Dio perché ce lo ha trovato. Comunità che è…

          • Mattia // 2 maggio 2013 a 00:39 //

            [continua] Comunità che è continuità di testimoni (come Agostino e Eusebio) che hanno trovato e cercato Dio in quel testo. Come tutti anche tu hai creduto a qualcuno che quel discernimento lo ha fatto, soltanto che poi nascondi lui e il tuo affidamento, come fai in questi commenti. Spero non sia per la paura dell’infondatezza delle ragioni e dei modi con cui lo ha fatto.

          • Posso rispondere solo ora. (ho rotto hardisk). Mattia, non scarto a priori i commenti di chi “conferma” l’ispirazione della Bibbia, ma sottolineo che non è un’autorità umana non ispirata a poterlo stabilire. Semplicemente perchè il dono dello spirito di discernere le espressioni ispirate, con la morte degli apostoli ha cessato di esistere. Sono dispiaciuto cmq di intravedere un velato pregiudizio verso l’organizzazione di cui faccio parte.

          • Mattia // 29 maggio 2013 a 00:50 //

            Certo, il carisma apostolico è unico, ma non è l’unico. Il carisma di discernimento e di guida è uno di questi “altri”. Come dici bene non è un’autorità non ispirata che decide dell’ispirazione della Bibbia. Ma chi decide dell’ispirazione dell’autorità? La Bibbia? Bene! Chi della Bibbia allora? Gli Apostoli? Io e te non li abbiamo conosciuti, per cui la domanda si sposta: chi ci ha presentato la Bibbia e l’autorità? Chi ce li custodisce e consegna? Alla luce di questa domanda forse è più chiaro quello che ti dicevo: la Chiesa cattolica non nasconde l’autorità, necessaria, che ci dona il testo, ma si presenta come tale…

          • Mattia // 29 maggio 2013 a 00:50 //

            perché il credente possa valutare l’affidabilità dell’autorità e del testo. E così io ti presento l’autorità che mi ha custodito e presentato il testo. Tu presumi di impormi un testo (in una tradizione ben delimitata) senza mostrarmi chi te lo ha presentato e come, non fosse altro per dirti che devi fermarti al primo secolo a fidarti dell’autorità. E se non ti dispiace un po’ di parresia, non ho trovato nell’organizzazione a cui accenni questa indispensabile “presentazione”. Come quasi ogni giudizio (a parte l’esistenza di Dio e la divinità di Gesù, per dire) sono pronto a cambiarlo, ma non lo ritengo un pregiudizio,…

          • Mattia // 29 maggio 2013 a 00:51 //

            ..ma non lo ritengo un pregiudizio, perché come ti ho scritto ho letto qualcosa, in un’altra occasione, proprio per conoscere meglio questa organizzazione. Sono stato prolisso, e mi scuso!

  7. Gent.ma redazione
    Sono un appassionato di Bibbia. e ho notato che in alcuni fascicoli acquistati da Paoline
    vine fatto uso del tetragramma indicante il nome di Dio. A volte viene anche vocalizzato
    come succede nella versione di Antonio Martini (1800). Mi chiedevo se era il caso di
    “riesumarlo”…..pensate siano molti gli ostacoli ?
    Grazie per l’attenzione.
    Piero Droghetti

    • Gentilissimo Piero,
      le chiedo scusa del ritardo con cui (dopo essermi sentito con l’Autrice di questo articolo, e anche a nome suo) le rispondo.
      Purtroppo non ho presenti i fascicoli cui fa riferimento, e quindi non so ben comprendere quale sia l’uso che detti fascicoli fanno del tetragramma sacro.
      Come saprà, alcune traduzioni usano “il Signore” per tradurre “יהוה”, come già il greco dei LXX ha usato “ὁ Κύριος” e il latino “Dominus“. Quest’uso, largamente maggioritario, fa riferimento al fatto che le vocali indicate sotto le quattro consonanti del tetragramma sono quelle della parola ebraica “אֲדֹנָי” (= “adon/adonaj”), che vuol dire genericamente “signore” o “mio signore” (ma non, originariamente, in un’accezione più sacra di un qualsivoglia “milord” inglese).
      Per un ragguaglio più dettagliato sulla storia del lemma la rimando qui, o anche qui, o perfino da questi altri (che mostrano bene come sia possibile dire cose esatte senza capirle).
      Detto questo, temo di non aver ancora neanche cominciato a risponderle: ciò è probabilmente perché non mi è molto chiaro cosa lei intenda per “riesumare”. Vorrebbe vedere la parola ebraica nel testo? O una sua traslitterazione? E quale? Secondo quale vocalizzazione?
      Pur non avendo dunque una chiara idea di ciò che lei doveva intendere, immagino tuttavia che la seguente lettera della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti (pubblicata il 29 giugno del 2008) possa riuscire interessante per lei e per tutti quelli che con lei condividono un così bell’interesse.

      CONGREGATIO DE CULTU DIVINO ET DISCIPLINA SACRAMENTORUM
      Prot. No. 213/08/L
      Lettera alle Conferenze episcopali sul ‘Nome di Dio’

      Eminenza/Eccellenza,

      Su direttiva del Santo Padre, in accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede, questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ritiene conveniente comunicare alle Conferenze episcopali quanto segue, riguardo alla traduzione e pronuncia, in contesto liturgico, del Nome Divino significato nel sacro tetragramma, ed un certo numero di direttive.

      I. Esposizione

      1. Le parole della Sacra Scrittura contenute nell’Antico e nel Nuovo testamento esprimono verità che trascendono i limiti imposti dal tempo e dallo spazio. Esse sono la Parola di Dio espressa in parole umane e per mezzo di tali parole di vita, lo Spirito Santo introduce i fedeli alla conoscenza della verità completa ed intera in modo tale che la Parola di Cristo viene ad abitare nel fedele in tutta la sua ricchezza (cf. Gv 14:26; 16:12,15).

      Affinché la Parola di Dio scritta nei sacri testi sia conservata e trasmessa in maniera integrale e fedele, ogni traduzione moderna del libro della Bibbia mira ad essere una trasposizione fedele ed accurata dei testi originali. Un tale sforzo letterario richiede che il testo originale sia tradotto con la massima integrità ed accuratezza, senza omissioni o addizioni per quel che riguarda il contenuto, e senza introdurre glosse esplicative o parafrasi che non appartengono al testo stesso.

      Riguardo al Nome di Dio, i traduttori devono usare la più grande fedeltà e rispetto. In particolare, è dichiarato nell’Istruzione Liturgiam authenticam (n. 41): in accordo con una immemore tradizione, già evidente nella versione dei ‘Settanta’ sopra menzionata, il Nome di Dio Onnipotente espresso dal tetragramma ebraico e reso in latino con la parola Dominus, deve essere tradotto in qualunque vernacolo da una parola di significato equivalente [Iuxta traditionem ab immemorabili receptam, immo in (…) versione “LXX virorum” iam perspicuam, nomen Dei omnipotentis, sacro tetragrammate hebaraice [sic] expressum, latine vocabulo “Dominus” in quavis lingua populari vocabulo quodam eiusdem significationis reddatur.”].

      Nonostante questa chiara norma, in anni recenti è invalsa la pratica di pronunciare il Nome proprio del Dio di Israele, conosciuto come santo o divino tetragramma, scritto con quattro consonanti dell’alfabeto ebraico nella forma [testo ebraico: Yod-Hay-Vav-Hay], YHWH. La pratica di vocalizzarlo si trova sia nella lettura dei testi biblici che nel Lezionario, come anche nelle preghiere e negli inni, e ricorre in diverse forme scritte e parlate, come, per esempio, “Yahweh,” “Yahwe”, “Jahweh,” Jahwe,” “Jave,” “Yehovah,” etc. Pertanto, con la presente lettera, è nostra intenzione esporre alcuni fatti essenziali che soggiacciono alla norma menzionata e stabilire alcune direttive da osservare in questa materia.

      2. La venerabile traduzione greca dell’Antico Testamento, chiamata Settanta, mostra una serie di appellativi divini tra i quali vi è il sacro Nome di Dio rivelato nel tetragramma YHWH ([Hebrew text: Yod-Hay-Vav-Hay]). Come espressione dell’infinita grandezza e maestà di Dio, fu ritenuto che fosse impronunciabile e perciò fu sostituito nella lettura della Sacra Scrittura mediante l’uso di un nome alternativo: “Adonai”, che significa “Signore.”

      La traduzione greca dei Settanta, datata all’ultimo secolo prima dell’era Cristiana, ha regolarmente reso il tetragramma ebraico con la parola greca ‘Kyrios’, che significa ‘Signore’. Poiché il testo della Settanta ha costituito la Bibbia della prima generazione dei cristiani di lingua greca, nella cui lingua furono scritti tutti i libri del Nuovo Testamento, anche questi cristiani dal principio non pronunciarono mai il tetragramma divino. Qualcosa di simile succedeva anche per i cristiani di lingua Latina, la cui letteratura iniziò ad emergere dal secondo secolo, come la Vetus Latina prima e la Vulgata di San Girolamo poi, affermano: anche in queste traduzioni il tetragramma era regolarmente sostituito dalla parola latina “Dominus”, corrispondente sia all’ebraico “Adonai” che al greco “Kyrios”. Lo stesso accade per la recente Neo-vulgata che la Chiesa utilizza nella Liturgia.

      Questo fatto ha avuto importanti implicazioni per la stessa Cristologia del Nuovo Testamento. Infatti, quando San Paolo, riguardo alla crocifissione, scrive che “Per questo Dio lo ha sopraesaltato ed insignito di quel Nome che è superiore a ogni altro nome” (Fil 2,9), egli non intende altro che il nome “Signore”, per cui continua: “ogni lingua proclami, che Gesù Cristo è Signore” (Fil 2:11; cf. Is 42:8: “Io sono il Signore; questo è il mio nome”).

      L’attribuzione di questo titolo al Cristo Risorto corrisponde esattamente alla proclamazione della sua divinità. Il titolo, infatti, diventa intercambiabile tra il Dio d’Israele e il Messia della fede cristiana, anche se non è di fatto uno dei titoli utilizzati per il Messia d’Israele. In senso strettamente teologico questo titolo si trova già, per esempio, nel primo Vangelo canonico (cf. Mt 1:20: “L’angelo del Signore apparve a Giuseppe in sogno”) e qui appare come una regola per le citazioni dell’Antico testamento nel Nuovo (cf. At 2:20: “Il sole si trasformerà in tenebre … prima che venga il giorno del Signore” (Gl 3:4); 1 Pt 1:25: “la parola del nostro Dio rimarrà in eterno” (Is 40:8). In ogni caso, in senso propriamente cristologico, a parte il testo citato in Fil 2,9-11, si ricordano Rom 10:9 (“se tu professerai con la tua bocca Gesù come Signore, e crederai nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato da morte, sarai salvato”), 1 Cor 2:8 (“non avrebbero crocifisso il Signore della gloria”), 1 Cor 12:3 (“nessuno può dire: «Gesù Signore», se non in virtù dello Spirito Santo”) e la formula frequente che si riferisce ai cristiani che vivono “nel Signore” (Rm 16:2; 1 Cor 7:22; 1 Tes 3:8; etc.).

      3) Da parte della Chiesa, evitare di pronunciare il tetragramma del nome di Dio ha, perciò, le sue ragioni. A parte il motivo puramente filologico, c’è anche quello di restare fedeli alla tradizione della Chiesa degli inizi, che mostra come il tetragramma sacro non fu mai pronunciato nel contesto cristiano, né tradotto in nessuna delle lingue in cui la Bibbia è stata tradotta.

      II. Direttive:

      Alla luce di quanto esposto, dovranno essere osservate le seguenti direttive:

      Nelle celebrazioni liturgiche, nei canti e nelle preghiere, il nome di Dio nella forma del tetragramma YHWH non deve essere né usato né pronunciato.
      Per la traduzione dei testi biblici in lingua moderna, destinata all’uso liturgico della Chiesa, dev’essere seguito quanto già prescritto nel n. 41 della Istruzione ‘ Liturgiam authenticam’, cioè che il tetragramma divino venga reso col suo equivalente Adonai/Kyrios: “Lord”, “Signore”, “Seigneur”, “Herr”, “Señor”, etc.
      Traducendo, in contesto liturgico, testi in cui siano presenti, uno dopo l’altro, sia il termine ebraico ‘Adonai’ che il tetragramma YHWH, il primo deve essere tradotto con ‘Signore’ e il secondo con ‘Dio’, similmente a quanto avviene nella traduzione greca dei Settanta e nella traduzione latina della Vulgata.
      Dalla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, 29 giugno 2008

      Francis Card. Arinze, Prefetto
      Albert Malcolm Ranjith, Arcivescovo, Segretario

    • Giovanni, perchè dici che le lettere di Pietro e agli Ebrei non sono stati redatti nel primo secolo ?

      • Perché è quanto ricava praticamente tutta la ricerca esegetica (almeno quella priva di pregiudizî e di inutili precauzioni): nondimeno, come ti mostra chiaramente questo fulgido esempio di esegesi, non è nostro intento dissacrare e demitizzare tutto, riducendo la questione della canonicità alla mera autorità magisteriale. Si può tenere in considerazione anche un’apostolicità più lata, almeno per le lettere di Pietro: per quella agli Ebrei è molto più difficile, a meno che non vogliamo costringerci ad affermare che la scrisse Apollo (la cui apostolicità, peraltro, sarebbe tutta da spiegare).
        Ma quello del primo secolo è un confine tanto fittizio quanto inutile (nonché privo di ogni fondamento): guarda, la Lettera di Clemente Romano ai Corinzî è del I secolo… che ci facciamo? La dobbiamo mettere nella Bibbia? Pensa che per qualche tempo qualcuno l’ha considerata Scrittura ispirata (così come avvenne per il Pastore, per la Lettera di Barnaba, per alcune Apocalissi apocrife dell’Antico e del Nuovo Testamento…).
        Ma poi hai fatto quello che ti ho suggerito? Sei andato a documentarti senza pregiudizî alle fonti del cattolicesimo? Queste discussioni sono già avvenute mille e mille volte, e ve ne sono già di registrate e consegnate alla storia… a che serve reiterare lo strazio di un pregiudizio che tenta (invano) di opporsi a una colonna di ragioni?

    • Mattia… Io non nascondo niente… puoi liberamente accedere al JW.ORG ed esplorare il sito e il suo contenuto. Certo che per l’ispirazione preferisco rimanere al primo secolo e credo che oltre agli apostoli nessuno possa arrogarsi il diritto di stabilire se un testo è ispirato o meno. E non credo sia una “successione apostolica” basata sulla “tradizione” che possa conferire qualche diritto. Il dono del discernere si è fermato al primo secolo. …..

      • …….anche perchè se stabiliamo un autorità con potere in quel senso potremmo trovarci a commettere l’errore dei farisei che “rendevano la Parola di Dio senza valore a causa delle loro tradizioni”. (vedi per esempio il celibato dei preti in contrasto con il pensiero di Paolo quando scrive a Timoteo…)
        ….era solo un esempio

        • Mattia // 29 maggio 2013 a 18:08 //

          Il celibato dei preti? Celibato che Palo vive? Ma a parte questo punto. Nessun cattolico afferma che il carisma di ispirazione, ovvero di scrivere libri sacri non sia terminato con gli Apostoli. Ma chi ha riconosciuto sacri questi libri? Non gli apostoli stessi, visto che la questione del canone è stata “risolta” per convergenza e comunione di intenti tra molte comunità. Comunità che formano catene di trasmissione, La catena di trasmissione che mi ha presentato e portato la fede è sotto i tuoi occhi e ribaduta in tutti questi commenti. La tua? Perché non parli di chi ha stabilito che ci si debba fermare in tutto al primo secolo,…

          • Mattia // 29 maggio 2013 a 18:10 //

            Perché non parli di chi ha stabilito che ci si debba fermare in tutto al primo secolo, che si debba interpretare la Bibbia come manuale in cui è già tutto contenuto? Chi ti ha presentato questa concezione? Lutero? Russel? Bene, vediamo perché ad un certo punto loro, che facevano parte di una certa catena hanno deciso ciò che li ha tratti fuori dalla catena senza la quale non sarebbero giunti a niente. Con ciò non voglio decidere niente prima, ma è questo il punto, il tuo fermarsi al primo secolo è conseguenza di questo.

    • Credo che per presentarsi come autorità per “preservare e donare il testo” siano indispensabili delle credenziali non indifferenti. Credi che la Chiesa Cattolica possa averle ? La storia può essere testimone di questo ? E poi chi ti dice che Dio approvi tale organizzazione ? Daniele scrive che “nel tempo della fine molti comprenderanno e la conoscenza diverrà abbondante” : Potrebbe Dio Servirsi di un’altra organizzazione per espandere la Sua luce ?…….

      • Guarda che la prospettiva è tutta strampalata: la Chiesa non viene “dopo la Bibbia”, e questo è il punto. La Chiesa viene “prima della Bibbia”: prima di “riconoscerla” la scrive, la usa, la conserva, la diffonde, la raccomanda, la studia, la commenta… infine, ma solo infine, la “canonizza”. La Chiesa riconosce la dignità incommensurabile della Scrittura così come una donna riconosce che un suo figlio non è “roba sua”, e questo in quanto non sarebbe potuto venire da sé senza il seme di un altro (mutatis mutandis, senza ispirazione); nondimeno, la Scrittura è sempre figlia della Chiesa, anche se essa vi ritrova la sapienza del “Pater luminum” che l’ha divinamente ispirata, e quindi le obbedisce e vi si conforma.
        Ma è così semplice, questo, che bisogna aver subito un bel lavaggio del cervello per non vederlo…

        • Non per spirito di contraddizione ma, tu appartieni ad una chiesa sorta nel terzo secolo: di fatto la Chiesa Cattolica apostolica romana come mostrano i fatti è sorta con Costantino o poco prima. Come fai a dire che tale chiesa viene prima della Scrittura ? E ancora arbitrariamente attribuisci ad essa ispirazione….. Non ho subito un lavaggio (potrebbe essere un po offensivo) ho semplicemente avuto il coraggio di scegliere e non accettare per tradizione la religione…

          • Se anche fosse vero (e tu l’hai solo affermato, ma nient’affatto dimostrato), avresti esposto il fianco a un affondo insostenibile, tu che appartieni a una setta sorta al più nel 1870. Sei cascato male, perché si dà il caso che lo studio dell’antichità cristiana sia la mia specializzazione, e se Costantino ha costruito le grandi basiliche, certamente non si è inventato le memorie apostoliche su cui esse sorgono, e che l’archeologia ha mostrato. Questi sono i fatti. Non ho affatto attribuito l’ispirazione alla Chiesa (cosa che in certo senso si potrebbe anche fare), bensì unicamente al processo di composizione dei testi sacri, che ho affermato essere un processo originariamente ecclesiale. Ti sfido a dimostrare il contrario ma, ti prego, ti consiglio altresì di mantenere un dignitoso silenzio, perché non sono disposto a essere indulgente con chi spaccia slogan propagandistici per verità scientifiche. Figuriamoci con chi li spaccia perfino per verità di fede!

    • ……parlando poi di traduzioni, ti sei chiesto perchè nell’ultima versione CEI rispetto alla precedente sono stati apportati CENTOMILA cambiamenti ? Ti sei chiesto perchè sono stati eliminati certi termini e sostituiti con altri che la Traduzione del Nuovo Mondo usava da decenni ? (da versione criticata a versione copiata ?) Ti parlo da ex cattolico: ho l’impressione che tu conosca marginalmente l’organizzazione dei Testimoni di Geova e ancora meno la traduzione utilizzata e i criteri usati per pubblicarla…….

      • Ma perché sono traduzioni, giusto Cielo, per quale altro motivo?!
        E se amo la versione tedesca di Lutero, sono per questo un luterano?
        Ci vuole tanto a capire che il cristianesimo non è una religione del libro?
        Già, ma bisognerebbe essere tra cristiani, per capire questo…

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