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Don Raffaele prete da 60 anni: “Io come l’asino che portò Gesù a Gerusalemme”

"Ai giovani sacerdoti - esorta don Raffaele - dico che non bisogna mai gettare la spugna davanti alle difficoltà. Anche se non si possono risolverle completamente, bisogna viverle come le ha vissuto Nostro Signore che si è fatto uomo come noi"

Lo ha affermato don Raffaele Di Giacinto, vicario parrocchiale e foraneo di Cermignano, ripercorrendo i suoi 60 anni di sacerdozio celebrati oggi

Don Raffaele Di Giacinto, 88 anni, vicario parrocchiale e foraneo di Cermignano

Don Raffaele di Giacinto, vicario parrocchiale di San Silvestro e San Giovanni a Cermignano (nel versante teramano della Chiesa di Pescara-Penne) dov’è anche vicario foraneo, a pochi chilometri da Bisenti dov’è nato 88 anni fa, è un sacerdote conosciuto e apprezzato da tutti. Proprio oggi, giovedì 26 marzo 2026, celebra il suo sessantesimo anniversario di ordinazione sacerdotalecon una santa messa che presedierà alle 19.30 nella chiesa di Sant’Eustacchio a Cermignano, alla presenza dell’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti e del vicario generale don Amadeo Josè Rossi mentre domani celebrerà anche il sessantesimo anniversario di celebrazione della prima messa. Un longevo ministero sacerdotale sicuramente non comune, vissuto dapprima come frate cappuccino missionario in Colombia (dal 1969 al 1971) e poi come sacerdote diocesano in Canada (dal 1971 al 1986) e nell’Arcidiocesi di Pescara-Penne (dal 1986 ai giorni nostri), che don Raffaele ha voluto ripercorrere davanti al microfono di Radio Speranza InBlu e ai taccuini de La Porzione.it.

Don Raffaele, innanzitutto cosa vuol dire celebrare sessant’anni di ordinazione sacerdotale: un traguardo che non è per tutti…

«Appena lasciai le parrocchie 10 anni fa, ritirandomi a Cermignano, pensai “E adesso cosa faccio?” cominciando a riflettere sulla mia vita sacerdotale, ma anche sulla vita in famiglia con i genitori. I miei furono coraggiosi e determinati anche nella formazione, applicando una certa disciplina di cui io sono molto contento. La storia della nostra famiglia è stata un po’ travagliata a causa della guerra, con mio padre che è andato a combattere nel 1939, lasciando mia madre con noi tre piccoli per 5-6 anni. Durante la fanciullezza, notai le cose che la mamma faceva. Io l’accompagnavo, mano nella mano, a fare la spesa e poi tornavamo a casa con il borsone. Lei entrava a casa, c’era un crocifisso e si faceva il segno della croce. Questo mi rimase impresso. Poi sempre quando ero piccolo, la sera ci riunivamo intorno al focolare a recitare il rosario. Però mia madre non ce lo impose mai. No, ci diede solamente l’esempio. Io, all’epoca, non avevo neanche 10 anni e ciò mi è rimase impresso. Non è che i miei genitori siano stati così eccezionali. Fummo una delle famiglie ordinarie di campagna e avvenivano queste cose. Così, riflettendo su questo, capii che i figli ripetono quello che fanno i genitori. Questo è importante».

È nata dunque così dunque questa vocazione così longeva, lunga 60 anni?

«La vocazione andando in chiesa, dove mia madre ci portava a piedi, e c’erano dei momenti liturgici come le Quarant’ore oppure dei missionari che venivano a predicare a Bisenti. Io ho sempre prestato un po’ d’attenzione a queste cose e, piccolo com’ero, mi passava per la mente la domanda “Chissà se questo posso farlo anch’io?” Ho maturato questa idea in un desiderio e anche frequentando la scuola elementare, la maestra in un compito ci assegnò il tema “Cosa vuoi fare da grande?” e io scrissi “voglio essere un sacerdote”. Ma non è che ci credevano tanto, però – a poco a poco – ciò è venuto a maturare. E poi, nel ’51, con mio padre – che condivise il mio desiderio, andammo al Santuario di San Gabriele, ma il collegio era pieno e così tornammo a piedi a casa, a Bisenti. Poi ricorremmo al parroco, don Gustavo Montanari, che ci  indicò i Frati Cappuccini a Penne dai quali andai e faci l’esame di ammissione davanti a tre frati. Entrai in Seminario il 12 novembre 1951. Da lì è partito tutto. Pian piano mi sono poi appassionato alla vita del convento. Non è che sia stato una cima di intelligenza, ero nella media, mai sacerdoti mi hanno sempre incoraggiato e compreso. L’ordinazione sacerdotale avvenne poi il 26 marzo 1966, a L’Aquila, nelle mani di Monsignor Costantino Stella, un vescovo veneto. E poi la prima messa, celebrata sempre a L’Aquila nel convento delle suore con i miei genitori, mia madre pregava tanto. La domenica successiva, il 3 aprile 1966, era la Domenica delle Palme con tanta gente all’inizio del paese. In quella ricorrenza, mi venne in mente l’asinello con cui Gesù entrò a Gerusalemme. Allora dissi io “Dov’è l’asinello?” E uno della folla disse alzò la mano e disse “L’asinello sei tu, non ti ricordi?” E lo sì, mi ricordavo che alle scuole elementari il maestro aveva disposto un banco all’angolo per quelli che erano meno adempienti nel proprio dovere. E io fui uno di quelli che sono stato e ciò mi rimase impresso. Allora, ripensando all’asinello, ho pensato che Gesù – cavalcando l’asinello – ha chiamato anche a me per portarlo tra la gente esattamente come quell’animale».

Lei è nato a Bisenti e attualmente è un sacerdote dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne, attualmente vicario parrocchiale dell’unità pastorale di Cermignano, dov’è anche vicario foraneo. Ma la sua esperienza di sacerdote diocesano, è stata anticipata da un lungo periodo vissuto da missionario all’estero?

«L’ordine dei Cappuccini aveva in affidamento una missione in Colombia nel dipartimento della Guajira, la cui capitale era Riohacha. Quando venni ordinato nel ‘66 mi venne il desiderio di andare in missione e mi mandarono proprio lì dal ’69 al ‘71. In Colombia c’era un mondo diverso. Era tutto molto limitato nelle cose, nelle famiglie. Il primo anno fui incaricato come responsabile di un collegio dedicato agli indigeni. Tra loro c’erano persone che a vent’anni dovevano ancora frequentare la prima elementare. Quindi accoglievamo questa gente per educarli, insegnando loro anche a coltivare un ortaggio. Questo era parte dell’insegnamento, oltre alle materie scolastiche, perché erano molto limitati da questo punto di vista. Poi mi spostai due anni a Uribia, dove insegnai religione in un collegio femminile. Fui anche responsabile di una parrocchia, con la quale – periodicamente – andavamo a visitare le periferie lontane, dove le case erano fatte di case di paglia, di legno, erano dei piccoli villaggi. Andavo con una suora, una catechista e un interprete, perché loro parlavano un’altra lingua. Passammo con loro cinque giorni lì 5 giorni, senza fare grosse omelie. Mi sedevo con loro a parlere di Dio. La domenica dicemmo la messa e mentre tornavamo alla nostra jeep, il capovillaggio si avvicinò e ci disse “Padre, torna ancora a parlarci”. Questo episodio mi colpì, perché loro nella semplicità svilupparono quel senso di divino che c’è in tutti gli esseri umani. Questa esperienza mi ha dato molto di più di quello che ho dato io. Con questi incontri così semplici, percepirono che c’è Qualcuno gli voleva bene».

Dopo questi tre anni lasciò la Colombia, ma anche i Frati Cappuccini, per incardinarsi come sacerdote diocesano in Nord America?

«Nel 1971 chiesi ai superiori di poter visitare i miei genitori che stavano in Canada, a Thunder Bay nello stato dell’Ontario (a 1.500 chilometri da Toronto) insieme ai miei due fratelli. Così andai lì con il biglietto di andata e ritorno e dopo un mese di permanenza stavo per ripartire. A quel punto, i miei fratelli e i miei genitori mi chiamarono dicendo “Ma dove vai? Non siamo stati mai insieme tutti e cinque”. Questo perché mio padre andò in guerra, mio fratello maggiore se ne andò in Svizzera, poi tornò mio padre che andò in Venezuela a lavorare per comprare una casetta un po’ più adeguata. Così mi venne uno scrupolo di coscienza, andai dal vescovo locale – già sapevo un po’ l’inglese – chiedendogli se mi poteva ospitare come sacerdote nella diocesi. Gli dissi che ero cappuccino, mai confratelli più vicini si trovavano presso Toronto, a 1.500 chilometri. Ma il vescovo mi disse: “Non ti preoccupare, tu nel cuore puoi essere sempre cappuccino, non te lo toglie nessuno”. Questo mi incoraggiò a rimanere lì e così cominciò una nuova vita facendo il parroco in varie parrocchie, in una delle quali restai fino a cinque anni. Poi passai in Cattedrale come vice parroco, quindi in un altro paese lontano dalla città per tre anni come parroco. Quindi tornai in città, dove si stava formando una nuova parrocchia nella periferia della città, dove c’erano italiani e inglesi. Doveva essere una parrocchia bilingue. Stetti molto bene, restando in Canada dal 1971 al 1986».

Come avvenne il ritorno in Italia?

«Accadde perché dapprima mio padre tornò in Italia e, poco a poco, si riabituò facendo delle amicizie e quindi richiamò anche mamma. A lei piaceva molto stare in Canada con i nipoti tutti piccoli, ma tornò anche lei. Allora io poi, per 10 anni, annualmente tornai in Italia per vedere come stavano e che intenzioni avessero, perché volevano tornare nuovamente in Canada. Ma alla fine si fecero anziani e nel 1986 tornai definitivamente per assisterli nella loro vecchiaia. Ci sono delle famiglie che mi aiutarono e una di queste assisterà anche me negli anni a venire a Cermignano».

Dunque, dal 1986 ad oggi, è stato per 40 anni sacerdote dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne e lo sarà ancora a lungo. Com’è stata questa esperienza pescarese?

«All’inizio, quando tornai dal Canada, avevo un po’ di esitazione perché ero giovane. Però mi affidai alla Provvidenza e all’esperienza giornaliera, senza pretendere di sapere di tutto, e piano piano mi adeguai. Allora c’era il vescovo Iannucci e, per i primi due anni, mi inviò a Castiglione Messer Raimondo. Dopodiché il vescovo voleva spostarmi a Montebello di Bertona, ma io gli dissi che ero tornato dal Canada per stare vicino ai miei genitori. Così, dopo pochi giorni, mi richiamò per inviarmi a Cermignano che per me fu perfetto, trovandomi a 10 chilometri da Bisenti fui libero di andare dai miei genitori o tenerli con me. Lì rimasi parroco per 17 anni. In questo periodo feci una nuova capatina in Canada, dov’ero incardinato e il vescovo mi aveva già preparato la parrocchia lì. Io ci andai, ma capii che non ero il caso di riprendere perché non trovai il mondo che lasciai anni prima. Poi feci il parroco un anno a Villa Celiera e per altri 10 anni a Bisenti».

E infine il ritorno a Cermignano, dieci anni fa?

Esatto, tornai lì come vice parroco e vicario foraneo. Incarichi che svolto tutt’ora. Tra noi sacerdoti siamo tutti d’accordo. Ci riuniamo ogni mese, condividendo le nostre pratiche pastorali e imparando un po’ l’uno dall’altro. C’è sempre da imparare dagli altri. E poi ci aiutiamo tra parrocchie, in occasione delle feste. Una volta mi trovai in una parrocchia, probabilmente a Cellino Attanasio, dove c’era la festa e c’erano tre o quattro sacerdoti. Passando tra i banchi una signora disse: “Che bello vedere i sacerdoti insieme”. Questa è una è grande affermazione. È importante che la gente veda che i sacerdoti stanno insieme e si aiutano. Noi questo lo facciamo spesso nella nostra forania, quando è possibile, concelebrando insieme».

Qual è l’insegnamento più grande, la lezione più grande che ha imparato in questi sessant’anni di sacerdozio?

Soprattutto gli indigeni incontrati in missione, mi hanno insegnato il rapporto con il divino. Non è che dovetti insegnarglielo io, già ce l’avevano. È questo che ho percepii da loro, quando espressero il desiderio di rivederci quando li visitavamo con la suora, due catechisti e l’interprete. Era bello fare famiglia con loro».

Dopo monsignor Iannucci hai collaborato con l’arcivescovo Cuccarese e poi con l’attuale arcivescovo Valentinetti. Come si è trovato con loro?

«Mi sono trovato bene. Hanno caratteristiche diverse, così ho potuto imparare da entrambi. Io ci sono stato bene e sono contento di me stesso, perché ho sempre avvertito una richiesta che i vescovi fanno a me e a tutti… “Don Raffaele, ho bisogno di te in questa parrocchia”. Tutti i vescovi ho notato che sono sempre delicati nel chiedere il trasferimento. Io, grazie a Dio, non ho avuto mai difficoltà».

Cosa vorrebbe dire ai sacerdoti attuali? Qual è il suo messaggio? Lei che ha 60 anni di esperienza nel sacerdozio, quale consiglio darebbe a un giovane sacerdote?

«Parto dalle mie esperienze e dico loro di non scoraggiarsi mai, quando incontrano delle divergenze di carattere o di opinione. Magari, all’inizio, siamo belli e bravi a inserirci con delle belle omelie e cose di questo tempo, ma poi le cose si equilibrano, l’atmosfera cambia e magari si avvertono delle difficoltà. Ma non bisogna mai gettare la spugna davanti alle difficoltà. Anche se non si possono risolverle completamente, bisogna viverle come le ha vissuto Nostro Signore che si è fatto uomo come noi. Gesù non ha chiesto di fare a meno delle difficoltà, ma le ha affrontate come uomo, come ognuno di noi. Quindi dobbiamo imparare a non scoraggiarci, a non pretendere, a non avere fretta di eliminarle, ma di vivere la difficoltà come ha fatto il Signore facendosi uomo. Io, quando mi sono accorto che a volte facevo degli sbagli, ho cercato di confrontarmi me stesso e poi con la gente così da crescere. Perché se io me ne vado, scappo, vado da un’altra parte, faccio la stessa cosa. Allora, bisogna rimanere dove si è, camminando senza scoraggiarsi, finché il vescovo non decide il trasferimento. Nel frattempo, bisogna saper vivere le difficoltà, i problemi, i contrasti, condividendoli con le persone, con la parrocchia, perché no?! Cresciamo insieme. Quindi io con la parrocchia, riconoscendo le mie fragilità, anche i miei sbagli, sono cresciuto e questo l’ho apprezzato molto».

Come celebrerà i suoi 60 anni di ordinazione sacerdotale?

«Sarebbe stato opportuno celebrare la santa messa a Bisenti, essendo nativo di lì, ma non è possibile perché la chiesa è chiusa per lavori di ristrutturazione. Quindi terremo la messa nella chiesa di Sant’Eustacchio a Cermignano. Mi piacerebbe raccontare quell’esperienza della Domenica delle Palme, dove mi dissero “Tu sei l’asinello”».

Infine, qual è l’auspicio per vivere i prossimi al meglio i prossimi 60 anni di sacerdozio?

«Spero di viverne più di 60 anni (ride) e di viverli così, con tranquillità e serenità. Fino adesso il Signore mi ha aiutato tanto e mi aiuterà ancora. Ho dei programmi per l’assistenza, quando cambieranno un po’ i miei ritmi. Spero di farcela. Per il momento ho la mia casa e mi piacerebbe restarvi finché potrò essere disponibile per le parrocchie, ma anche dopo avendo l’assistenza adeguata. Però mi ci devo preparare. Fino adesso sono a Cermignano, dove una famiglia mi ospita offrendomi un pasto al giorno e aiutandomi con le pulizie. Di mattina e di sera sono autonomo e spero di continuare così, con questo desiderio e con questo entusiasmo».

About Davide De Amicis (4815 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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