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Sinodo: “Per una Chiesa inclusiva, in cui essere tutti mendicanti di misericordia”

"Per il Papa - sottolinea Fratel Enzo Bianchi - questo Sinodo dev’essere una possibilità per tutti i battezzati, che entrano in un cammino, di far sentire la loro voce, dire la propria e concorrere alla formazione di un orientamento, di un cammino comune. Dunque, la Sinodalità è stata trasformata da Papa Francesco per dare spazio al popolo di Dio, che deve manifestare, realizzare in concreto il suo essere comunione in un cammino percorso da tutti e insieme"

Lo ha affermato Fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, intervenendo all’Assemblea sinodale diocesana di Pescara-Penne

Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, nella Cattedrale di San Cetteo a Pescara

È stato il fondatore della Comunità monastica di Bose Fratel Enzo Bianchi, lo scorso sabato, ad aprire il Sinodo della Chiesa 2021-2023, dal tema “Per una Chiesa sinodale. Comunione – partecipazione – missione”, intervenendo all’assemblea sinodale diocesana che si è svolta nella Cattedrale di San Cetteo a Pescara. Un momento di riflessione, questo, fortemente voluto dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti: «Ritengo sia necessario – premette il presule – che prima di partire per questo itinerario sinodale, ci sia un momento di meditazione forte per comprendere bene cosa significa comunione, partecipazione e missione. Non tanto per organizzare delle cose, ma quanto per creare uno stile diverso nel nostro essere Chiesa».

Fratel Enzo Bianchi con l’arcivescovo Valentinetti

Uno stile che Fratel Enzo Bianchi ha tratteggiato concretamente: «È molto importante – afferma Bianchi – che guardiamo ad una Chiesa inclusiva, in cui stanno giusti e peccatori, in cui cominciamo tutti a guardarci in faccia senza pensare a chi di noi è il migliore, a chi di noi è il più santo, ma sentendoci tutti mendicanti di misericordia presso Dio. Tutti alla ricerca di amore gli uni presso gli altri. Questa è la Chiesa di Cristo, questa è la Chiesa verso cui deve tendere il cammino sinodale. Questo è il percorso sinodale che vi auguro e che auguro anche a me stesso di essere capace di farlo con voi».

Un percorso aperto da Papa Francesco lo scorso 10 ottobre: «Il Papa – ricorda il monaco – ha ripetuto molte volte, e in diversi contesti, queste parole “Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa in questo terzo millennio”. Parole forti, dette con molta convinzione, indicanti qual è la volontà di Dio in questo momento storico. Questa è l’indicazione di un cammino che noi dobbiamo percorrere con impegno, proprio per un aggiornamento della Chiesa e della vita cristiana. Quell’aggiornamento proposto da Papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II ormai 60 anni fa. Questo cammino si esprime con la parola “sinodalità”, che risulta nuova al popolo di Dio, perché nella nostra Chiesa cattolica essa non è mai stata praticata se non saltuariamente e soltanto tra vescovi. Un pensiero che non fa neanche più solo riferimento alla prassi sinodale del primo millennio, o alla prassi sinodale delle Chiese ortodosse, ma intravede nel Sinodo un cammino nuovo da fare tra fede, pastori, vescovi e Papa. Un vero cammino di tutto il popolo di Dio, di tutto il gregge del Signore sui sentieri verso il Regno».

Dopo questa premessa, il fondatore della Comunità monastica di Bose ha riflettuto sulla parola Sinodo, partendo dalla sua etimologia: «La parola “Sinodo” – spiega – deriva dal greco “synodus” e dal latino “sinodos” ed è composta da un prefisso “sin”, che vuol dire “con, insieme”, e da un suffisso “odos” che significa “strada, cammino, via”. Dunque questa parola indica un cammino, una strada da fare insieme. E la parola camminare è già di per sé importante, perché camminare è muoversi, è non restare chiusi nei recinti. Indica un dinamismo, un’uscita da e un andare verso… Un cammino con un orientamento, dunque, un processo che punta a cambiare le cose. È come quegli inviti che Gesù faceva quando incontrava le persone e diceva “Cum”, ovvero “Alzati”. E c’è quel prefisso “sin”, ovvero “con, insieme”, molto presente nel Nuovo testamento e nelle lettere di San Paolo, il quale arriva addirittura a dire che la vocazione di noi cristiani è a vivere insieme e a morire insieme. Quindi, nel Nuovo testamento, tutto è ricondotto a fare insieme, sentire insieme, vivere insieme. Questo significa un “mai da soli”, “mai senza gli altri”, perché chi vive, sente e opera senza gli altri, finisce col vivere, sentire e operare contro gli altri, non dimenticatelo. Tutto quello che facciamo contro gli altri, ha avuto inizio in un fare senza gli altri. Ma voi sapete che quando siamo nati come novità, all’interno dei giudaismo, si è fatto fatica a darci un nome. Tra la morte di Gesù, nel 30 dopo Cristo, e il 49 dopo Cristo, i primi discepoli sono stati chiamati “cristianoi” ad Antiochia. In quell’arco di tempo in Palestina venivano chiamati nazareni, in quanto seguaci di Gesù il nazareno. Ma fuori dalla Palestina questo nome significava nulla e venivano chiamati in greco “quelli della via, quelli della strada”. Un’espressione densa e riccamente ambigua. Erano quelli che evangelizzavano sulle strade o erano seguaci di Colui che diceva “Io sono la strada, la verità, la vita”, cioè di Gesù? Difficile dirlo, perché già allora il termine indicava sia la strada materiale, sia una via epica da percorrere. Per questa capacità di dinamica e di comunione, la Chiesa è stata chiamata non solo “assemblea”, ovvero “ecclesìa”. Purtroppo, in questo ultimo millennio non è mai risultato chiaro, ma un nome che prende la Chiesa dagli scritti del Nuovo testamento è “Fraternità”. Nella prima lettera di Pietro, egli due volte chiama la Chiesa “Fraternità” coniando in greco un termine nuovo. Pietro dice “La Chiesa è una fraternità”. Sembra quasi una critica alla situazione della Chiesa alla fine del secolo. Ridicendo “Sì, sarà un’assemblea, ma se non è una fraternità le assemblee le fanno anche i pagani”. Non a caso, raramente, è stata anche chiamata la “Chiesa-sinodo”».

I partecipanti all’Assemblea sinodale diocesana

Dopo questa premessa etimologica e storica, Fratel Enzo Bianchi ha poi riportato la riflessione sull’attualità della novità richiamata da questo appuntamento sinodale voluto e convocato da Papa Francesco: «C’è una novità – osserva -, una novità che sta creano un po’ di confusione e noi dobbiamo stare attenti a percepirla, ma a percepire anche ciò che ancora manca perché la novità sia testata e non si parli a vanvera, come purtroppo adesso si fa sovente nella Chiesa. Papa Francesco, in un cammino di accrescimento faticoso, ha parlato di Sinodo precisando sempre di più e, ultimamente, è arrivato a pensare che il Sinodo non dev’essere più un organo episcopale che sostiene il Papa nel suo ministero e che quest’ultimo consulta, come l’aveva creato Paolo VI in obbedienza al Concilio Vaticano II. Francesco pensa ad un Sinodo che non si esprimerà soltanto in assemblee diocesane o regionali, come abbiamo vissuto in questi anni di post-Concilio, ma in una nuova formula. Rappresentanti di tutte le componenti della Chiesa, di laici, di sacerdoti, di vescovi e il Papa, tutti insieme potranno manifestare la propria volontà, percorrere un cammino e giungere alla formazione di una volontà e, di conseguenza, di una decisione. Cioè, la sinodalità che il Papa pone in atto a cominciare da oggi (sabato 16 ottobre scorso) nelle Chiese locali e che lui, sabato 9 e domenica 10 ottobre ha aperto nella Chiesa universale, non è tanto un evento da celebrarsi, ma è un modo, uno stile, un modus vivendi e anche operandi, è un processo che coinvolge tutto il popolo di Dio nella Chiesa. Per il Papa questo Sinodo dev’essere una possibilità per tutti i battezzati, che entrano in un cammino, di far sentire la loro voce, dire la propria e concorrere alla formazione di un orientamento, di un cammino comune. Dunque, la Sinodalità è stata trasformata da Papa Francesco per dare spazio al popolo di Dio, che deve manifestare, realizzare in concreto il suo essere comunione in un cammino percorso da tutti e insieme».

Un cammino sinodale che troverà il suo apice nel Sinodo dei vescovi indetto nell’ottobre 2023: «Quindi questo Sinodo ha una forma nuova – ribadisce Bianchi -, ha un processo prima che è già sinodale. Sarà un Sinodo dei vescovi, ma anche qui chi vi parteciperà? Per ora è una questione aperta. Nell’ultimo Sinodo, il Papa fece partecipare i vescovi, dei superiori maggiori della vita religiosa e addirittura un superiore laico. È stata la prima volta, nella storia della Chiesa cattolica, che un laico ha votato in un Sinodo. Ma per il 2023 è ancora tutto aperto. Ultimamente è stata fatta entrare a votare una suora eletta sottosegretario e quasi sicuramente entreranno anche dei laici. Io me la auguro, così come mi auguro possano entrare anche dei diaconi in modo da rappresentare tutte le componenti del popolo di Dio, così che possano deliberare insieme ciò che poi verrà offerto al Papa, affinché diventi legge».  

In aggiornamento

About Davide De Amicis (3720 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa metropolitana di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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