“Il mondo è multiculturale. Chi lo nega danneggia sé stesso e chi gli crede”
"Il ringraziamento sostanziale - sottolinea il sindaco Masci - va innanzitutto alla Caritas e poi si estende a tutte le associazioni. A tutte le persone che ci mettono cuore, ci mettono passione, ci mettono sentimento per aiutare gli altri, per aiutare coloro che chiedono una mano tesa, coloro che hanno bisogno, perché nella vita ciascuno di noi può avere bisogno"
Corrado De Dominicis, direttore della Caritas diocesana di Pescara-Penne
Tra tornei di beach volley, laboratori interculturali e momenti di riflessione lo scorso venerdì 12 giugno, in vista della Giornata mondiale del rifugiato 2026 del prossimo 20 giugno, è stato un bel momento di incontro e conoscenza “Free waves”: l’evento organizzato dalla Caritas diocesana di Pescara-Penne, in collaborazione con Arci Pescara che gestisce la “Spiaggia libera tutti” in viale Primo Vere a Pescara sede della kermesse, che ha visto anche la partecipazione degli accolti dei Centri ordinari Sai (Sistema accoglienza integrazione) e Msna (minori stranieri non accompagnati) del Comune di Pescara, entrambi gestiti dalla Caritas. Prima del grande aperitivo etnico, preparato dagli stessi accolti sotto la supervisione dello chef Gianluca Cipollone, e dello spettacolo finale di danze, canti e musiche dall’Africa occidentale a cura dell’Associazione Culturale Baobab, è stata particolarmente interessante la presentazione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti di Unimondo.

La pubblicazione, che si rinnova annualmente dal 2008, fa innanzitutto la distinzione tra guerre e conflitti: «Il nostro lavoro – spiega Raffaele Crocco, direttore responsabile della pubblicazione – nasce da un’idea molto semplice, cioè cercare di mettere insieme le ragioni per cui ci sono le guerre nel mondo. Avete un’idea, più o meno, di quante guerre ci siano nel mondo? Per come le valutiamo noi sono 32 le guerre e 22 le situazioni di crisi, per un totale di 54. La cosa su cui però vorrei riflettere è il fatto che ci sono 54 zone del mondo in cui o c’è una guerra o c’è un conflitto. Guerra o conflitto? Nell’informazione c’è questo vizio, utilizzando il termine conflitto come sinonimo di guerra. Ma il conflitto non è la guerra. Questa differenza è essenziale, perché se noi paragoniamo il conflitto alla guerra, evitiamo di porci la domanda di come possiamo fare ad evitare che il conflitto si trasformi in guerra, cioè annulliamo le possibilità di risoluzione del conflitto, dato che già lo facciamo diventare una guerra. La guerra è un effetto, non è una causa. La guerra arriva là dove io non ho risolto i conflitti. Quindi, prima cosa, impariamo a non usarlo come sinonimo. Usiamo la parola guerra quando va usata e usiamo la parola conflitto quando va usata. E se 54 zone del mondo sono in crisi perché hanno una guerra o un conflitto, vuol dire in questo momento che metà della popolazione mondiale è coinvolta in una guerra».

Ma oggi, a differenza del passato, le guerre non hanno come protagonisti generali, capi di Stato e militari, ma i civili: «I protagonisti, purtroppo, nostro malgrado, siamo noi – constata Crocco -. Siamo noi che la guerra la subiamo, siamo noi che dobbiamo fuggire dalle guerre. Nel mondo ci sono 140 milioni di profughi, un numero spaventoso, costretti a scappare per salvare la pelle, scappare lontano, scappare vicino, ma scappare comunque. Le migliaia di morti. Le agenzie dicono che l’anno scorso i morti per violenza esplosiva, cioè per bombe nel mondo, sono stati più o meno 200 mila ovvero due volte la popolazione di Pescara. Sono cifre spaventose. Questo vuol dire che oggi le guerre, appunto, si combattono sul filo di un’altra strategia che non è più l’annientamento dell’esercito avversario, ma è l’annientamento della volontà dell’avversario, dell’identità, cioè dei civili con bombe, droni, missili. E questi sono una parte del terrore creato a partire dagli anni ‘20 del secolo scorso nelle guerre. Oggi siamo arrivati al paradosso: 90 morti su 100 in guerra sono civili. Quindi, paradossalmente, è molto più al sicuro un soldato col fucile in mano che un civile a casa propria».
Da qui l’elaborazione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti: «Per capire perché c’è una cosa idiota come la guerra, perché la guerra è idiota. Nessuno di noi guadagna dalla guerra, nessuno di noi ci guadagna. La guerra è da sempre una cosa idiota, cioè una cosa che distrugge vite, cose, oggetti, economie, speranze, sogni, progetti, distrugge tutto. Eppure noi continuiamo a dire: “Ok, c’è la guerra ed è inevitabile”. Il problema è capire come possiamo rovesciare questo racconto. La guerra è sempre evitabile. Noi oggi ne abbiamo le prove, proprio sappiamo che se interveniamo, ad esempio, sui diritti umani e li garantiamo, togliamo molte delle ragioni per cui gli esseri umani vanno a combattere».

Nel finale dell’iniziativa sono intervenute anche le autorità civili, a partire dal sindaco di Pescara Carlo Masci: «È stato detto – afferma il primo cittadino – che il Comune finanzia queste iniziative importantissime per la nostra città. Ma quello che conta non è soltanto il finanziamento, quello che conta è chi poi effettivamente sul territorio svolge un’attività a favore di coloro che hanno bisogno. E quindi il ringraziamento sostanziale innanzitutto alla Caritas, qui rappresentata dal direttore Corrado De Dominicis, che poi si estende a tutte le associazioni. A tutte le persone che ci mettono cuore, ci mettono passione, ci mettono sentimento per aiutare gli altri, per aiutare coloro che chiedono una mano tesa, coloro che hanno bisogno, perché nella vita ciascuno di noi può avere bisogno. E se trova una persona a fianco nel momento del bisogno che gli tende la mano, questa persona capisce che c’è la possibilità sempre di riemergere dalle difficoltà. C’è sempre una speranza di vita e io sono qua anche per raccontare la mia esperienza di figlio di un emigrante. Mio padre è stato quarant’anni in Venezuela per poter dare un futuro alla sua famiglia. Quando l’Italia, dopo la guerra, aveva mille problemi, è partito, è andato in Venezuela e lì ha creato le condizioni affinché la sua famiglia potesse vivere bene in Italia. E ovviamente io ringrazio sempre quel genitore che amo, che non c’è più da tanto tempo. Che mi permette oggi di fare il sindaco della mia città, perché da quei sacrifici poi sono partiti dei percorsi che mi hanno portato qui oggi a parlare con voi. Prima si parlava di guerre e allora vorrei fare un richiamo a Martin Luther King. Credo che questo richiamo sia importante anche per quello che stiamo facendo oggi. Lui diceva che “non aveva paura della cattiveria dei malvagi, ma dell’indifferenza dei buoni”. E qui non c’è indifferenza, qui c’è molta attenzione e tutti dovrebbero essere così, perché da un piccolo impegno partono le grandi cose e dall’indifferenza succedono i grandi problemi. Quindi questo lo dobbiamo dire anche ai nostri giovani, ai nostri ragazzi, nelle nostre scuole, perché è da lì che dobbiamo partire per arrivare anche ai genitori».

A seguire è intervenuto l’assessore alle Politiche sociali Adelchi Sulpizio: «Ci dobbiamo avvicinare alla Giornata mondiale del rifugiato – sottolinea l’assessore – con la consapevolezza, tutti quanti insieme, che tanto è stato fatto, ma ancora più tante cose dovremmo farle tutti quanti insieme. Benvengano queste iniziative per ricordare anche alla cittadinanza quanto sia importante dare il supporto a queste persone che arrivano da un Paese straniero, avendo una lingua diversa, una cultura diversa, dobbiamo dare in questo senso tutti quanti insieme una mano. E sono convinto che anche in futuro, anche con il supporto della Caritas, potremmo fare ancora tante altre cose. Complimenti al direttore Corrado De Dominicis per questa iniziativa, perché è importante far comprendere alla cittadinanza quello che noi facciamo e che dobbiamo ancora fare in questi anni».
Le conclusioni sono spettate proprio al direttore della Caritas diocesana di Pescara-Penne: «I complimenti li giro all’equipe dei centri Sai e Msna – riconosce Corrado De Dominicis -, perché questo evento è tutto frutto della loro inventiva, della loro passione, della loro voglia di far conoscere tutto quello che si fa nell’ottica di quanto appena affermato dal sindaco Masci e dall’assessore Sulpizio. Io ringrazio l’amministrazione comunale, perché è dal 2009 – quindi diciamo ne è passata di acqua sotto i ponti – che la Fondazione Caritas gestisce il Sai ordinario e ormai ci avviciniamo al secondo anno di gestione del Sai minori stranieri non accompagnati. Noi abbiamo voluto dare un segno, cercando di dire quello che si può fare. E credo che un evento come quello di oggi lo racconti, perché per creare intercultura c’è bisogno prima di tutto di cultura. Senza di essa è difficile fare intercultura. Fare cultura significa conoscerci, accorciare le distanze, soprattutto in un tempo in cui siamo sempre più distanti gli uni dagli altri e, a volte, i dispositivi ci creano ancora più distanza. E oggi l’abbiamo fatto con lo sport, con l’informazione, con i libri, l’abbiamo fatto con la cucina. Tutti strumenti, tutti veicoli di cultura, cultura di altri popoli, di altri mondi, ma che raccontano l’universalità dell’umanità, perché alla fine siamo tutti fratelli e in questa fraternità ci riconosciamo come esseri umani e possiamo costruire veramente un bene comune condiviso. Anche perché il mondo è già multiculturale, è già presente questa realtà. Chi la nega, purtroppo, fa un danno a sé stesso e a chi gli crede».

Inoltre, il direttore della Caritas diocesana ha commentato anche l’approvazione, da parte dell’Unione europea, del Patto per la migrazione e l’asilo avvenuta proprio lo scorso venerdì: «Ci sono dei punti di luce, ma ci sono anche dei punti oscuri in questo patto – osserva De Domincis -. Speriamo che i governi possano, nell’applicare queste nuove direttive, ricordarsi un po’ dell’umanità che forse un po’ si è persa. Iniziamo a pensare sempre a fare strutture fuori dai nostri confini, alla difesa dei nostri confini. Continuiamo a parlare di confini come di qualcosa che crea distanza. In realtà, il confine è semplicemente una linea di prossimità, di vicinanza. Speriamo che venga intesa più in questo modo il confine, come d’altronde in Europa si è riuscito a fare, anche se adesso si vuole tornare indietro. Ma speriamo che questo possa accadere per tutto il mondo».
Infine il direttore della Caritas diocesana ha invitato a sostenere una preziosa campagna: «Vi chiedo una firma digitale – conclude il direttore della Caritas diocesana -. C’è una campagna mondiale, “Good food 4 all”, per avere cibo buono, di qualità, che deve essere per tutti. A volte passa l’idea per cui per le persone più fragili,per i più poveri, basti lo scarto della grande distribuzione,quello che avanza. Noi, come Caritas, sposiamo questa campagna per cui il cibo è un diritto di tutti ed è un diritto ad avere un cibo buono, un cibo dignitoso, un cibo di qualità,un cibo che nutre, oltre a quello di scarto.Firmando questa petizione, verrà avviata la richiesta di un confronto con la Commissione europea, perché venga elaborata una direttiva europea che poi potrà essere recepita dagli Stati membri, per garantire cibo dignitoso a tutte le persone».




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