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“Senza la partecipazione del popolo non c’è futuro per l’Eucaristia”

"Il santo vescovo Magrassi - afferma l'arcivescovo Valentinetti - diceva “Meno messe e più messa”. Più messa ben vissuta, meno celebrazioni spurie, frettolose, sciatte, senza canti, senza lettori preparati, senza accoliti, senza ministranti. Ridiamo dignità all’Eucaristia. Celebriamone meno, ma celebriamole con convinzione e partecipazione. Qui in Cattedrale, per quanto ci è dato di fare, cerchiamo di celebrarle e viverle bene, ma non basta"

Lo ha affermato ieri l’arcivescovo Valentinetti, presiedendo la messa in Coena Domini nella Cattedrale di San Cetteo

Ieri sera anche la Chiesa di Pescara-Penne ha aperto le celebrazioni del Triduo pasquale, con la Santa messa in Coena Domini presieduta dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti nella Cattedrale di San Cetteo a Pescara. Anche quest’anno, mantenendo una responsabile prudenza in virtù della pandemia di Covid-19, il rito della lavanda dei piedi è stato svolto solo a livello simbolico.

I fedeli partecipanti alla Messa in Coena Domini

Una scelta che ha permesso di dare la massima attenzione alla celebrazione dell’istituzione dell’Eucaristia, ricordata proprio attraverso l’ultima cena di Gesù con gli apostoli così come narrata nelle seconda lettura di ieri, ovvero la prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi: «Il pane e il vino che diventano il Suo corpo e il Suo sangue – ricorda il presule nell’omelia – . “Questo è il mio corpo che è per voi. Fate questo in memoria di me. Questo calice è la nuova alleanza del mio sangue. Fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me”. E tutte le volte che celebriamo la messa, l’Eucaristia, tutto ciò accade per la trasmissione della grazia dello Spirito Santo agli apostoli e alla Chiesa che ormai, da due millenni, continua a rinnovare il memoriale della presenza di Gesù nel pane e nel vino, tanto da farci dire che l’Eucaristia fa la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucaristia. Non c’è Chiesa senza Eucaristia e non c’è Eucaristia senza Chiesa. Da qui, cari fratelli e sorelle, la necessità di vivere e partecipare alla celebrazione eucaristica. In primis quella domenicale del giorno del Signore, quando facciamo memoria della risurrezione di Cristo».

Ma questa partecipazione, attualmente, non è per nulla scontata: «Ultimamente – constata l’arcivescovo Valentinetti – assistiamo alla fuga dei cristiani dall’Eucaristia domenicale. Sì, celebriamo i battesimi, le cresime, i bambini vengono ammessi alla mensa della Prima comunione, si celebra qualche matrimonio e i funerali in abbondanza. Ma c’è una disaffezione, una fuga dall’Eucaristia domenicale. Era già cominciata prima della pandemia, ma quest’ultima ce l’ha fatta sperimentare ancora di più. Non abbiamo potuto celebrare l’Eucaristia per svariati mesi a livello domenicale. Dunque, ecco la difficoltà e la fatica a farvi ritorno. Abbiamo rimediato attraverso i mezzi di comunicazione sociale, ma non è la stessa cosa. L’Eucaristia si vive in presenza e ci si comunica al corpo di Cristo. Se non ci comunichiamo ad Esso è un atto di devozione, ma non è l’Eucaristia. Ecco allora la necessità di ridire a tutti l’importanza di vivere settimanalmente l’Eucaristia, specialmente ai giovani in fuga, a quanti hanno celebrato la prima comunione o la cresima e poi non li vediamo più».

Ma, a detta dell’arcivescovo di Pescara-Penne, c’è anche un rovescio della medaglia: «Mi faccio sempre una domanda – confida -. Sono i cristiani, i credenti o gli pseudo-credenti o gli pseudo-praticanti, che fuggono dall’Eucaristia o sono io – io vescovo, io presbitero, io comunità – che non sono più attraente dentro la celebrazione dell’Eucaristia? Perché se è vero che ci sono dei fratelli che non vengono più, mi devo porre la domanda se le mie, le nostre Eucaristie sono credibili. Credibili prima di tutto per come celebriamo l’Eucaristia. Se è solenne, se è partecipata, se tutti hanno realmente il proprio compito. Senza la partecipazione del popolo non c’è futuro per l’Eucaristia. E allora, cari fratelli e sorelle, credo che una riflessione su questo tema la dobbiamo fare. Il santo vescovo Magrassi diceva “Meno messe e più messa”. Più messa ben vissuta, meno celebrazioni spurie, frettolose, sciatte, senza canti, senza lettori preparati, senza accoliti, senza ministranti. Ridiamo dignità all’Eucaristia. Celebriamone meno, ma celebriamole con convinzione e partecipazione. Qui in Cattedrale, per quanto ci è dato di fare, cerchiamo di celebrarle e viverle bene, ma non basta».

L’arcivescovo Valentinetti in preghiera davanti l’altare della reposizione

E poi monsignor Valentinetti ha ricordato come la credibilità dell’Eucaristia sia anche legata al secondo segno compiuto da Gesù nell’ultima cena, la lavanda dei piedi: «Il gesto dello schiavo nei confronti del padrone – approfondisce il presule -. Pietro non voleva farsi lavare i piedi. Vi siete mai posti la domanda “Perché?”. Pietro era furbo, aveva capito che quello era un segno che doveva imitare e sapeva bene non aveva le forze e le capacità per farlo. Così gli dice “Signore, ma tu non mi laverai mai i piedi. Tu sei il Signore, io sono il primo degli apostoli. Come potrò lavare i piedi ai miei fratelli? Se non ti laverò i piedi, non avrai parte con me”. Fratelli, se non laveremo i piedi ai fratelli, non avremo parte con il Signore. E lavare i piedi significa avere una comunità accogliente, una comunità senza pregiudizi per nessuno. Una comunità che sappia accogliere i poveri, i malati, i sofferenti, gli immigrati. Una comunità che, radicalmente, si spoglia delle sue sicurezze e diventa luogo di partecipazione, attiva e fattiva, di una vita d’amore. Una comunità che sa dialogare, che sa ascoltare. Sono tutte cose che avete detto voi nella consultazione sinodale, che ormai abbiamo recepito e diventeranno il nostro contributo per il Sinodo dei vescovi».

Da qui le conclusioni dell’arcivescovo Valentinetti: «E allora sì, lavarci i piedi – ribadisce –, che non significa tirare fuori la monetina per mettere a posto la nostra coscienza, perché abbiamo fatto il dono di carità, ma significa non criticare, non giudicare, non condannare, non guardare con sospetto. Significa non avere solo comunità che siano moraleggianti, ma che siano capaci di vivere senza pregiudizi la dimensione della carità dell’amore, del perdono e della misericordia. E allora sì, quel sangue dell’agnello che era segnato sugli stipiti delle porte degli ebrei, per cui l’angelo sterminatore passò oltre. Sangue dell’Agnello del Cristo crocifisso segnerà, nell’Eucaristia, anche gli stipiti delle porte delle nostre chiese. E volesse il cielo che fossero sempre spalancate. Non tanto fisicamente, ma quando idealmente e spiritualmente. Porte aperte perché chi vuole entri e perché la Chiesa esca, così come ci ha detto Papa Francesco. Chiesa in uscita che mette la tenda dentro le strade, dentro i crocicchi, dentro i luoghi del mondo per dire a tutti “Dio vi ama, Dio è il Signore della nostra vita”. Ci conceda questa santa Pasqua del 2022 la vera grazia di una vera conversione».  

About Davide De Amicis (3964 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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