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In persona Christi

Cosa accade durante la consacrazione eucaristica e cosa ha a che fare questo con l’esclusione delle donne dal sacerdozio

Siamo finalmente arrivati al punto di svolta di tutto il nostro ragionamento sull’ipotesi del sacerdozio femminile. Dopo aver esaminato la posizione ufficiale della Chiesa cattolica, dopo aver guardato indietro nella storia dei primi secoli dell’era cristiana (quando qualche donna-presbitera presiedette alcune comunità), dopo aver visto quale trattamento rivoluzionario riservava Gesù alle donne, dopo esserci interrogati in merito alla vocazione femminile, esaminando anche l’esempio concreto di una santa con la vocazione sacerdotale, siamo finalmente giunti al problema centrale, alla questione definitiva, al muro invalicabile che esclude senza possibilità di appello le donne dal sacerdozio. Chiedo scusa ai miei pochi lettori per la lunga attesa e a tutti i notevoli teologi che ho scomodato nelle scorse settimane (mi limito a ricordare Giertych, di cui ho criticato forse troppo aspramente le dichiarazioni rilasciate in merito al problema che stiamo affrontando): mia intenzione era cercare di guardare la questione da ogni prospettiva, senza tralasciare nessuna possibile obiezione o valida giustificazione.

Ma veniamo finalmente al punto nodale. Abbiamo detto che tutto sommato le donne agiscono attualmente in molti ambiti con le funzioni che in passato erano proprie dei sacerdoti: studiano, evangelizzano, insegnano, vanno in missione, animano i momenti di preghiera, i rosari, le adorazioni eucaristiche. L’unico ambito che resta loro precluso è la celebrazione eucaristica. Per quale motivo? Semplice:

PERCHÉ «IL SACERDOTE MINISTERIALE, con la potestà sacra di cui è investito, […] COMPIE IL SACRIFICIO EUCARISTICO IN PERSONA DI CRISTO (= in persona Christi), e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo» (Lumen gentium 10).

Cosa significa che il sacerdote compie il sacrificio eucaristico in persona Christi? E come si è giunti ad una simile affermazione? Ci aiuteranno a comprendere questo aspetto misterioso e complesso alcuni Padri della Chiesa, che hanno spesso un linguaggio semplice e abbordabile anche per noi persone semplici, ignoranti di teologia e scolastica.

 

Iniziamo con Giustino, apologeta e martire del secondo secolo (morto intorno al 165), che spiegava così la misteriosa trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo:

«Noi non prendiamo queste cose come un comune pane né una comune bevanda; ma allo stesso modo in cui Gesù Cristo nostro salvatore, incarnatosi in virtù della parola di Dio, ebbe carne e sangue per la nostra salvezza, così pure ci fu insegnato che anche il cibo eucaristizzato in virtù della supplica concernente la parola che viene da lui, e di cui si nutrono in vista della trasformazione il sangue e le carni nostre, è la carne e il sangue di quel Gesù che si è incarnato. Infatti gli Apostoli nelle loro memorie, che si chiamano Vangeli, così tramandarono che era stato loro comandato: cioè che Gesù, avendo preso del pane e avendo pronunciato l’azione di grazie, disse: Fate questo in memoriale di me: questo è il mio corpo; e, avendo preso allo stesso modo il calice e avendo pronunciato l’azione di grazie, disse: Questo è il mio sangue; e ad essi soli li diede» (grassetti miei).

Dalle parole di Giustino è evidente che i cristiani, fin dai primi tempi, interpretarono la liturgia eucaristica come memoriale della morte e risurrezione di Cristo. All’interno della celebrazione, la comunità non solo riproduce e rivive, ma riattualizza quanto è accaduto nel corso dell’ultima cena, così che il pane e il vino adoperati nell’eucaristia, in virtù della preghiera innalzata utilizzando le stesse parole del Salvatore, diventano il vero Corpo e il vero Sangue di Cristo, producendo così la sua reale presenza sotto il velo dei segni sacramentali.

Ma in che modo può accadere che il pane e il vino diventino il Corpo e Sangue di Cristo? Lo spiega ai suoi catecumeni il vescovo Ambrogio di Milano (IV secolo).

«Tu forse dici: “È il mio pane abituale!”. Ma questo pane è pane prima delle parole sacramentali; quando sopraggiunge la consacrazione, da pane diventa carne di Cristo. Dimostriamo dunque questo. Come può ciò che è pane essere il corpo di Cristo? La consacrazione dunque, con quali parole avviene e con il discorso di chi? Del Signore Gesù. Infatti tutte le altre cose che sono dette prima, sono dette dal sacerdote […]. Ma quando si viene a produrre il venerabile sacramento, il sacerdote non usa più il suo discorso, bensì usa il discorso di Cristo. Dunque è il discorso di Cristo che produce questo sacramento».

In Ambrogio è attestato un passaggio fondamentale nella storia della teologia sistematica. Egli spiega che il pane che si usa durante l’eucaristia smette di essere «il pane abituale» e diventa Corpo di Cristo esattamente nel momento in cui il sacerdote lo consacra pronunciando le parole che Cristo stesso pronunciò durante la sua ultima cena, quando istituì l’eucaristia.

Ma forse ci è sfuggito un punto che sarà meglio rileggere. Afferma Ambrogio che tutto ciò che il sacerdote ha detto prima di quel momento (cioè prima delle parole “Prendete e mangiate ecc.”) sono parole sue («tutte le altre cose che sono dette prima, sono dette dal sacerdote»), ma nel momento della consacrazione il sacerdote non usa più le sue parole, bensì quelle di Gesù Cristo. E sono appunto queste parole che producono il sacramento.

Seguendo l’insegnamento di Ambrogio, Agostino (IV-V secolo) scriverà:

«Mediante la parola si produce il corpo e il sangue di Cristo. Infatti, togli la parola: è pane e vino. Aggiungi la parola, e già è un’altra cosa. E quest’altra cosa, cos’è? Il corpo di Cristo, il sangue di Cristo! Togli dunque la parola: è pane e vino; aggiungi la parola, e diventerà il sacramento».

Dunque il sacramento si produce nel momento in cui il sacerdote pronuncia sul pane e sul vino le parole di Cristo: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue».

Come spiegava Ambrogio, in questo momento della celebrazione il sacerdote non parla più con parole sue: egli non dice «questo è il mio corpo» (cioè il corpo del sacerdote), ma diventa – come direbbe Esichio di Gerusalemme (V secolo) – «lingua di Cristo»:

«Lingua di Cristo sono i sacerdoti. Perciò nel momento dei misteri fanno risuonare le parole dell’Eucaristia nella persona di Cristo (ek prosōpou tou Christou)».

In altre parole, nel momento della consacrazione il sacerdote diventa strumento, “lingua”, attraverso cui Cristo stesso parla e compie il sacramento.

Se così non fosse, dovremmo attribuire al sacerdote il miracolo della trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. Ma ciò non è possibile né ammissibile, poiché egli è solo un uomo.

«La santificazione del mistico sacrificio e il suo trasferimento o cambiamento dalla condizione delle cose sensibili a quella delle cose intelligibili, devono essere attribuiti a colui che è il vero sacerdote, cioè Cristo; questo significa che il miracolo che si opera in queste cose va riconosciuto a lui, e a lui bisogna ascriverlo. Infatti, in virtù della sua potenza e della parola pronunciata da lui, le cose che si vedono sono santificate nella misura con cui superano ogni capacità di conoscenza sensibile» (Esichio, In Leviticum).

È Cristo, dunque, che consacra le specie e trasforma il pane e il vino («le cose sensibili») nel suo Corpo e Sangue («le cose intelligibili») e relizza questo in virtù della sua potenza e della parola che Egli stesso pronuncia per bocca del sacerdote celebrante.

Così anche Giovanni Crisostomo (IV-V secolo) afferma:

«Cristo è presente: egli che ha preparato quella mensa [= nel cenacolo], lui stesso prepara anche ora questa [= nelle chiese]. Non è infatti un uomo chi fa in modo che i doni presentati diventino corpo e sangue di Cristo; ma è quello stesso che fu crocifisso per noi, Cristo. Il sacerdote è là per rappresentarne le sembianze, mentre pronunzia le parole; ma la potenza e la grazia sono di Dio» (Homilia I, De proditione Iudae).

E altrove scrive:

«L’offerta è la stessa, chiunque sia colui che offre, sia Paolo, sia Pietro; è quella stessa che Cristo diede ai discepoli, quella cioè che fanno ora i sacerdoti: questa non è per nulla inferiore a quella, perché non sono gli uomini a santificarla, ma è lo stesso che santificò quella. Infatti, come le parole che Dio disse allora sono le stesse di quelle che ora dice il sacerdote, così l’offerta è la stessa, come pure il battesimo che ci diede, sicché tutto dipende dalla fede» (Homilia II, In Epistolam II ad Timotheum).

Dunque, durante la consacrazione, il sacerdote parla e agisce in persona Christi. È Cristo stesso a pronunciare le parole trasformanti e a consacrare il pane e il vino perché diventino il suo Corpo e Sangue. Il sacerdote si comporta come uno strumento attraverso cui Cristo produce il sacramento. Non è lui a compiere la trasformazione, ma, come affermava il Crisostomo, è lì per «rappresentare le sembianze» di Cristo.

Ed eccoci arrivati al punto-chiave. Se il sacerdote deve rappresentare le sembianze di Cristo, egli deve necessariamente essere un uomo. Infatti, sebbene – come abbiamo visto altrove – in Dio siano riconoscibili caratteri tanto maschili quanto femminili, non v’è dubbio che il Figlio di Dio si sia fatto carne ed abbia assunto la natura umana in un corpo maschile. Pertanto, se il sacerdote deve agire e parlare in persona Christi, la sua mascolinità è essenziale per ricoprire tale ruolo. Ne consegue che mai nessuna donna potrà essere ammessa al sacerdozio – almeno nella Chiesa cattolica – a meno che non si voglia cancellare e riscrivere una riflessione teologica durata secoli e secoli. Si dovrebbe infatti ripartire dall’interpretazione stessa dell’eucaristia; bisognerebbe tornare a interrogarsi sul racconto dell’ultima cena e sul senso della richiesa fatta da Gesù (almeno secondo la versione raccontata da Paolo, attestata in Lc 22,19 e 1Cor 11,24) di ripetere i suoi gesti «in memoria di Lui» (eis ten emen anamnesin); bisognerebbe rimettere in discussione il principio della Messa come memoriale che riattualizza esattamente quanto Gesù ha compiuto, e in cui Gesù parla e agisce tramite il sacerdote, rigorosamente maschio come maschio era il Figlio di Dio incarnato

O forse basterebbe recuperare quel principio di unità spirituale tra uomo e donna che era alle origini nel progetto del divino Creatore e che riconosceva in entrambi l’unica e indivisibile immagine di Dio (Gn 1,27, di cui abbiamo parlato), così da consentire anche a una donna di parlare e agire in persona Christi, senza che nessuno se ne scandalizzi. A quanto mi risulta, questo principio era ancora valido ai tempi dei martiri lionesi (177 circa; ne abbiamo parlato un paio di anni fa). I sopravvissuti alla persecuzione, in una lettera, narrano di una certa Blandina che, condotta, dopo le torture, nell’anfiteatro, fu appesa dai persecutori a un palo ed esposta come cibo per le belve: affermano che la martire stava nel centro, appesa a una sorta di croce, in fervida preghiera, e infondeva coraggio agli altri cristiani, che nella sorella vedevano Colui che era stato crocifisso per loro. Quando, agli inizi del V secolo, questa lettera (riportata da Eusebio in lingua greca nella Storia ecclesiastica) fu tradotta in latino (guarda caso da un monaco italiano), l’identificazione tra la donna e Cristo fu eliminata. Il monachesimo, l’ascesi, il moralismo, la demonizzazione del corpo femminile o quanto meno la netta distinzione tra i due sessi, rendevano ormai inaccettabile l’idea che il Cristo-Uomo potesse nascondersi e agire dietro fattezze femminili. Nel frattempo (ne abbiamo parlato in passato) il Concilio di Laodicea vietava alle donne l’accesso all’altare e i vescovi cominciavano a condannare e scomunicare quante violassero questo principio. Da allora nulla è più cambiato.

 

 

* Per le osservazioni sull’eucaristia e i Padri della Chiesa sono debitrice soprattutto nei confronti di C. Giraudo (link all’articolo).

About Sabrina Antonella Robbe (68 Articles)
Laureata in Filologia e Letterature del Mondo Antico, è Dottore di Ricerca in Studi Filologico-Letterari Classici (Università di Chieti). I suoi interessi spaziano dal mondo classico a quello cristiano medievale, con particolare attenzione alla storia e letteratura del cristianesimo tardo-antico e all’agiografia.
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14 Comments on In persona Christi

  1. Piero // 1 maggio 2014 a 10:19 //

    …chiedo scusa a Sabrina ma in questo contesto di “pregiudizio” al momento non mi sento di esprimere altri pensieri (Romani 12:17,18)……

  2. Grazie, Sabrina, e complimenti.
    Mi permetto di annotare che di Blandina si è predicato l’“in persona Christi” in forza del martirio, e che proprio al martirio – non ad altre prerogative – alludeva il testo. Ciò non toglie che il configurarsi come “imitatio Christi” in forza del martirio conferiva una dignità sacrale particolarissima: in alcune comunità i confessori erano riconosciuti abilitati alla celebrazione eucaristica. Questo senza nulla togliere alle tue considerazioni sui secoli posteriori. Ma forse la vicenda di Montano c’entra anche di più…

    • Si, Montano e le sue profetesse sarebbero stati un ottimo argomento, ma, vista la mia scarsissima preparazione in materia, ho preferito omettere … e lasciare a te l’iniziativa!

  3. …ma poi avviene davvero questa “trasformazione / miracolo” da pane in corpo di Cristo ?…
    oppure il termine greco può essere tradotto anche …questo “significa” il mio corpo…?
    Alcune versioni bibliche preferiscono tradurre “significa”…..

    • Per quel poco di greco che so, mi pare che il verbo “einai” assuma il valore di “significare” in espressioni del tipo: “to eirein legein esti”, che vuol dire “eirein significa dire”; cioè indica comunque una equivalenza, una coincidenza tra i termini che unisce. Quindi, anche se traducessimo “questo significa il mio corpo”, non dovremmo intenderlo – a quanto credo – nel senso di “semainein”, cioè come se fosse “questo rappresenta il mio corpo”, ma sempre nel senso di una coincidenza, quindi come sinonimo di “essere”. Altrimenti, se il pane e il vino non “fossero” il corpo e sangue di Cristo, non avrebbe senso che Paolo raccontando l’ultima cena (1Cor11,23 ss.) affermi: “Chi mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno è reo DEL CORPO E SANGUE DEL SIGNORE” e “chi mangia e beve SENZA RICONOSCERE IL CORPO DEL SIGNORE, mangia e beve la sua condanna”. Le parole di Paolo offrono il più antico racconto su quanto avvenne durante l’ultima cena e su come ciò sia stato interpretato dai discepoli fin dai primi tempi (dovrebbe risalire al 57) e dimostrano che nell’eucaristia il pane e il vino “sono” proprio il corpo e il sangue di Cristo. Poi, ovviamente, anche su questi argomenti, a dire l’ultima parola sarà sempre la fede!

      • Non dobbiamo dimenticare l’ambiente ebraico nel quale si sono verificati gli episodi in oggetto: bere sangue era una violazione del patto che YHWH aveva dato a Noè prima del patto della legge (Gen 9:4 Lev 17:109. Gesù non avrebbe mai ordinato di violare la legge del Padre. Nessuno dei presenti la sera dell’ultima cena mangiò il corpo e bevve il sangue.

        • …correggo..Levitico 17:10

        • Buon uomo, Gesù ha più volte dato precetti apparentemente in contrasto con le leggi veterotestamentarie (Mt 12, 1-8; Mc 2, 23-28; Lc 6, 1-5), che infatti egli protestava di star completando. Paolo, decisamente più ebreo di lei e di me, dà l’interpretazione autentica (1Cor 11, 23-29) del rituale domenicale, ponendolo in diretto collegamento con l’ultima cena. Lei, come abbiamo visto in lungo e in largo, è in grave errore. E come al solito, che un membro di una setta non cristiana comparsa l’altro ieri pretenda di spiegarci le Scritture cristiane sarebbe anche divertente se non fosse demenziale.

          • :……anche se possono essere discutibili i miei pensieri….parlando di cristianesimo (permettimi Giovanni) ne vedo poco nella tua attitudine (Galati 5:19-24) …credo di non avere mai mancato di rispetto. E, onestamente non vedo un attitudine simile alla tua in Sabrina o altri/e…e cmq rimanendo nel soggetto il sabato faceva parte della legge. il principio sul sangue è stato dato a Noè…….(non per insegnarti)

          • «[…] Ora, qui c’è un gravissimo errore che non possiamo non denunciare. Infatti, Gesù non ci parla soltanto di pecorelle smarrite, insanguinate dai rovi in cui purtroppo sono andate a finire e che il Pastore va a cercare pazientemente in fondo agli abissi. Il divino Maestro ci parla pure dei lupi rapaci, che circondano continuamente l’ovile, in attesa di un occasione per ivi introdursi camuffati con pelle di agnelli. Ebbene, se è ammirevole il pastore che sa caricare con dolcezza sulle proprie spalle la pecorella smarrita, che diremmo del pastore che abbandonasse le pecorelle fedeli per andare a cercare lontano un lupo mascherato da agnello, lo caricasse affettuosamente sulle spalle, gli aprisse lui stesso le porte dell’ovile e con le sue mani pastorali introducesse tra le pecorelle quella belva vorace? Eppure, ahimè, quanti cattolici, se mettessero in pratica i principi di apostolato unilaterale che professano, si comporterebbero proprio così!

            Per capire meglio che la perfetta imitazione di Cristo non consiste solo nella dolcezza e nella soavità ma anche nell’energia, citeremo qualche episodio o qualche frase di alcuni Santi. Da premettere che il Santo è colui che la Chiesa ha dichiarato, con autorità infallibile, essere un perfetto imitatore di Cristo. Ebbene, in quale modo i Santi hanno imitato Gesù? Vediamo.

            Sant’Ignazio di Antiochia, martire del secondo secolo, scrisse varie lettere alle diverse Chiese, prima di essere martirizzato. In quelle lettere, si presentano riguardo agli eretici, espressioni come queste: “bestie feroci (Eph.7); lupi rapaci (Phil. 2,2); cani dannati che attaccano di tradimento (Eph. 7); bestie con volto umano (Smyrn. 4.1); erbe del diavolo (Eph. 10,1); piante parassiti non piantate dal Padre (Tral. 11); piante destinate al fuoco eterno (Eph. 16,2)”. Come si vede, questo modo di trattare gli eretici, seguiva la traccia degli esempi di San Giovanni Battista, il quale apostrofava gli scribi e i farisei come “razza di vipere”, così come fece il Signore che li chiamava “ipocriti’ e “sepolcri imbiancati”.

            Allo stesso modo procedettero gli Apostoli. Santo Ireneo, martire del secondo secolo e discepolo di San Policarpo, a suo turno discepolo di San Giovanni Evangelista, racconta che l’apostolo andando un giorno ai bagni, se ne ritirò senza lavarsi perché ivi c’era anche Corinto, un eretico che negava la divinità di Gesù Cristo, per timore che, come lo asseriva, crollasse l’edificio, poiché era presente Corinto, nemico della verità. Anche San Policarpo, incontrandosi un giorno con Marcione, un eretico docetista, quando questi gli chiese se lo conoscesse, il santo rispose: ”Senza dubbio, sei il primogenito di Satana”. Peraltro, in questo seguivano i consigli di San Paolo: ”Con gli eretici, dopo averli avvertiti una o due volte, evitali, poiché sono già perversi e si condannano da se stessi” (Tit. 3,10). Lo stesso San Policarpo se si imbatteva casualmente con un eretico, si tappava le orecchie ed esclamava: “Dio di bontà perché mi hai conservato in terra dovendo sopportare queste cose?” E fuggiva immediatamente per evitare certe compagnie.

            Santo Atanasio, nel IV secolo, narra che Sant’Antonio eremita definiva i discorsi degli eretici come veleni peggiori di quelli dei serpenti.

            Ed è questo, in genere, il modo come i Santi Padri trattavano gli eretici, come si può leggere in un articolo pubblicato su “Civiltà Cattolica”, il periodico fondato da S.S. Pio IX ed affidato ai padri gesuiti di Roma. In questo articolo vengono citati vari esempi che trascriverò di seguito: “San Tommaso d’Aquino che a volte è presentato come invariabilmente pacifico con i suoi nemici, in una delle sue prime polemiche con Guglielmo del Santo Amore, ancor prima di essere condannato dalla Chiesa, lo tratta così, insieme ai suoi seguaci: “nemici di Dio, ministri del diavolo, membra dell’Anticristo, nemici della salvezza del genere umano, diffamatori, seminatori di blasfemie, reprobi, perversi, ignoranti, simili al Faraone, peggiori di Gioviniano e Vigilanzio (eretici che negavano la Verginità della Madonna)”. San Bonaventura chiamava Geraldo, un suo contemporaneo: “protervo, calunniatore, stupido, avvelenatore, ignorante, imbroglione, malvagio, insensato, perfido”.

            Il mellifluo San Bernardo, a proposito di Arnaldo da Brescia, colui che volle lo scisma contro il clero e i beni ecclesiastici disse: “disordinato, vagabondo, impostore, vaso di ignominia, scorpione vomitato da Brescia, visto con orrore da Roma, con abominazione dalla Germania, disdegnato dal Pontefice Romano, elogiato dal diavolo, operatore di iniquità, divoratore del popolo, bocca piena di maledizione, seminatore di discordie, fabbricatore di scismi, lupo feroce”.

            Più anticamente, San Gregorio Magno, rimproverando Giovanni, Vescovo di Costantinopoli, gli gettava in faccia il suo orgoglio profano e nefando, la sua superbia luciferina, le sue parole ignare, la sua scarsità di intelligenza.Non parlarono diversamente i santi Fulgenzio, Prospero, Geronimo, Siricio Papa, Giovanni Crisostomo, Ambrogio, Gregorio Nazianzenio, Basilio, Ilario, Atanasio, Alessandro Vescovo di Alessandria, i santi martiri Cornelio e Cipriano, Antenagora, Ireneo, Policarpo, Ignazio Martire, Clemente, insomma tutti i Padri della Chiesa che si distinsero per la loro eroica virtù.

            Se si vuole sapere quali sono le norme indicate dai Dottori e Teologi della Chiesa per le polemiche con gli eretici, leggiamo ciò che ci offre San Francesco di Sales, il soave San Francesco di Sales, in Filotea, cap. XX parte II: “I nemici dichiarati di Dio e della Chiesa devono essere diffamati tanto quanto possibile (purché non si manchi alla verità), essendo opera di carità il gridare: Al lupo!, quando si trova in mezzo al gregge, od ovunque possa ancora trovarsi”. Sin qui le citazioni dell’articolo di “Civiltà Cattolica” (vol. I, ser. V, pag. 27)».

            Plinio Corrêa de Oliveira

          • …..ma in questo sito sono ospiti solo coloro che la pensano esattamente come te ?… E cmq continui a calpestare Galti 5 …a citare personaggi extra biblici invece che la Parola di Dio …e non mi hai dato risposta riguardo a Genesi 9…..e per concludere …stavo esponendo tali pensieri su un articlo redatto dalla “gentilissima Sabrina”…….

          • Chiunque può ben rendersi conto della libertà di parola che le viene offerta, nonostante la sua petulante molestia, ma non pretenderà di usare la fede cristiana come pretesto per imbavagliarci?
            La “gentilissima Sabrina”, come tutti noi, le ha dato più e più volte ragioni probanti che lei non ha mai voluto prendere seriamente in considerazione. Vero è che lei ha molta più pazienza di me, ma non ho paura di fare la parte del cattivo, quando serve. Noterà che tra le numerose testimonianze addotte dal De Oliveira ve n’è anche di scritturistiche, ma qui devo evitare che lei si lusinghi: la qualifica di eretico è una prerogativa che si riserva ai cristiani eterodossi. A lei e alla sua setta non si addice alcunché di appropriato a un cristiano, ancorché in termini di riprovazione. Lei non ha alcun modo di impugnare le Scritture cristiane “contro” il cristianesimo, e se i suoi riescono a circuire le casalinghe che la domenica mattina non sono andate a messa non può certo illudersi di fare altrettanto qui: i suoi riferimenti alle Scritture sono capziosi e ottusi, e questo non per mancanza di intelligenza personale (è evidente il contrario), ma per l’assenza del pregiudizio ermeneutico che costituisce le Scritture, che è quello giudaico-cristiano. Lei è come un ragazzo che vada a vedere un film drammatico in una lingua straniera (che ha studiato ma che non è la sua lingua madre), per giunta supponendo che si tratti di una commedia: non importa quante parole abbia studiato – non comprenderà la maggior parte delle battute e fraintenderà clamorosamente il tutto, per poi attaccarsi noiosamente (e a torto) a questa o quella parola che presume di aver capito.

  4. Mauro Valente // 31 marzo 2014 a 16:23 //

    Mi auguro che Nostro Signore abbia la “larghezza di vedute” per non adirarsi se una donna agisce in persona Christi!

    • Negli ultimi duemila anni ha avuto tanta “larghezza di vedute” da agire, parlare e rendersi presente nel sacramento attraverso sacerdoti colpevoli dei più grandi peccati … pedofili, sodomiti, corrotti … O dobbiamo pensare che i sacramenti ricevuti attraverso costoro non siano validi? Io non so se l’esclusione delle donne dal sacerdozio sia una consuetudine umana o rientri in un preciso disegno divino. Se è opera d’uomo, cadrà come casa costruita sulla sabbia; ma se è il volere divino, né terremoto né tempesta potrà abbatterla, per tutti i secoli dei secoli.

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