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“San Cetteo è il ponte spirituale tra le diocesi dell’Aquila e di Pescara”

"San Cetteo era dalla parte dei poveri – descrive l’arcivescovo Petrocchi -. Non si può essere cristiani e non fare la scelta preferenziale dei poveri. Non si può essere dalla parte di Gesù ed essere esclusivi ed escludenti, nel rapporto con quanti bussano alle porte del nostro amore. Poi San Cetteo ci invita a non essere dei camaleonti, che cambiano colore a seconda delle circostanze. San Cetteo è rimasto un uomo per tutte le stagioni della sua vita, quelle favorevoli e quelle avverse, ha detto i sì e i no che il Vangelo chiedeva. Ha avuto la parresia (la franchezza) di dire con coraggio ciò che era giusto, anche quando queste sue frasi lo mettevano in rotta di collisione con i prepotenti del tempo. San Cetteo ci insegna a non avere paura, perché se siamo dalla parte di Gesù, anche se attraversiamo la sofferenza, siamo certi che la nostra carità non è vana, ma costruisce e quello che edifica rimane. San Cetteo, inoltre, ci esorta a non meravigliarci delle persecuzioni, anzi ad aspettarci cose grandi se, come lui, compiamo la volontà di Dio"

Lo ha affermato mercoledì il cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila, presiedendo il pontificale solenne in Cattedrale a Pescara

Il cardinale Giuseppe Petrocchi con l'arcivescovo Tommaso Valentinetti

«La figura di San Cetteo costituisce un ponte spirituale tra le diocesi dell’Aquila e Pescara-Penne, essendo stato lui vescovo di Amiternum (l’attuale San Vittorino), territorio appartenente alla diocesi aquilana».

Lo ha ricordato mercoledì sera il cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila, che nella Cattedrale di San Cetteo ha presieduto il pontificale solenne in onore del santo patrono di Pescara e della sua arcidiocesi, su invito dell’arcivescovo monsignor Tommaso Valentinetti: «È veramente con grande gioia – introduce il presule – che questa sera la Chiesa e la città di Pescara, rappresentata dalle massime autorità civili e militari, le danno il benvenuto. Personalmente le do il benvenuto con la fraternità episcopale che ci lega e che si esplicita non solo perché siamo fratelli di un un’unica conferenza episcopale regionale, ma soprattutto per la grande intesa e la grande stima che ci ha legati immediatamente appena lei è stato eletto arcivescovo dell’Aquila, ereditando certamente una situazione non facile a causa delle note vicende del terremoto. Tutto questo vivendo con passione e con grande dedizione il suo ministero a favore di quella terra, che ha sofferto e soffre ancora – anche nel suo tessuto ecclesiale – di quegli eventi difficili e disastrosi, ma noi siamo certi che la sua dedizione, il suo amore, la sua capacità di “stare sul pezzo” daranno i frutti sperati perché quella terra  si possa risollevare, soprattutto perché quella chiesa possa esprimere il meglio di se stessa».

L’arcivescovo Valentinetti dà il benvenuto al cardinale Petrocchi

Quindi l’arcivescovo Valentinetti ha ripercorso la storia dei rapporti tra la comunità pescarese e quella aquilana che, nella storia recente, hanno anche attraversato momenti di tensione per questioni politiche: «Le dà il benvenuto la città di Pescara – continua –, che certamente svolge un ruolo importante nella regione Abruzzo di cui L’Aquila è capoluogo. Nei tempi andati ci furono grandi polemiche su quale dovesse essere il capoluogo di regione e il mio pre-predecessore (monsignor Antonio Iannucci) tifava molto perché Pescara facesse da capoluogo, ma la storia, le situazioni, le circostanze hanno determinato che la città di cui lei è arcivescovo metropolita è sicuramente quella che ha una responsabilità storica e una responsabilità politica, per continuare ad essere il centro e il punto di riferimento sociale della nostra regione. Non me ne vogliono i pescaresi, ma la storia è questa».

Quindi monsignor Valentinetti ha espresso il suo giubilo per la nomina a cardinale dell’arcivescovo Petrocchi: «Credo con grande soddisfazione – sottolinea – abbiamo tutti lodato, benedetto e ringraziato il Signore nel momento in cui Papa Francesco l’ha chiamata a diventare cardinale di Santa romana Chiesa. La notizia ci ha riempito di gioia soprattutto perché, come ogni atto particolare che appartiene da Papa Francesco, non tanto il luogo, non tanto le circostanze, non tanto la situazione hanno determinato questa scelta, ma quanto la chiara comunione con la sede di Pietro e i cardinali, oggi più che mai, sono chiamati ad essere in grande comunione con la sede di Pietro e lui questo lo è. Anche perché il colore rosso delle vesti da cardinale disegna l’effusione del sangue per la cattedra di Pietro. E noi siamo sicuri, sperando non debba succedere cruentemente, ma sicuramente spiritualmente lei è pronto a tutto questo. Grazie di essere qui con noi e benvenuto».

Successivamente, nell’omelia, il cardinale Giuseppe Petrocchi ha confermato la grande amicizia «convinta, cordiale e fattiva nel Signore». Traendo poi spunto dalla figura di San Cetteo, il porporato ha spiegato la caratteristica fondamentale che contraddistingue i santi: «Loro – spiega il cardinale – sono definiti catechesi viventi fatte sul Vangelo. Infatti, se uno si chiedesse perché i santi hanno agito in un certo modo, bisognerebbe andare a cercare le ragioni nella Parola di Dio. E ancora, se qualcuno domandasse se la parola di Dio realizza davvero ciò che promette, bisognerebbe esplorare la vita dei santi, perché loro sono la prova vivente che la Parola è vera. Dunque, la Parola di Dio spiega i santi e i santi spiegano la Parola di Dio, ci aiutano a comprenderla sempre meglio e sempre di più».

E la devozione ai santi non è un fatto esteriore: «Perché – osserva l’arcivescovo dell’Aquila – devozione fa rima con ammirazione, in quanto il nostro sguardo contempla le meraviglie che lo Spirito santo ha compiuto in questi fratelli. Devozione fa rima con invocazione, perché è potente l’invocazione dei santi. Loro hanno la chiave che apre il cuore di Dio, con tutti i tesori di grazia che esso contiene. Ma devozione fa rima anche con ammirazione, perciò se quando noi abbiamo contemplato e invocato i santi, non ci impegniamo a riproporre in noi e tra di noi il loro esempio, il nostro incontro con loro diventa vano».

Il cardinale Petrocchi pronuncia l’omelia accanto al busto ligneo di San Cetteo

Da qui il riferimento a San Cetteo che, oltre ad essere stato vescovo, è stato martire: «Sapete – approfondisce il cardinale Giuseppe Petrocchi, riferendosi alla prima lettura tratta dal secondo libro dei Maccabei – che il martirio è testimonianza evangelica radicale, fedeltà a Dio spinta quasi fino all’eroismo. Ma se noi, davanti a questi gesti che ci scuotono, poniamo la domanda “Perché? Cos’è che li muove e li sostiene?”, bisognerebbe rispondere “La fede pasquale”. Avete ascoltato ciò che attestano questi giovani coraggiosi di fronte ad un re tiranno e crudele, che vuole imporre loro usi e costumi contrari alla loro tradizione religiosa “Il Re dell’universo, dopo che saremo morti, per le sue leggi ci resusciterà a vita nuova ed eterna”. E un altro, con fierezza, dice “È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati”. Questi giovani, in qualche modo, anticipano l’evento che si compirà in modo pieno e definitivo in Gesù, sul Golgota, con la sua vittoria gloriosa sulla morte. E ci troviamo sempre, quando incontriamo i martiri, con il paradosso cristiano che il discepolo di Gesù vince perdendo. Sembra battuto, ma ha la meglio. Siamo attenti, quando si parla di martirio non si parla solo di quello cruento, ma anche di quello quotidiano. Santa Teresina di Bambin Gesù diceva che “Si può morire a colpi di spada per la propria fedeltà a Gesù, ma si può morire un po’ ogni giorno a colpi di spillo, perché ci possono essere quelle difficoltà, quelle contrarietà che ci fanno soffrire e che rappresentano il segno che noi amiamo davvero Dio”. Se uno mi chiedesse cos’è che testimonia l’autenticità di qualunque amore, l’amore credente, l’amore coniugale, l’amore parentale, l’amore genitoriale, l’amore fraterno, l’amore sociale, risponderei che l’amore è attestato da due indici, la ricerca autentica del bene dell’altro secondo la volontà di Dio e la disponibilità a patire per l’altro. Tu ami tanto quanto sei disposto a patire per l’altro».

Successivamente, riferendosi alle parole di San Paolo nella lettera agli Efesini, un pensiero sulla vita del cristiano quotidianamente alla sequela del Signore: «Questo – ricorda Petrocchi – deve affrontare il buon combattimento della fede ed è l’unico conflitto che è lecito sostenere dentro di noi. È la lotta contro il peccato l’unica guerra legittima, quella spirituale, con l’apostolo che ci invita a resistere alle insidie del diavolo e a restare saldi dopo aver superato tutte le prove. E sappiamo che c’è una strategia fondamentale, che è quella della preghiera. Dice ancora la lettera agli Efesini “In ogni occasione pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito e, a questo scopo, vegliate con ogni perseveranza per supplicare tutti i santi”. Perché il credente invoca Dio per sé, ma anche per tutti gli altri. La preghiera dei cristiani è sempre al plurale, è sempre intonata dal noi. Guardate al Padre nostro. Chi affronta ogni giorno il buon combattimento della fede e si fa carico anche delle inevitabili difficoltà e tribolazioni, è animato da una certezza. Se siamo fedeli al Vangelo, anche in mezzo alle ostilità di altri e alla contrarietà della vita, abbiamo la sicurezza che ci è data la forza per affrontare queste prove e la via d’uscita. Per questo San Paolo ci consegna una frase cardine , che considera un pilastro della vita cristiana “Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con le tentazioni vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarlo”. Perciò, se rimaniamo imbrigliati nelle difficoltà, rischiando di rimanerci soffocati dentro, non è giusto prendersela con la cattiva sorte che si è accanita contro di noi, ma dobbiamo piuttosto chiederci se abbiamo seguito i segnali evangelici che Dio ha posto sulle nostre strade e se ci siamo riforniti alle sorgenti di grazia che scaturiscono nella comunità ecclesiale, i sacramenti e la preghiera».

La Cattedrale di San Cetteo gremita di fedeli

C’è poi una frase del Vangelo che, a detta del porporato, non ci si può far cadere scivolare addosso: «Gesù – ricorda Petrocchi – dice “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete chi io sono. E non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre che mi ha insegnato”. Dunque la croce, che sembra il luogo del fallimento, in realtà è la cattedra dalla quale lui ci consegna un insegnamento per sempre. La Pasqua, dunque, è un’esperienza di pienezza e i santi ne sono i testimoni. Gesù dice “Se rimanete nella mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità, la verità vi farà liberi e la verità cristiana fa la verità”. Ma non confondiamo la libertà con lo spontaneismo, perché ci può essere una forma di coinvolgimento con le proprie emozioni che rappresenta l’opposto di una scelta autonoma, di  un arbitrio lucido, consapevole, determinato».

Da ciò emerge un’altra proprietà posseduta dai santi: «Proprio perché vivono la Parola – osserva il porporato -, godono in qualche modo di una proprietà del Vangelo, quella della contemporaneità stabile, permanente. I santi non conoscono l’usura del tempo, la loro storia non può essere rottamata, mantiene la sua attualità. E noi dobbiamo chiederci “Qual è il messaggio consegna a noi San Cetteo?” Tenete presente che è distante da noi quasi 1.400 anni. Pensate quanti eventi hanno coperto imprese che sembravano destinate a rimanere stabili! Quante situazioni hanno dimostrato come la gloria umana venga fortemente sgretolata! San Cetteo, perché martire, di fronte alla Parola e al defluire del tempo, rimane in piedi».

Il cardinale Petrocchi presiede la liturgia eucaristica

E allora come fare per riferirci e prendere esempio da lui?: «Innanzitutto San Cetteo era dalla parte dei poveri – descrive l’arcivescovo Petrocchi -. Non si può essere cristiani e non fare la scelta preferenziale dei poveri. Non si può essere dalla parte di Gesù ed essere esclusivi ed escludenti, nel rapporto con quanti bussano alle porte del nostro amore. Poi San Cetteo ci invita a non essere dei camaleonti, che cambiano colore a seconda delle circostanze. San Cetteo è rimasto un uomo per tutte le stagioni della sua vita, quelle favorevoli e quelle avverse, ha detto i sì e i no che il Vangelo chiedeva. Ha avuto la parresia (la franchezza) di dire con coraggio ciò che era giusto, anche quando queste sue frasi lo mettevano in rotta di collisione con i prepotenti del tempo. San Cetteo ci insegna a non avere paura, perché se siamo dalla parte di Gesù, anche se attraversiamo la sofferenza, siamo certi che la nostra carità non è vana, ma costruisce e quello che edifica rimane. San Cetteo, inoltre, ci esorta a non meravigliarci delle persecuzioni, anzi ad aspettarci cose grandi se, come lui, compiamo la volontà di Dio».

Per tutte queste ragioni, il cardinale Giuseppe Petrocchi ha rivolto un’esortazione ai tanti fedeli presenti in Cattedrale: «Invochiamo San Cetteo – afferma -, ci aiuti a rimanere sulla stessa rotta che lui ha seguito, che lo Spirito Santo traccia nella nostra esistenza, la linea della volontà di Dio. Ci aiuti ad essere coerenti in un mondo spesso ostile e anticristiano, ci sia d’esempio nell’impegno a vivere con fedeltà la Chiesa di comunione e a costruire la civiltà dell’amore, dell’accoglienza, della prossimità, della solidarietà, nella certezza che solo una cultura più aperta a Dio, può generare una società più degna dell’uomo».

About Davide De Amicis (2746 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985 e laureato in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it, collabora con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato ha già collaborato con Radio Speranza, la radio dell'arcidiocesi di Pescara - Penne, e scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" nonché sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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