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Il messia alle porte (di Roma)

Un racconto “natalizio” direttamente dal Talmud babilonese

Come abbiamo più volte ricordato, la caratteristica più spiccata dell’Avvento (questo tempo liturgico sfortunato) è la tensione escatologica, ossia la proiezione verso l’attesa dell’ultimo avvento del Messia. Non è che tale afflato sia assente dalla prospettiva del Natale, sia chiaro, ma “il tempo dell’oro” (oltre che dell’incenso e della mirra) risulta così intensamente preso dalla celebrazione del mistero dischiusosi nelle pagine storiche del primo avvento che quel che resta per guardare ai due giudizî – quello particolare e quello universale, il cui unico giudice è lo stesso Cristo che si celebra nato nella mangiatoia di Betlemme – è ben poco.

Per renderci conto dell’omogeneità “teorica” dei due tempi d’Avvento e di Natale (su questo specifico punto), possiamo confrontare l’orazione colletta della solenne vigilia natalizia con quella della prima domenica d’Avvento. La prima recita infatti così: «O Padre, che ogni anno ci fai vivere nella gioia questa vigilia del Natale, concedi che possiamo guardare senza timore, quando verrà come giudice, il Cristo tuo Figlio che accogliamo in festa come Redentore». La seconda, ossia quella di circa quattro settimane fa, così: «O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli».

La tensione tra i due avventi si mantiene sul filo dello stupore che la fede genera nella consapevolezza del destino di Gesù: quel medesimo uomo in cui Dio s’era mostrato umilissimo risulta eternamente predestinato a mostrare nella propria divinità il generoso fulgore di Dio, che costituisce un uomo (sia pure unito alla seconda Persona della Trinità) giudice di tutte le cose. Molto, infinitamente di più del potere concesso al primo Adamo – il potere di dare i nomi a tutte le cose.

Un solo messia, dunque, con due avventi: uno già compiuto, uno da compiere. Con questo “messianismo bipartito” la persona, le parole e le opere di Gesù, dànno corpo e senso al variegato insieme delle profezie messianiche consegnate al popolo di Israele – profezie di umiltà e di gloria, apparentemente inconciliabili, ma che nella storia di Gesù si concordano in docile armonia.

E che ne dice, Israele, della celebrazione natalizia dei cristiani? Resta estranea al fascino di un “ipotetico” messia che lascia «il bel gioire / del divin seno, / per venir a tremar / su questo fieno»? Difficile, se non impossibile, dare una risposta univoca, visto che “il” giudaismo non è mai stato unanime nell’elaborazione delle dottrine messianiche. Nel giorno di Natale, però, non guasta ricordare la dubitante nostalgia dell’“anima dolente ed immortale” dell’ebreo Umberto Saba (si sarebbe convertito più di vent’anni dopo questi versi), che così terminava uno dei suoi splendidi sonetti: «Notte fredda e stellata di Natale, / sai tu dirmi la fonte onde zampilla / improvvisa la mia speranza buona? // È forse il sogno di Gesù che brilla / nell’anima dolente ed immortale / del giovane che ama, che perdona?».

A Pasqua, durante l’azione liturgica del venerdì santo, preghiamo perché i giudei rigettino la “perfidia” (ossia perché riconoscano nella fede che Gesù è quel Cristo che era stato promesso a loro per primi); e per Natale cosa facciamo? Abbiamo anche ora un pensiero per i figli di Abramo, “fratelli maggiori nella fede”? E loro? Lo aspettano ancora, loro, il messia, oppure col non essere più “la vera religione” hanno perso anche “la grande speranza” che rendeva Israele «il solo popolo saggio e sapiente» (cf. Dt 4,1-8)? Il Talmud babilonese può, se non offrirci una risposta, almeno acuire la nostra domanda, e sospingerci a scoprire che le nostre ben articolate strutture teologiche e liturgiche non sono in fondo così remote dalle domande che albergano nel cuore di ogni «autentico israelita in cui non v’è falsità» (Gv 1,47). In fondo, non per nulla «siamo noi il vero Israele».

Racconta dunque il Talmud Babilonese che un giorno a Rabbì Joshua Ben-Levi – vissuto nella prima metà del III secolo, quindi quando Gerusalemme era già stata rasa al suolo e si chiamava Ælia Capitolina! – apparve il profeta Elia. Il buon rabbino non perse un attimo e gli rivolse la domanda che brucia nel cuore di ogni autentico israelita – quella che Isaia aveva ripetutamente posto alla sua splendida e paziente sentinella –: «Quando verrà il messia?». Elia rispose: «Il messia è già sulla terra, e risiede momentaneamente alle porte di Roma; se ne sta lì a curare ciechi, sordi e zoppi, come di lui dicono le antiche profezie, in attesa che giunga il momento di manifestarsi al mondo, cominciando così la sua missione pubblica». Il rabbino non perse un istante: fece fagotto e si mosse alla volta di Roma; giunto alle mura cominciò a percorrerle finché non trovò effettivamente il messia, impegnato in quell’attività che il profeta Elia gli aveva scrupolosamente descritto e dottamente illustrato: «Quando verrai?» – fu l’immediata domanda che Joshua Ben-Levi gli rivolse. «Oggi»: rispose asciutto il messia, colmando il rabbino di gioia. Joshua Ben-Levi tornò di corsa a casa sua, per potersi godere l’arrivo del messia insieme con il suo popolo. Il sole, però, tramontò, senza che il messia comparisse all’orizzonte. Il rabbino non sapeva spiegarselo: eppure il messia era proprio lì dove aveva detto Elia, lui lo aveva visto, e la sua risposta non lasciava àdito a dubbî. Come mai non era arrivato? Aveva forse trovato qualche impedimento lungo la strada? Joshua Ben-Levi continuò ad agitarsi, rimestando più e più volte le sue inquiete domande, finché non tornò ad apparirgli il profeta Elia. Al che, subito, Joshua Ben-Levi sfogò con lui la sua amarezza: «Ho trovato il messia dove mi avevi detto tu, intento a fare ciò che mi avevi profetato, eppure il messia mi ha mentito, nel rispondere alla mia domanda!». Elia rispose: «Il messia non ti ha mentito, perché sei tu che non hai capito che la sua risposta evocava le parole del salmista: “Oggi, se ascolterete la sua voce…” (Sal 95,7)». Joshua Ben-Levi ristette, gli occhî gonfî di lacrime, chiedendosi quando avrebbe rivisto il messia. E nemmeno Elia poté rispondere a quella domanda.

Ciò che al racconto talmudico manca è il vero e proprio evangelo, la vera buona notizia, che nessuno può conoscere senza aver riconosciuto e accolto Gesù come messia: Dio non attende che l’uomo sia pronto, per venire a visitarlo, anzi, è disposto a «venir a penar / su questo fieno» per preparare l’uomo a riconoscerlo, per smussare, ammorbidire e piegare la sua durezza. «Nella sua umiltà – dice l’immenso Agostino – Dio discese fino alla nostra superbia» (Conf. I, 11,17). Prima la grazia – il primo avvento, che giustifica – poi la giustizia – il secondo avvento, che fa grazia. Il duplice avvento del “messianismo bipartito” di Gesù non poteva essere dedotto da alcun teologo, per quanto audace nelle sue ipotesi, perché la premessa – l’umiltà di Dio – è ad un tempo ciò di cui l’uomo ha bisogno per essere felice e ciò che assolutamente gli manca.

Ciò che il racconto talmudico dice di vero è che il cuore indurito, ostinato in se stesso, può tragicamente vanificare l’avvento del messia, la cui opera risulta paradossalmente sterile e infruttuosa: l’albero della vita – il lego della mangiatoia e della croce – è l’ostensorio su cui Dio si espone quale frutto di comunione e di immortalità (le sole cose che possono rendere l’uomo felice), è lo spiedo dal quale si diffonde l’aroma della «vera Pasqua, in cui è ucciso il vero agnello / che con il suo sangue consacra le case dei fedeli» (Preconio pasquale)… tutto questo però è semplicemente inutile per chi non stende liberamente la mano verso il frutto, per chi non si ciba dell’agnello e non si lascia purificare dal suo sangue.

Il sangue della Pasqua anticipato nel bianco del Natale: ciò è tanto inusuale quanto vero e necessario, se il Natale del Redentore è la celebrazione dell’inizio del nostro riscatto (come già l’Annunciazione, nove mesi prima) e non il festeggiamento del “compleanno di Gesù”. Del resto, le vesti candide che Giovanni ha profeticamente visto indosso ai salvati di tutti i popoli – vesti battesimali, vesti natalizie – sono state rese tali «nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14).

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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2 Comments on Il messia alle porte (di Roma)

  1. claudio Ricci // 20 marzo 2014 a 12:55 //

    Dispiace sentire ancora una volta : ” I Perfidi Giudei”: Le ricordo che i Giudei sono leali e giusti. Si guardi dentro di se prima di giudicare gli altri. Il Giudizio è solo divino e lei è un povero uomo!
    La Torah ci insegna ogni momento della nostra vita ad amare il prossimo ad essere umili e migliorare sempre noi stessi, Noi aspettiamo il Messia anzi i Messia saranno due come dicono i nostri Maestri!!!!

    • Buon uomo, dispiace vedere ancora un lettore che interviene senza leggere l’articolo, laddove nel testo è spiegata l’esatta etimologia dell’espressione, e quindi la sua accezione nient’affatto ingiuriosa.
      Quanto alla giustizia e alla lealtà, non metto in dubbio ciò che dice lei, ma del resto non posso che tornare con lei a quanto il Salmista dice di tutti gli uomini (e quindi anche dei Giudei): «Tutti hanno traviato, tutti sono corrotti; nessuno fa il bene; neppure uno» (Sal 53, 4). Quando Paolo lo scrive, in effetti, non fa che citare la Scrittura giudaica…
      Io sono solo un povero uomo, e questa è la cosa più vera che lei ha scritto, ma lei è uno che non capisce (o non vuol capire) ciò che ho scritto – nessuno può tacciarmi di antisemitismo, quindi non ci provi.
      Lo so che aspettate il Messia, e questo varrà senza dubbio il Suo sorriso, che anche noi aspettiamo di rivedere (perché uno è il Messia, ma due le sue venute) nella gloria: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli – il vostro/nostro Paolo ammoniva qui la nostra perfidia – , questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto: “Da Sion uscirà il liberatore, / egli toglierà le empietà da Giacobbe. / Sarà questa la mia alleanza con loro / quando distruggerò i loro peccati”. Quanto al vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!» (Rom 11, 25-32).
      Stia bene, ci ritroveremo per la Santa Pasqua (השנה הבאה בירושלים), prima o poi.

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