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La necessaria “umanizzazione” dei cristiani

In dialogo con Enzo Bianchi, accolto a Pescara come profeta della “grammatica umana”

Banchi pieni, navate stracolme, confessionali occupati da giovani ascoltatori muniti di taccuino. Così Pescara ha accolto, ieri, nella chiesa dello Spirito Santo del centro cittadino, fratel Enzo Bianchi, il priore del monastero di Bose. Non è il primo anno che il piccolo e tenace monaco raggiunge la città adriatica, ma, evidentemente, l’esigenza di “umanizzazione” tocca ancora il cuore dei fedeli e i loro bisogni primari.

«Bisogna rendersi conto – ha esordito il carismatico priore – che la crisi è di fede e fiducia a livello di società prima che di una crisi di fede e fiducia in Dio. Gli uomini devono ripigliare ad aver fiducia nella terra, nel futuro, nella società, tra di loro. Perché se non c’è fiducia nell’uomo che si vede, come si può aver fiducia nel Dio che non si vede?».

La “grammatica umana” è essenziale anche per attraversare la più tacita, ma evidente crisi della e nella Chiesa. «I cristiani che sono nella Chiesa – ha continuato Bianchi – sono in questo mondo, sono in questa società e quando appare una crisi come quella attuale che è una crisi globale, non solo economica, ma culturale, morale, etica dei valori, anche nella Chiesa se ne sentono le conseguenze. Siamo in un momento di trapasso, per la società e per la Chiesa, in un momento in cui abbiamo lasciato dei lidi e siamo a metà del guado del fiume e non sappiamo bene dall’altra parte quale sarà la forma anche della nostra vita cristiana. Tuttavia in questo orizzonte il cristiano ha la fede, quella bussola per il millennio che Giovanni Paolo II indicava nel Concilio Vaticano II. Si tratta per noi di saper rinnovare quella eredità attraverso uno spirito di profezia che guardi in avanti, con simpatia, agli uomini e alla società di oggi e di saper tramette la notizia del Vangelo anche in una realtà secolarizzata».

Avvicinato prima della relazione, fratel Enzo ha analizzato anche l’anelito conservatore di alcuni fedeli. «Ci sono stati qua e là dei nostalgici che fanno passare la messa prima della riforma come una identità culturale. Questo non è bene né per la messa, né per la liturgia e non è secondo le intenzioni del Papa che voleva dare maggiore unità alla Chiesa e richiamare alla comunione quelli che ne erano usciti».

Nonostante la riapertura di armadi impolverati di sagrestie, non c’è “preoccupazione”. Poche sono le celebrazioni “preconciliari”. I problemi sono assolutamente altri. «È sotto gli occhi di tutti – ha analizzato fiducioso Bianchi – che c’è un calo non solo nella pratica, ma nell’interesse verso il cristianesimo. L’indifferenza, oggi, è sempre più attestata. Lo si nota in molte maniere; non c’è la contestazione di un tempo, ma sovente la gente lascia la Chiesa anche senza fare rumore. Ci sono migliaia e migliaia di persone che passano dal tralasciare la pratica, al tralasciare poi una appartenenza di fede; ciò che è accaduto in Francia, in Austria, in Germania sta accadendo da noi negli ultimi quattro cinque anni­».

La consapevolezza di essere minoranza fa certamente paura, a volte rabbia, e si rischia di preferire lo sgranar rosari a riparazione dei peccati al confronto e all’incontro tra persone, con i loro dubbi, le loro difficoltà, le loro sofferenze.

«Più che un cristiano arrabbiato c’è un cristiano impaurito – ha spiegato Bianchi, rispondendo alla provocazione e analizzando un editoriale di laPorzione.it che tanto ha fatto discutere – e la paura è cattiva consigliera. Di conseguenza porta a posizioni difensive, a posizioni in cui ci si chiude in una cittadella e anziché dialogare con gli altri si finisce per avere posizioni indurite, sia di identità che di atteggiamenti. Questo succede sempre, soprattutto quando si prende coscienza che si passa in uno stato di minoranza, quando si vede avanzare la presenza di altre religioni, altre etiche. La paura va razionalizzata e come cristiani non dobbiamo aver paura nel dialogo con altre religioni e con uomini non cristiani. Proprio perché il cristianesimo ha nel centro non solo Dio, non tanto il fenomeno religioso, ma l’uomo, luogo dell’incarnazione di Dio».

Insomma, per far sintesi, «quando noi parliamo di fede – ha concluso il “profeta dell’umanizzazione” – dobbiamo riprendere quei concetti che appartengono alla grande tradizione perché la fede è innanzitutto un atteggiamento e esercizio umano su cui poi si innesta il dono di Dio e della fede teologale. Ma se non c’è questo humus nemmeno Dio può innestare la fede in una persona, la quale non ha fiducia in se stessa e negli altri. Dobbiamo predisporre tutto per il dono della fede, cominciamo, allora, a predisporre la fiducia tra gli uomini, perché senza fiducia neanche l’umanizzazione è possibile­».

 

About Simone Chiappetta (424 Articles)
Direttore responsabile del notiziario online "Laporzione.it" e responsabile dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali dell'Arcidiocesi di Pescara-Penne. Laureato in Scienze della Comunicazione sociale e specializzato in Giornalismo ed Editoria continua la ricerca nell'ambito delle comunicazioni sociali. Ha collaborato con quotidiani di cronaca locale e ha coordinato negli ultimi anni la pagina diocesana di Avvenire.
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5 Comments on La necessaria “umanizzazione” dei cristiani

  1. Paride // 23 marzo 2012 a 21:12 //

    Grande Bianchi! “Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di …”Mt25

  2. Giulio // 23 marzo 2012 a 13:18 //

    Forse qualche lettore “inviperito”, “arrabbiato”, “inquieto”… beh specificava bene Bianchi parlando di paure dovrebbe leggere l’intervento del direttore di Avvenire.
    http://www.avvenire.it/Lettere/Pagine/quellemalignedeformazioni.aspx

  3. Giulio // 23 marzo 2012 a 00:20 //

    Finalmente un po’ di CVII e risuonano le parole di Giovanni Paolo II: “ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre” (NMI, 57)

  4. Parlare Cattolico // 22 marzo 2012 a 17:45 //

    Che stranezze sentire un Cattolico parlare come la Chiesa non ci insegna, mi rattristo a sentire che molti ascoltano un Cattolicesimo ‘Adultero’, fuori da ogni insegnamento che Santi, Dottori della Chiesa e Pontefici ci hanno e ci trasmettono tutt’ora , come ci ricorda San Paolo Dio confonde le mente di chi si ritiene un grande ‘intellettuale’ maestro per il popolo.
    San Pio diceva il demonio confonde le menti dei sapienti.

    Torniamo ad un Francescanesimo pieno di Amore per il Cristo ed il suo Vicario il Santo Padre, solo attraverso l’obbedienza si troverà la strade della Verità.

    Ave Maria+

  5. annarita // 20 marzo 2012 a 12:38 //

    E’stato un momento di pura riflessione, (eppure ne abbiamo di occasioni per riflettere) ma partire dalla crisi economica attraversare quella sociale ,etica e culturale e prendere coscienza che da cristiano, quale dico di essere, devo ripartire dalla crisi di fede per poter affrontare e vivere con consapevolezza tutte le altre,mi apre un varco nella nebbia del mio vivere per predispormi con fiducia nell’uomo e quindi nella società e nella politica, che è essenziale per poter vivere la fede,perché è proprio nel dare fiducia il nostro primo gesto d’amore.Forse non è così negativa la parola “crisi” .

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