Suicidio: più a rischio i lavoratori precari

A pensare maggiormente al “suicidio” sono i non occupati e le casalinghe, con percentuali pari al 2,4% del totale di categoria, anche se il triste primato appartiene ai precari del lavoro con percentuali vicine al 3% a dimostrazione del fatto che la precarizzazione degli ultimi anni, aggravata dalla crisi economica, provoca un’ansia e un’insicurezza perfino superiori alla condizione di non occupato.
È questo il quadro che emerge da un’analisi condotta dal Laboratorio di statistica applicata dell’Università Cattolica di Milano, che ha analizzato i dati raccolti da Telefono amico Italia nel corso del 2012 (un flusso di 49.959 telefonate, di cui il 69,3% effettuate da uomini ed il 30,7% da donne). Un’indagine, quest’ultima, pubblicata a pochi giorni dalla Giornata dedicata alla prevenzione del suicidio, che si terrà il prossimo 10 settembre.
In particolare, la fascia d’età dove la problematica del suicidio è maggiormente monitorata è quella dai 26 ai 35 anni, con percentuali pari all’1,4%, ma si registrano picchi nella classe d’età 56-65 e dopo i 75 anni: «L’intervento di prima soglia – ha spiegato il presidente di Telefono Amico Italia, Dario Briccola – è la base per la prevenzione di gesti estremi. Da sempre sviluppiamo la cultura dell’ascolto empatico e non giudicante perché crediamo sia fondamentale poter esprimere liberamente il proprio disagio. Questa sorta di condivisione permette di alleviare lo stato di malessere».
Inoltre, dai dati di Telefono Amico Italia le donne emergono come coloro che spesso riescono a raccontare il problema, alleviandone il peso. Così, per la stessa ragione, un notevole fattore di rischio per gli uomini potrebbe quindi essere associato proprio alla scarsa propensione a confidarsi o a definire chiaramente la situazione che li assilla. Questi dati, dunque, sosterrebbero l’ipotesi secondo cui le donne ridicono la possibilità di ricorrere ad un atto estremo, attraverso la comunicazione.
Ma tornando ad esaminare le telefonate ricevute da Telefono amico, 1.132 (pari al 2,4%) contenevano un riferimento al suicidio, ma solo per 124 di esse (pari all’11%) il suicidio è emerso come problema prevalente, mentre negli altri casi si può parlare di una segnalazione rilevata nel corso di una telefonata. È quindi a fronte di questi dati che il professor Enrico Molinari, psicologo clinico dell’Università Cattolica di Milano, ha rivolto un appello ai professionisti della comunicazione: «Si è visto – ha avvertito l’esperto – che suicidi che hanno destato una grande attenzione da parte dei mass media sono stati seguiti da un aumento di simili gesti, in una catena emulativa. La consapevolezza di un tale meccanismo sociale impone prudenza nelle comunicazioni riguardanti i gesti estremi».