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L’Aquila a 12 anni dal sisma: “Il dramma ha reso ancora più popolo gli aquilani”

"Le vittime del terremoto – precisa il porporato - sono stati e continuano ad essere – a pieno titolo – membri del popolo che noi formiamo... Infatti la ‘ricostruzione’, senza ‘risurrezione’, sarebbe un’attività solo edilizia e architettonica, destinata a non ricomporre e consolidare il popolo aquilano"

Lo ha sostenuto ieri l’arcivescovo Petrocchi, presiedendo la santa messa commemorativa

Il cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell'Aquila - Foto chiesadilaquila.it

Nonostante le restrizioni anti-Covid abbiano impedito lo svolgimento della tradizionale fiaccolata in memoria delle 309 vittime del terremoto 2009 a L’Aquila, il dodicesimo anniversario della tragedia è stato comunque celebrato ieri sera nella chiesa di Santa Maria del Suffragio dall’arcivescovo aquilano, il cardinale Giuseppe Petrocchi, che ha presieduto una santa messa: «Questa liturgia, in cui commemoriamo le vittime del sisma del 6 aprile 2009 – premette -, non è dominata da una mestizia reclinata su sé stessa, ma è avvolta dalla luce e dalla grazia della Pasqua. Oggi siamo esortati non solo a ricordare quei drammatici momenti del 6 aprile 2009, ma a farne memoria, vivendoli come comunità ecclesiale e civile».

Un ricordo al quale, a detta del porporato, bisogna partecipare come popolo. Parola, quest’ultima, di cui il cardinale ha ricordato il significato: «Significa – spiega – riconoscersi ed operare come comunità caratterizzata dalla stessa ‘identità’ – storica, culturale e sociale – così come sentirsi corresponsabili e protagonisti nell’affrontare sfide collettive, come anche nel costruire prospettive future che riguardano tutti e ciascuno. Il dramma del terremoto ha reso ancora più ‘popolo’ la gente aquilana. La comune tragedia, affrontata ‘insieme’, ha stretto, con nodi inscindibili, il mutuo senso di appartenenza».

Un altro fattore che, secondo Petrocchi, crea legami costitutivi «è la determinazione collettiva nel reagire alle emergenze e la volontà perseverante di ricostruire». Il cardinale Petrocchi ha anche sottolineato come «la matrice cristiana della sua cultura e la configurazione ‘montanara’ (cioè tenace e vigorosamente reattiva) ha spinto sempre il popolo aquilano ad affrontare le difficoltà, anche devastanti, con la ferma speranza che, dichiarando guerra alla morte (in tutte le sue forme) e mobilitandosi a favore della vita, con l’aiuto di Dio si sarebbero attivati processi vincenti di risurrezione. Sono persuaso che se si venisse fatta un’analisi del Dna del popolo aquilano, si ritroverebbero – tra i cromosomi identitari – la ‘resilienza al sisma’. Questi fattori ‘strutturali’ suscitano ‘anticorpi caratteriali’, che neutralizzano i virus della disgregazione sociale e sconfiggono la sindrome della disfatta».

Un’altra caratteristica identitaria degli aquilani viene poi identificata nella tenacia del ripartire: «Che si rende visibile – approfondisce il cardinale – nella spinta perseverante alla ricostruzione. Dal ‘gene’ della ripartenza, sempre e a qualunque costo, si sviluppa il ‘genio’ del reinventarsi, pure davanti alle macerie, una esistenza non solo ‘ri-adattata’, ma ‘re-inventata’ e di ‘nuovo conio’. Per questo la commemorazione, che stiamo celebrando, non riguarda solo i familiari delle vittime e la rete degli amici: è un evento di popolo!».

Un popolo che non si limita a comprendere gli aquilani di oggi: «Le vittime del terremoto – precisa il porporato – sono stati e continuano ad essere – a pieno titolo – membri del popolo che noi formiamo. Perciò non appartengono soltanto ai ‘loro’ parenti, ma sono e rimangono ‘nostri’ fratelli e con-cittadini, nella grande famiglia aquilana. Perciò, insieme a noi, ‘ri-costruttori’ di una comunità, ecclesiale e civile, impegnata nel tessere iniziative di ‘risurrezione’. Infatti la ‘ricostruzione’, senza ‘risurrezione’, sarebbe un’attività solo edilizia e architettonica, destinata a non ricomporre e consolidare il popolo aquilano».

Durante la liturgia sono stati ripetuti i nomi delle 309 vittime: «Non si tratta solo di un appello codificato in un rituale meccanico – osserva il cardinale Giuseppe Petrocchi -. Significa dichiarare un vincolo che c’è e rimane. E se le luci accese sulle finestre diventano espressione esterna delle lampade che ardono nel cuore, alimentate dalla condivisione d’anima e da vicinanza partecipe, i rintocchi delle campane (ieri sera a piazza Duomo) non rappresentano segnali di lutto, ma un richiamo ad un ‘patto’ sociale – scritto non sulle carte, ma nelle coscienze – che ci impegna a tendere, insieme, non solo al ‘come prima’, ma al ‘di più’ e al ‘meglio‘». Per la Chiesa – aggiunge il cardinale – «questi rintocchi diffondono l’invito ad essere cittadini degni del Vangelo».

Quindi un riferimento all’attuale emergenza sanitaria, relativa al Covid-19, che si è abbattuta sul capoluogo regionale abruzzese dopo i sismi del 2016 e del 2017: «Preghiamo per i deceduti a causa della epidemia – , per quanti hanno contratto il contagio e per le loro famiglie. Esprimiamo profonda partecipazione a coloro che hanno subìto danni professionali e relazionali. Nessuno è escluso dal nostro abbraccio fraterno e dalla nostra ‘prossimità fattiva’».

A tal proposito, il porporato ha quindi sostenuto come anche la pandemia possa essere sconfitta rimanendo uniti: «Anche questa battaglia non può gestita solo da una élite – sostiene -, ma costituisce una impresa di popolo. Non bastano atteggiamenti ‘virtuosi’ di una minoranza, che possono essere diluiti o azzerati da comportamenti dannosi di un’altra porzione di persone. Anche se le urgenti e necessarie strategie ‘tecnico-scientifiche’ e ‘farmacologiche’ (come la vaccinazione di massa) risolvessero nel tempo il problema sanitario, ma non venissero messi in campo gli indispensabili stili cognitivi e relazionali, segnati da una coesione matura e fattiva, i costi umani – come anche i guasti sociali ed economici – sarebbero disastrosi, e questo non possiamo permettercelo».

Quindi l’auspicio finale: «La preghiera fatta ‘per’ le vittime del sisma e ‘dalle’ vittime del sisma – conclude – aiuti il popolo aquilano a crescere nei valori cristiani e umani».

About Davide De Amicis (3676 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa metropolitana di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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