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Come Gesù ha tradito le Scritture (e come ne ha svelato i misteri più profondi)

È vero: la definizione “base” di “teologia” che si può trovare su Wikipedia (o su qualunque altro dizionario o enciclopedia) è qualcosa di ben sensibilmente diverso da ciò che noi stiamo cercando di costruire. Almeno in apparenza. Dico così perché, se si torna a leggere ciò che un lettore aveva opportunamente scritto in calce al precedente articolo, ci si può facilmente rendere conto di come spesso le difficoltà siano più nelle parole che nei concetti (anche quando questi sono decisamente simili, i loro nomi possono trarre in inganno). Questo avviene per sottili sofismi filosofici o epistemologici, ma anche per più semplice e banale simpatia o antipatia – cose che le vite di tutti noi conoscono bene.

Ad esempio, dicendo «Dio è teo-logia» (clicca link) – l’espressione “incriminata” – intendevo (e intendo) proprio il fatto che Dio pronuncî una Parola. E quando dico “una” non intendo un articolo indeterminativo, ma un aggettivo numerale: Dio pronuncia una sola Parola, che è “il Figlio eterno” eternamente amato ed eternamente corrispondente questo amore nella spirazione dello Spirito – il Dono tra il Padre e il Figlio. Difficile? Immagino di no: queste sono cose che s’imparano a catechismo – esse sono però quelle che ci autorizzano a dare “sfogo” al nostro desiderio di conoscere Dio percorrendo amorosamente ciò che Egli ha voluto manifestare di Sé nella storia umana. «Che ho mai detto, Dio mio, vita mia, dolcezza mia santa? Che dice mai chi parla di te? Eppure sventurati coloro che tacciono di te, poiché sono muti ciarlieri» (Agostino, Confessioni, I.4.4.). Questa è la teologia umana (tutt’altro che una sterile speculazione teoretica dedita all’astrazione e animata da un rigore anaffettivo); essa però non saprebbe dove fondarsi – da dove “legittimarsi” – se non avesse a che fare con un Dio che “è teo-logia” (se si preferisce, allora, “il Dio-generante-Parola” di cui parla Gv 1).

La definizione “base” di “teologia” certo non è “sbagliata”, ma – come tutte le de-finizioni di realtà profonde e complesse – incompleta: quanto più una cosa è in-determinata, tanto più un approccio ad essa sarà saggio e produttivo nella misura in cui saprà distinguere e sfumare.

Distinguiamo e sfumiamo, allora, proprio per accostarci a questa straordinaria collezione che la Scrittura è «con immenso rispetto, attenzione e libertà» (come suggerisce il nostro lettore). Certo, di immenso – in tutto ciò che c’è di umano – non può esserci, se le cose vanno per il meglio, che desiderio e aspirazione; ma, insomma, facciamo il possibile. La prima cosa che va dunque distinta e sfumata è che “la” (cosiddetta) Bibbia è indicata al singolare con una parziale improprietà: se torniamo con la mente al già menzionato album di figurine, la sola impaginatura di quell’album non basta a far sì che i calciatori lì raffigurati siano addirittura “figli degli stessi genitori”, o che abbiano avuto “la stessa educazione”. Nondimeno fanno lo stesso mestiere, i calciatori appunto. Nondimeno degli “esperti del settore” hanno ritenuto di poter metterli insieme e di dover magari escludere dal loro numero alcuni dei loro colleghi, pure se bravi (e magari perfino belli). Allo stesso modo i libri sacri sono uniti da quella catena di traduzione/tradimento/tradizione che abbiamo visto, ma restano irriducibilmente distinti sotto il profilo del genere, della forma e dell’autore, che lo ha composto nel possesso e nell’esercizio di tutte le sue proprie qualità e peculiarità ideologiche, linguistiche e letterarie.

Se questo è chiaro, va da sé anche che non potremmo considerare un approccio “rispettoso, attento e libero” quello che si limitasse a considerare la Scrittura un deposito di citazioni con cui sostenere qua e là idee preconcette. Ad esempio, se si sostiene – giustamente – che nei testi biblici l’uomo appare distintamente destinato all’immortalità (e rimando solo a due testi per brevità: Ez 37 ; Sal 16 (15)), non si può tacere che in molti altri testi esso appaia destinato a nient’altro che alla polvere (ancora solo un paio di esempî: Gb 7 ; Sal 39 (38)). Quindi? Che fare? I testi si contraddicono?

Il problema è molto più concreto di quanto non pensiamo: volutamente ho scelto solo passi dell’Antico Testamento (benché chiaramente il Nuovo Testamento abbondi di testimonianze contrastanti) – è necessario che comprendiamo che i libri della Scrittura sono già da sempre inseriti in quel processo di traduzione/tradimento/tradizione dei testi, che ci piaccia o no. E di questo troviamo chiara testimonianza nella stessa Scrittura: profeti che accusano il culto del tempio e profeti che li difendono; precetti che chiedono questo e quel sacrificio con rubricismo di spaventosa minuzia e sconcertanti oracoli in cui Dio dichiara (sempre per mezzo di profeti) di non aver mai chiesto nulla del genere!

Ma restiamo nell’area che abbiamo tracciato con quegli esempî sul destino ultimo dell’uomo: l’episodio in cui Gesù sconfessa la “traduzione/tradimento/tradizione” dei Sadducei è tanto significativo da essere stato riportato in tutti i Sinottici (Mt 22,23-33 ; Mc 12,18-27 ; Lc 22,27-40). Se leggiamo questi testi con attenzione, però, vediamo che non solo la logica dei Sadducei era stringente e che nella Legge Mosè (che Gesù pretendeva di “autenticare”) non aveva mai parlato di niente che sembrasse anche solo vagamente “la risurrezione”, ma l’interpretazione di Gesù introduce elementi di audacia che torcono la Scrittura, perché evidentemente il senso di Es 3,2-6 non vuole significare che Abramo, Isacco e Giacobbe “sono vivi e stanno bene”.

Cosa fa Gesù allora? Non sembri presuntuoso attribuirgli questa “brutta” parola (in realtà non vedo l’ora di farlo): Gesù usa un dogma come lente per accostarsi alla Scrittura, e questo diventa la chiave per cui il testo si apre. Anche adesso, se cerchiamo su Wikipedia la parola “dogma” troviamo molte cose che al momento non c’interessano: una però c’interessa fin d’ora, ed è ciò che fa scoppiare una pertinace bolla di sapone – “Dogma” non vuol dire affatto “oscurantismo”, “divieto di ragionare” e altri dogmi razionalistici (perché questo sono tali preconcetti!), bensì, più modestamente, “insegnamento” o meglio ancora “dottrina”.

Con questo torniamo a toccare con mano che non è proprio possibile sfiorare questi testi senza avere a che fare con dogmi, perché di dottrine (di credenze, ipotesi e certezze) su Dio essi sono infarciti, e la Scrittura è pure essa come la Volpe del Piccolo Principe, che si lascia addomesticare solo addomesticandoci a sé.

Tutto questo sembra chiaro e perfino scontato, ma cosa stiamo trascurando? Che all’epoca in cui Gesù visse la sua vita mortale i Sadducei erano ebrei come gli altri: lo “scontro dei dogmi” non aveva ancora riportato un esito decisivo, e del resto non l’avrebbe riportato che con il concorso di eventi politici come la distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Avevano in mano gli stessi testi e li leggevano con lenti – con dogmi – diversi.

Ora, una persona intelligente e non faziosa si chiederebbe: «Ma con tutto questo non abbiamo detto che in fondo sia Gesù sia i Sadducei cercano di far dire ai testi quello che non dicono?». Sì, rispondo, e in qualche modo Gesù più di loro! Più chiaramente: Gesù tradisce il testo più dei Sadducei, perché sta compiendo veramente lo sforzo della traduzione/tradizione, e proprio perché lo fa con grande libertà e fiducia (due parole che insieme, in Gesù, significano “fede”) resta fedele al contenuto del testo più di quanto facciano gli stessi Sadducei.

Se quella stessa persona (quella intelligente e non faziosa) avesse ancora saliva in bocca, essa potrebbe chiedere infine: «E chi o cosa garantisce quale sarà il dogma giusto, quello che “tradirà” il testo in quell’unico modo per cui potrà restargli fedele?». A una domanda così chiara va una risposta altrettanto chiara, ma dalle pesanti conseguenze: il tempo è ciò che dice della vita dei dogmi (il buon vecchio Gamaliele se lo ricordava – At 5,38-39 – e ce lo ricorda sempre), e se “tempo” sembra un concetto disumano e fatale (più simile alle oscure divinità greche che al cuore del buon Dio) bisogna ricordare che esso è la dimensione fenomenica in cui s’innesta quella storia di cor-rispondenze con-divise che cade pure sotto al nome di “Tradizione”.

Che vuol dire? Che la storia del dogma è una storia di popolarità democratica? Non esattamente. Guardandosi indietro dopo un breve arco di questa storia, Vincenzo di Lérins († 450) disse che essa lasciava piuttosto individuare largamente «ciò che sempre, da tutti e ovunque è stato insegnato» (Commonitorium).

A quante cose sono dunque relativi i dogmi? La dogmatica è una forma di relativismo? Forse Vincenzo ha almeno un’altra lezione da darci…

Foto: http://www.flickr.com/photos/lucacaos/2845530420/

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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