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Matrimonio: “Non è la tomba dell’amore, ma la sua garanzia”

"Per noi dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne - sottolinea l'arcivescovo Valentinetti - il tribunale è diventato, e noi ci auguriamo che lo diventi sempre di più, uno strumento di carattere pastorale. Perché molto spesso tante famiglie si trovano in difficoltà riguardo alla propria posizione matrimoniale. Sono ferite che si portano dentro per tantissimo tempo, per tantissimi anni, ma non trovano una risposta e non trovano una soluzione. Allora il tribunale, oltre a svolgere il compito di affrontare eventualmente una dichiarazione di nullità di matrimonio, svolge anche un ruolo di accompagnamento, di verifica e di sostegno, perché realmente le persone che vivono un momento drammatico riguardo alla relazione con il proprio partner, trovino una risposta adeguata"

Lo ha affermato venerdì il cardinale presidente della Cei Matteo Zuppi, inaugurando l’anno giudiziario 2023 del Tribunale ecclesiastico diocesano di Pescara-Penne

Il cardinale presidente della Cei Matteo Zuppi tiene la prolusione
Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

Un Auditorium Giovanni Paolo II di Pescara gremito da giuristi, canonisti, autorità e semplici fedeli, venerdì sera ha fatto da cornice all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2023 del Tribunale ecclesiastico metropolitano e di appello di Pescara-Penne, avvenuta attraverso la prolusione del cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi sul tema “Amore-coniugalità: il matrimonio cristiano nell’attuale contesto”, introdotta dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti: «Vi domanderete – esordisce il presule – perché abbiamo invitato il cardinale Zuppi. Non è un giurista, come tutti si sarebbero aspettati all’inaugurazione dell’anno giudiziario un giurista. In realtà dopo il “Mitis Iudex Dominus Jesus”, il decreto del Papa Francesco che ha istituito i tribunali diocesani e soprattutto la forma breve del processo, per noi dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne il tribunale è diventato – e noi ci auguriamo che lo diventi sempre di più – uno strumento di carattere pastorale. Perché molto spesso tante famiglie, e qualche parroco me lo ha confermato proprio ultimamente, si trovano in difficoltà riguardo alla propria posizione matrimoniale. Sono ferite che si portano dentro per tantissimo tempo, per tantissimi anni, ma non trovano una risposta e non trovano una soluzione. Allora il tribunale, oltre a svolgere il compito di affrontare eventualmente una dichiarazione di nullità di matrimonio, svolge anche un ruolo di accompagnamento, di verifica e di sostegno, perché realmente le persone che vivono un momento drammatico riguardo alla relazione con il proprio partner, trovino una risposta adeguata. Questo non solo da un punto di vista giuridico, perché innestata la causa poi bisogna capire se c’è o non c’è la dichiarazione di nullità, ma anche da un punto di vista di accompagnamento pastorale. Da qui anche il titolo della riflessione che gli abbiamo chiesto. Cioè, qual è la realtà del matrimonio nel contesto attuale».

E il presidente della Cei, nonché arcivescovo di Bologna, non ha mancato di dare la sua visione di pastore sul tema: «Il vostro arcivescovo mi permette di fare innanzitutto due considerazioni generali – premette il porporato -. La prima che si sorprende a tutta la riflessione e vuole ricordare lo stretto legame che c’è tra il diritto e la pastorale. La “salus animarum” (la salvezza eterna delle anime) è il compito principale del Codice e quindi anche della sua applicazione. Cioè la Chiesa è Spirito, guai a credere di essere a posto se anche tutto il diritto è osservato. E credo neanche nell’ufficio del presidente (del Tribunale ecclesiastico diocesano), sul tavolo c’è la Bibbia. Poi ci sarà anche il Codice. Ma soprattutto c’è la Parola di Dio. La Chiesa, quindi, è Spirito e il diritto aiuta la forma della Chiesa e guardate, per certi versi ne rappresenta una garanzia. L’oggettivazione che può essere la garanzia dei carismi, dei doni, dei ruoli dei ministeri e che quindi è decisiva per il suo funzionamento, per la protezione dei soggetti, per non lasciarla all’arbitrio o ad una soggettività che risulterebbe pericolosa, perché effimera. Il diritto senza lo Spirito è lettera morta, ma anche lo Spirito ha bisogno del diritto per non esaurirsi in una dimensione esperienziale di poca durata. Il diritto ci ha aiuta a capire chi siamo, per esempio, che qual è il significato delle cose che noi scegliamo che ci troviamo a vivere. Che cos’è una comunità? Io ad esempio, fin da studente, ho fatto parte della Comunità di Sant’Egidio e che cos’è? Farne parte non vuol dire redigere lo statuto e quante volte facciamo del Vangelo uno statuto e nessuno ama il Vangelo perché è uno statuto, ma perché è una bellissima notizia. Quindi la Comunità, ad un certo punto, ha dovuto dire che cos’era e quindi è diventata un’associazione pubblica legale, con dei diritti di doveri. Ma il vero problema è la vita, non è la forma, ma la forma ci serve se è senza vita? No, è ipocrisia, un contenitore vuoto, ma se è piena di vita la aiuta ad essere se stessa. Ne è anche una certa garanzia, per esempio in riferimento ai cambiamenti».

La seconda considerazione che il cardinale Zuppi ha poi riguardato la capacità della Chiesa di affrontare i problemi, a partire dal tema degli abusi: «Hanno provocato tanta sofferenza e sono uno scandalo – stigmatizza -, come per una madre che viene tradita dai suoi stessi membri. Ecco, con tutte le difficoltà e i ritardi, desidero ringraziare quanti si occupano dei tribunali, dei centri di ascolto ed esortarli ad affrontare con tempestività e competenza questo problema e anche tutti quei problemi che limitano o che offendono la vita stessa della Chiesa. Per questo sono contento, perché siamo noi i primi interessati, responsabili a fare in modo che queste cose non avvengano e ad avere gli strumenti per accettarle, per limitarle per sconfiggerle, per dare giustizia alle vittime e a tutti quanti coloro credono nella Chiesa. Mi raccomando, noi non crediamo nella Chiesa perché è perfetta, a cominciare dal sottoscritto. Quindi la Chiesa, quando non ascolta e non mette più in pratica il Vangelo e non si fa condurre dallo Spirito, allora sì che smette di essere se stessa. La amiamo perché è piena dell’amore di Dio. Allora non è vero che non c’è giustizia e che la Chiesa non la desidera. Direi che anzi, al contrario, proprio perché è una madre, è proprio quello di cui ha bisogno per aiutare a difendere anzitutto le vittime e ad aiutare tutti i propri figli, è il nostro interesse. Quindi giustizia e non opacità, non complicità, ma anche giustizia e non giustizialismo, che ne è la caricatura in negativo, pericoloso quanto le commissioni e i ritardi».

L’Auditorium Giovanni Paolo II di Pescara gremito da autorità e fedeli

Da qui il tema della giornata: «Qualche volta – riflette il presidente della Cei – uno pensa che aprire delle cause di nullità sia rivivere un dolore, una sofferenza e quindi qualche volta dice “Lasciamo perdere”. È come andare a riaprire una ferita che qualche volta, in realtà, non si è mai rimarginata. Per questo è sempre qualcosa che dobbiamo affrontare con tanta attenzione, con tanta delicatezza. Perché  non è vero che poi uno si alza, cambia, fa, ricominciaAnche il più dissennato giovanotto, uso il maschile perché tendenzialmente noi maschietti siamo un po’ più “scemi” delle donne, e allora ci sono questi giovanotti che si inventano fasi di adolescenza a cinquant’anni che, a volte, sono anche un po’ penosi. Ecco, in tutto quanto questo voi troverete sempre un tribunale, ma sempre una madre con quell’accoglienza che fa sentire vicini, compresi. Quindi innanzitutto l’ascolto e poi un primo orientamento. I cosiddetti patroni stabili (avvocati in organico del tribunale) sono questi. C’è poi l’aspetto economico, che in alcuni casi era davvero impegnativo, e Papa Francesco ha cercato proprio il più possibile di evitare o di ridurre questo aspetto fino a farne proprio un servizio. Ed è importante la giustizia. È un grande aiuto, chiude le ferite. Mi colpisce come molte volte, al termine dell’itinerario della nullità, qualunque sia l’esito, c’è un grande sollievo perché c’è una comprensione più profonda. Io la paragonerei, in ambito civile, alla giustizia riparativa come itinerario. E la giustizia deve essere riparativa, penso io, perché altrimenti non serve, altrimenti è soltanto punitiva, no?! La giustizia deve essere per forza riparativa. L’esplicitazione di questo, l’accompagnamento per questo, all’inizio è anche faticoso. Perché indubbiamente riprendersi dalla delusione dei matrimoni è terribile. Anche per il più giocherellone, che cambia donna con la stessa facilità con cui cambia un pacchetto di sigarette, in realtà è sempre una grande ferita. Ci si ritrova ancora più sbandati, spesso anche con tanti problemi. Ho visitato la vostra mensa della Caritas, mi hanno detto che vengono stranieri, ma anche italiani e senza fissa dimora. C’è qualche anziano e tanti separati e qualcosa vorrà dire. È chiaro che è anche qualcosa dal punto di vista personale che ferisce. Invece proprio ricostruirsi, anche accettando e capendo il proprio fallimento e facendo di questo un itinerario che, se è accompagnato, trova comunque una grande forza riparativa. Per questo, a mio parere, il servizio del Tribunale, è davvero importante dal punto di vista anche pastorale. In questo itinerario ci sono tante persone, tantissime sofferenze anche dei figli, non c’è dubbio. Poi, a volte, c’è il problema con il termine “nullità” perché dal significato in italiano sembrerebbe come dire “cancellare”. Ma un figlio da un matrimonio non si cancella. Infatti la nullità riguarda il carattere sacramentale, che invece fa ritrovare quello che quello che invece conta, quello che può unire di più e soprattutto una comprensione più profonda, anche rispetto ai propri figli».

Fatta questa premessa, il cardinale Matteo Zuppi ha approfondito il tema dell’incontro: «Il titolo mi ha illuminato e mi è servito da guida – afferma -, assieme alla consapevolezza di parlare in un Tribunale. L’amore che ci deve interessare è quello che dà o vorrebbe dare vita alla famiglia e che chiede alla legge di essere protetto. Nel diritto dello Stato, non viene mai nominata la parola amore, anche se è quantomeno sul rispetto degli altri che si fondano sia la Costituzione che i codici, perché solo il rispetto degli altri, l’onore dell’altro, tutti i giorni nella vita, il rispetto dell’onore dell’altro, della sua essenza e dei suoi diritti, consente l’esistenza di una società umana. Ma la legge canonica è l’unica che assume la forma dell’amore. L’amore è fondante del messaggio cristiano. ll primo rapporto tra amore e legge lo chiarisce Cristo nel nuovo comandamento, “Vi do un comandamento nuovo, che vi amate gli uni gli altri, come io vi ho amato, così amatevi anche voi”. Gesù caratterizza l’amore l’uno per l’altro come il nuovo comandamento, che in realtà era già contenuto nel libro del Levitico “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. È nuovo perché con l’uomo nuovo, con l’uomo redento, questo comandamento trova un compimento e una possibilità di essere conservato e mantenuto. L’amore, allora, è l’adempimento della legge, pieno compimento della legge è l’amore. Compimento di tutta la legge, perché se si osserva questo comandamento, non ne occorrono altri. Quella frase di Sant’Agostino “Ama e fa ciò che vuoi”, noi in genere ci applichiamo soltanto sulla seconda parte della frase, ma se non c’è la prima non funziona la seconda. Fare “ciò che vuoi” non significa amare necessariamente, ma amare con tutto quello che comporta quello sì che ti fa fare davvero “ciò che vuoi”. Cioè ti fa trovare la tua vera volontà ed è sempre anche un grande sforzo».

Il tavolo dei relatori con l’arcivescovo Valentinetti, il cardinale Zuppi e don Buzzelli

Poi il porporato ha ricordato dell’esistenza di altri tipi di amore non contemplati dalla legge, che però contempla i loro effetti: «C’è l’amore malsano – ricorda il cardinale -, un non amore che genera ossessioni, a volte omicidi, e sfocia nel penale. E quante volte  sentiamo dire “Io ti ammazzo per amore”. È chiaro che c’è un cortocircuito, è terribile, perché così chiama amore altre cose, si chiama amore il possesso, che ovviamente è il contrario dell’amore. L’amore non è mai possedere, sempre donare. C’è l’amore malato, l’amore malsano, e quindi dovremmo fare un discorso pastorale su tutta l’induzione che c’è alla fluidità, per esempio. Questo sì che mi preoccupa, la liquidita. Qualche volta ci sono forme ossessive di andare a vedere i problemi. Dobbiamo liberarci da quelle cose che poi, qualche volta, non ci fanno vedere i problemi veri e ce li fanno cercare dappertutto dove non ci sono, finendo per fare il gioco del male, per cui i problemi sono altrove da dove li cerchiamo. Inoltre, un certo permissivismo, il “fa ciò che vuoi”non favorisce poi tanta sofferenza che uno vive? Perché poi qualche volta ci si ritrova dentro delle complicazioni personali, relazionali. Ieri (giovedì), sono stato ad un bellissimo convegno a Bologna sulla dipendenza, dove veniva fuori che una persona per fare “ciò che vuole” finisce per cadere nella spirale della droga, dell’azzardo, dell’alcol, della pornografia. Le dipendenze sono cresciute in maniera impressionante. Tra l’altro, emergeva che più c’è la pornografia e più diminuisce il desiderio sessuale. Si tratta di soddisfazioni surrogate che poi, alla fine, rendono insoddisfatti non inducendo a cercare quello che davvero fa star bene. Anche i ragazzi, infatti, consumano tutto, ma poi non sanno volersi bene».

Dopo l’amore malsano, il presidente dei vescovi italiani ha distinto l’amore passionale: «Che a volte – ammonisce Zuppi – fa disastri. È ben conosciuto. L’amore è anche passione, ma se è solo passione, poi si va a sbattere. È ben conosciuta nella letteratura d’amore, da Platone in poi, la “pazzia d’amore”. E oggi studi neurobiologici hanno dimostrato che quando si guarda la fotografia di qualcuno del quale si è innamorati, si attivano specifiche aree del cervello e, allo stesso tempo, si disattivano parti significative della corteccia cerebrale e fra le parti che vengono disattivate, ci sono quelle associate al giudizio. Così in un mondo che vive le passioni in modo superficiale, poco interiore, potremmo dire digitale, possiamo capire quanto è pericolosa una dimensione così facile, coinvolgente, ma poco profonda, poco interiore».

E ancora oggi esiste l’amore virtuale: «Che in verità – constata l’arcivescovo di Bologna – finisce per essere reale, perché incide sul reale e qualche volta si fa una grande confusione, non si distingue con grande chiarezza. Quanti siti o quante volte poi sembra tutta quanta una vita verosimile, ma in realtà poi è virtuale. Però l’ambito virtuale è sempre più raffinato, quindi si fa fatica a capirne per intero la virtualità. Alla fine ciò viene realizzato quando i dati si cancellano o quando non si ricevono le attenzioni sperate. Alla fine fare i conti con la realtà è inevitabile, ma in questi casi avviene tardi. Ma la persona che vive un amore anche solo sul computer, senza coinvolgimento fisico, però dedica ore, pensieri, passioni all’amato e questo amore muta i rapporti della vita reale. Ma quante storie improbabili, quanti occhioni che fanno sognare e poi al primo incontro crolla tutto e anche il principe azzurro non è più così azzurro».

Le autorità presenti. Da destra, tra gli altri, il sindaco di Pescara Carlo Masci, il prefetto Giancarlo Di Vincenzo e il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri

Infine c’è l’amore coniugale: «L’unico in grado di generare diritti e doveri – sottolinea il cardinale Matteo Zuppi -. L’amore e la legge si incontrano nel matrimonio e nel matrimonio l’amore trova tutela e la legge trova alimento e vita. È con il matrimonio che si costruisce la famiglia, fondamento della società. Qualche volta la forma della famiglia può cambiare, ma la società senza la famiglia davvero diventa come delle monadi che non si incontrano. La famiglia è la realtà sulla quale è fondata la nostra vita comune. Immaginate che cosa sarebbe stata la pandemia se non l’avesse detto la famiglia. In molti casi, le crisi economiche vengono affrontate grazie soltanto grazie alla famiglia. Già Cicerone considerava la famiglia “principium urbis”. Il matrimonio è un atto di indubbia rilevanza sociale. La persona diventa principio e termine della volontà. Il matrimonio, secondo la rivelazione cristiana, ha detto pochi giorni fa Papa Francesco alla Rota romana, “Non è una cerimonia, un evento sociale, né una formalità. Non è nemmeno un’ideale astratto”, e questo è molto importante, “non è un’ideale astratto, è una realtà con la sua precisa consistenza, non una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno”. Ho insistito sull’ideale astratto, cui peraltro Papa Francesco in maniera a volte scherzosa, a volte con quella sua capacità di toccare il cuore con una immagine con parole molto dirette, ha sempre detto “Nel matrimonio si litiga, ma si fa la pace”. Spesso la parola “permesso” non la diciamo neanche e non chiede più permesso ferisce, fa sentire non considerati, fa sentire inutile lo stare insieme, per fare soltanto un esempio. Quindi l’amore sente il bisogno dell’istituzione, della forma e amare comporta un esporsi alla fragilità dei sentimenti e, senza il sostegno di una regola, è consegnato all’insicurezza. Ora, nel linguaggio comune si dice che “il matrimonio è la tomba dell’amore”. Ma non è la tomba dell’amore, ne è la garanzia, ed è lì che dobbiamo capire l’amore coniugale. L’amore ha bisogno di quella regola, altrimenti è consegnato all’insicurezza. Quella regola permette nelle crisi, nelle difficoltà, nel perdersi, che è inevitabile in un amore non idealizzato, non astratto, direi anche non pornografico (un amore per cui poi alla fine uno non sa più voler bene, immaginando un amore che non esiste o pensando che quello è l’amore a cui devo tutto e il resto sembra poca cosa). Quindi è la stessa cosa del rapporto tra amore e verità. L’enciclica “Lumen fidei”, al numero 20-27, ci aiuta a capire anche questo discorso dell’amore coniugale? “L’amore – si legge – non si può ridurre dice a un sentimento che va e viene. Esso tocca sì la nostra affettività, ma per aprire alla persona amata e iniziare un cammino, che è uscire dalla chiusura del proprio io e andare verso l’altra persona per edificare un rapporto duraturo”. E per darci gli strumenti perché sia duraturo, l’amore vuole essere duraturo».

Questa, secondo Zuppi, è la vera aspirazione. Ovvero che il rapporto duriche non finisca: «Ma – denota il cardinale – basta vedere i corsi di preparazione al matrimonio per fidanzati, che ormai sono diventati tutti conviventi. “L’amore – si legge ancora nella Lumen fidei – mira all’unione con la persona amata e sempre da lui. Infine, si rivela in che senso l’amore ha bisogno della verità, quindi anche qualcosa di oggettivo. Solo quando è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero, invece, unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità, l’amore non può offrire vincolo solido, non riesce a portare l’io al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto. Ma se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore. Amore e verità non si possono separare. Se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore. Amore e verità non si possono separare. Senza amore, la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona. La verità che cerchiamo, quella che offre significato ai nostri passi, ci illumina quando siamo toccati dall’amore. Chi ama capisce che l’amore è esperienza di verità, che esso stesso apre i nostri occhi per vedere tutta la realtà in modo nuovo, in unione con la persona amata. In questo senso, san Gregorio Magno ha scritto che « amor ipse notitia est», l’amore stesso è una conoscenza, porta con sé una logica nuova.[20] Si tratta di un modo relazionale di guardare il mondo, che diventa conoscenza condivisa, visione nella visione dell’altro e visione comune su tutte le cose. Guglielmo di Saint Thierry, nel Medioevo, segue questa tradizione quando commenta un versetto del Cantico dei Cantici in cui l’amato dice all’amata: I tuoi occhi sono occhi di colomba (cfr Ct 1,15).[21] Questi due occhi, spiega Guglielmo, sono la ragione credente e l’amore, che diventano un solo occhio per giungere a contemplare Dio, quando l’intelletto si fa ‘intelletto di un amore illuminato’”. Quindi la verità ama una struttura che è l’istituzione, la quale non è garanzia di solidità, ma offre i vantaggi del controllo e della forma. Il termine istituzione viene dal latino “stare in piedi” ed è sicuramente più stabile degli inevitabili alti e bassi dei nostri sentimenti. Poi, con lo stesso ragionamento dell’amore e della verità, se noi abbiamo le Istituzioni, ma sono vuote, staranno anche in piedi, però sono morte. Scrive Lacroix “L’istituzione coniugale non ha di fronte alla passione una forza invincibile (siccome siamo sposati siamo a posto), ma consente di raggiungere tempi migliori. Lascia tempo per riflettere, per tornare a sé. Ritarda l’irrimediabile ed è già molto, perché l’irrimediabile ritardato ha qualche chance di essere vinto”. Lo trovo questo molto saggio e Papa Benedetto scherzava su Roma e sull’arte a Roma di soprassedere. Diceva che il soprassedere permette un discernimento più attento e, diceva, giustamente più rispettoso della persona. Perché ci sono certe vie brevi che, se sono legate alla compulsività, all’emotività, sono pericolose. E così, appunto, anche Lacroix sull’istituzione coniugale, che “permette di evitare l’irrimediabile, perché l’irrimediabile ricordato ha qualche chance di essere vinto”. Qualche volta, in una logica un po’ digitale, un po’ compulsiva, pigra, in fondo eh, qualche volta anche pigra. Perché soprassedere non deve significare infischiarsene, diciamo, non deve significare fregarsene, ma dovrebbe significare la temperanza. La tentazione è quella di dire, ma sembra più vero e, paradossalmente, il soprassedere sembra un po’ finto o la temperanza sembra una cosa troppo equilibrata. Non è troppo equilibrata, è il necessario equilibrio, altrimenti si diventa vittime delle proprie passioni. Per questo prima dicevo dell’amore passionale che non basta, perché se è soltanto quello dura poco. È molto pericoloso. Se l’adolescenza non diventa maturità, siamo messi male, non fa affrontare la verità. Nel film “Mission”, sulla comunità dei gesuiti in Guaranì, Padre Gabriel a Rodrigo (che ha deciso di combattere a fianco degli indios), dice “Se sei nel giusto, hai già la benedizione di Dio. Se sei nell’errore, la mia benedizione non servirà a niente. Se è la forza che determina il diritto, allora non c’è posto per l’amore in questo mondo”. È molto saggio. Il matrimonio si trova proprio nell’intersezione tra intimo e sociale, tra pubblico e privato. Anche i conviventi possono permettersi amore, fedeltà e continuità nel rapporto, ma solo diventando pubblica la parola data cambia statuto. È l’ingresso in una nuova forma di vita, il riconoscimento di una istituzione, di una forma di vita, che una società si dà per assicurarsi il permanere molto diverso dalla tomba. La parola dà forma ai nostri affetti, per loro natura divaganti, qualche volta un po’ anarchici. E nel tempo, nella storia della coppia, la memoria della parola data sarà un punto di riferimento, un punto fisso, a volte ritrovandosi con qualche ammaccatura, con parecchi lividi. Ma per questo, paradossalmente, ancora più bello. In occasione di sconvolgimenti, e non c’è vita di coppia che ne sia apriva, ci sarà differenza tra l’avere come punto di riferimento unicamente stati emotivi fluttuanti, oppure la memoria di un doppio sì esplicito e dichiarato davanti a testimoni. La parola data offre un punto d’appoggio, fa da riferimento. Secondo una bella espressione, “se custodiamo la parola data, la parola ci custodirà”. Il matrimonio è un atto di parola solenne, è un atto di libertà, e la parola impressa nella memoria di una comunità acquisisce una portata specifica. Addirittura prende forma scritta, attestata dai testimoni, gli sposi accettano di avere dei doveri uno verso l’altro. E l’amore promesso diventa amore dovuto e l’amore comandato può chiamarsi, come diceva Manzoni, santo».

Infine un riferimento al tema della prolusione: «Il titolo “Amore coniugale e comunità”. Credo che, qualche volta, un’eccessiva insistenza sull’amore coniugale isolato dalla comunità, ha fatto male all’amore coniugale. E nell’“Amoris laetitia”, Papa Francesco insiste che l’amore coniugale ha bisogno della comunità, sennò diventa un “io” allargato. E l'”io” ha bisogno del noi. L’amore coniugale è dunque strettamente connesso con le facoltà razionali, intelletto e volontà, coinvolte nella decisione di sposarsi. L’amore, quindi, non è un mero stato affettivo passivo, ma una funzione attiva che individua l’altro come un bene, lo sceglie come persona con cui condividere il progetto di vita comune. L’amore è dunque un impegno a vivere con l’altro e per l’altro. Occorre considerare il risvolto pratico dei beni dei coniugi, che non si esaurisce in una ordinazione astratta del connubio, ma esige dei coniugi atteggiamenti e comportamenti concreti e coerenti, funzionali alla sua realizzazione. E anche in questo la Comunità ci può aiutare molto, ci secca un po’, ma ci aiuta tantissimo. Se c’è un sacerdote, ma anche un amico che ci dice “Non devi trattare tua moglie così”. Oppure, “Vai a casa presto, porta i pasticcini, ricordati che oggi è il compleanno suo”, ci aiuta, ne abbiamo bisogno. Anche certe stranezze, certe complicazioni affettive, se trovano un po’ di comunità che ci relativizza un po’, ci fa molto bene. Evita anche tante stranezze, evita tante tante ossessioni, tante distorsioni. Il matrimonio non è un negozio astratto in cui si scambiano diritti e doveri teorici, ma consiste nell’unione reale di due persone reali, che si donano integralmente l’uno all’altra. Tale unione è dettata dalla forza aggregativa dell’amore coniugale, per la quale l’uomo e la donna vivono reciprocamente nella persona dei consorti il loro stesso bene e vogliono il bene dell’altro come se fosse il proprio. In questo modo, nell’essere insieme come coppia trovano la pienezza del bene di ciascuno. Questa valenza positiva dell’unione coniugale ha pure una funzione perfettiva. È sempre qualcosa che migliora, che gratifica chi la compone, in quanto bisognosa di continua alimentazione, di miglioramento, può risultare anche un obiettivo progressivo del cammino coniugale. L’essere coppia non è una condizione statica, sostanzialmente, ma un cantiere in perenne costruzione. Una realtà dinamica che matura che attualmente e che, ad ogni passo, consolida una comunità familiare feconda, che genera il reciproco arricchimento e la vita dei figli».

Tribunale ecclesiastico diocesano di Pescara-Penne: “Meno cause inoltrate nel 2022 a causa della crisi economica”

A margine della prolusione del cardinale Matteo Zuppi, il vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico metropolitano e di appello di Pescara-Penne don Maurizio Buzzelli, ha sciorinato i numeri che hanno caratterizzato l’attività dell’ente nell’ultimo anno. Infatti, all’inizio del 2022 erano 35 le cause pendenti, 33 trattate con procedura ordinaria e 2 con procedura breve. Sempre nello stesso anno sono state introdotte 30 nuove cause con procedura breve e 1 con procedura ordinaria. Partendo da questo presupposto, nell’ultimo anno sono state 66 le cause trattate, 34 delle quali decise e 2 archiviate. Le sentenze pubblicate, invece, sono state 39 di cui 7 del 2020, 29 del 2021 e 3 del 2022. Ma c’è un dato che spicca in particolare: «L’attività giudiziaria svolta nel 2022 – sottolinea don Buzzelli – dimostra un decremento delle richieste di riconoscimento della nullità del matrimonio celebrato. Infatti, a differenza delle 46 cause introdotte nel 2021, solo 30 ne sono state introdotte nel 2022. La riduzione delle richieste è senz’altro dovuta alla crisi economica che sta caratterizzando questi ultimi anni».

Don Maurizio Buzzelli, vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico diocesano

Gli altri capi, invece, riguardano l’esclusione degli elementi e delle proprietà essenziali del sacramento matrimoniale. A tal proposito, l’esclusione dell’indissolubilità è ricorsa 13 volte, con 12 pronunce affermative e 1 in cui il capo è decaduto; l’esclusione della prole è ricorsa 2 volte, entrambe con esito affermativo, mentre l’errore circa la qualità e l’incapacità per causa di natura psichica sono ricorsi entrambi 1 volta con esito affermativo: «I tribunali ecclesiastici con il loro operato – afferma don Maurizio Buzzelli -, insieme alla Pastorale familiare, possono dare un valido aiuto contributo per aiutare le giovani coppie a comprendere il valore specifico dell’unione coniugale, fondata sulla grazia di Cristo. Infatti, lì dove il fallimento della vita matrimoniale ha portato alla divisione della coppia il tribunale, attraverso la ricerca delle motivazioni, spesso raggiunge l’obiettivo di far emergere la verità sull’unione matrimoniale fallita. Nell’esperienza acquisita nel trattare le cause di nullità, si evidenzia che la crisi e di conseguenza la separazione della coppia, affonda le radici nelle errata concezione del sacramento del matrimonio. A conferma di quanto detto, l’Evangelii gaudium di Papa Francesco, al numero 66, così afferma “Il matrimonio secondo la rivelazione cristiana, non è una cerimonia o un evento sociale, non è una formalità, non è nemmeno un’ideale astratto, è una realtà con la sua precisa consistenza, con una non una vera gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno”. La Chiesa, attraverso la pastorale e i tribunali, si assume la responsabilità di portare alla consapevolezza e alla responsabilità delle coppie sia quelle che sono per la prima volta di fronte al matrimonio, sia quelle che già vivono in qualche modo la vita coniugale, affinché la Divina Parola e la grazia sacramentale possano consolidare i propositi e le buone aspirazioni dei nubendi-coniugi di fatto, che di fatto intendono consacrare la loro unione».

Infatti, tra le sentenze pubblicate 15 si riferiscono a cause introdotte attraverso la concessione del patrocinio gratuito, dopo che le reali condizioni economiche dei richiedenti sono state accertate verificando la documentazione fiscale come previsto dalle normative della Cei. Fa riflettere il motivo che, statisticamente, ricorre più degli altri alla base della deliberazione della nullità matrimoniale. Infatti, il grave difetto di discrezione di giudizio è ricorso per 20 volte di cui 19 sono state le pronunce affermative e 1 quella negativa: «A fondamento di tale motivo di nullità – precisa il vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico diocesano – sussistono la mancanza di maturità umana e psicologica, la carenza di libertà nella scelta – riconducibile a dinamiche interiori o a condizionamenti esterni – e, in ultimo, la presenza di intenzioni non congruenti con aspetti essenziali della dottrina della Chiesa sul matrimonio».

Infine la conclusione del vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico metropolitano e di appello di Pescara-Penne: «La Chiesa – conclude il presbitero -, in modo specifico attraverso il tribunale ecclesiastico, va incontro a quelle persone che sono state segnate dal dolore per il fallimento del loro matrimonio, che costituisce per tanti di loro una periferia esistenziale. Il Santo Padre Francesco ha definito la Chiesa, in questo contesto storico, simile ad un “ospedale da campo”, viste le fragilità e le ferite della nostra società. Sicuramente il tribunale ecclesiastico in questa visione, è una “sala operatoria” dove si curano ferite profonde e si cerca di risanare le fragilità. Ritengo, in virtù dell’esperienza maturata in 25 anni, che gli operatori del tribunale debbano essere coinvolti nella pastorale in genere e, in special modo, in quella familiare. È necessario che i tribunali escano dall’ombra dell’attività della Chiesa locale, così da dare un valido contributo di giustizia e carità alla comunità ecclesiale. È in questa prospettiva che il nostro tribunale intende operare. Credo che questa sia la volontà del nostro arcivescovo monsignor Tommaso Valentinetti, il quale ha voluto e istituito il Tribunale ecclesiastico metropolitano di Pescara-Penne».

About Davide De Amicis (4423 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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