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Rosario Livatino sarà beato

Riconosciuto il martirio del giovane magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990

Il Beato Rosario Livatino

Il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il martirio del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, aprendo la strada alla sua beatificazione.

Conosciuto come “il magistrato ragazzino”, Rosario Livatino nacque il 3 ottobre 1952 a Canicattì, in provincia di Agrigento, e a ventitré anni conseguì la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Palermo. Socio di Azione Cattolica, fin dalla giovinezza frequentò la parrocchia e condusse un percorso di continua crescita spirituale. Entrato in magistratura, tra il 1984 e il 1988 risultò essere, per riconoscimento del Consiglio Superiore della Magistratura, il Magistrato più produttivo della Procura di Agrigento, dove prestava il suo servizio. L’anno seguente prese possesso del nuovo incarico di Giudice della sezione penale del Tribunale di Agrigento, in un periodo in cui già imperversava una “guerra” di mafia, che vedeva contrapposti i clan emergenti (denominati Stiddari) contro Cosa Nostra. Il 21 settembre 1990, all’età di trentotto anni, il Servo di Dio venne ucciso in un agguato, mentre viaggiava da solo, in automobile e senza scorta, per recarsi in Tribunale.

Le indagini condotte dal competente Dicastero vaticano – intervenute dopo una preliminare fase diocesana – hanno portato Papa Francesco a riconoscere la morte del giudice Livatino come omicidio avvenuto in odium fidei, dichiarandolo dunque martire.

Nel corso di un’udienza tenuta lo scorso anno ai membri del Centro Studi “Rosario Livatino”, il Pontefice aveva ricordato che già «San Giovanni Paolo II, poco prima di rivolgere agli “uomini della mafia” il memorabile e perentorio invito alla conversione nella Valle dei Templi, ad Agrigento, aveva incontrato i genitori di Livatino. In quella occasione il Papa lo definì “martire della giustizia e indirettamente della fede”».

«Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni. – aveva affermato Papa Francesco – Quando Rosario fu ucciso non lo conosceva quasi nessuno. Lavorava in un Tribunale di periferia: si occupava dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi. Lo faceva in modo inattaccabile, rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo».

«Livatino non faceva il giudice per infliggere delle pene, ma giudicava per poter riportare in qualche modo l’ordine voluto da Dio. E quindi una serena convivenza tra gli uomini. – ha affermato don Giuseppe Livatino, Postulatore per la fase diocesana del processo di beatificazione – Questa visione la esprime più volte, in particolare nella conferenza che tenne nel 1986 su ‘fede e diritto’. Il fatto di sostenere che l’atto di giustizia è anche atto d’amore conferma che non si trattava di giudicare per condannare. Ma di giudicare con gli occhi di Dio, soprattutto per redimere. Non per condannare. Questa era la visione che aveva della sua professione».

I gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì decisero di uccidere il giovane magistrato per la sua nota rettitudine morale nell’esercizio della giustizia. Nel corso del processo penale emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro – che abitava nello stesso condominio di Livatino – lo definiva con spregio “santocchio” per la sua fede radicata e riteneva il giudice Livatino come inavvicinabile e irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante. Sulla base delle testimonianze – anche del mandante dell’omicidio – e dei documenti processuali, la Congregazione ha constatato che l’avversione nutrita nei confronti del Giudice era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei, tanto che inizialmente i mandanti avevano pianificato l’agguato dinanzi alla chiesa in cui quotidianamente il Magistrato faceva la visita al Santissimo Sacramento.

Dagli atti del processo risultò come la dinamica dell’omicidio si caratterizzò per la particolare ferocia: in fin di vita, prima del colpo di grazia esploso in pieno volto, Livatino si era rivolto agli assassini con mitezza.

«Rosario Livatino ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi;  e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge. – disse Papa Francesco al termine dell’udienza – Dopo la morte di Livatino, in più di uno dei suoi appunti veniva trovata a margine una annotazione, che all’inizio suonava misteriosa: “S.T.D.”. Presto si scoprì che era l’acronimo che attestava l’atto di affidamento totale che Rosario faceva con frequenza alla volontà di Dio: S.T.D. sono le iniziali di sub tutela Dei».

About Alfredo Battisti (67 Articles)
Classe 2000, è di Torre de' Passeri. Ha conseguito il diploma con lode al Liceo Scientifico di Popoli. Studia Giurisprudenza presso l'Università LUMSA di Roma.