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Don Gianni: “Un precursore dell’attenzione alle periferie e agli ultimi”

"Lo zio amava la vita di tutto noi – riconosce la nipote Caterina -, a tratti più della sua. Guardava e viveva la vita con gli occhi della meraviglia. La sua anima è costellata dal senso del bene. Un bene che, a modo suo, ha saputo trasmettere nel profondo a tutti. Lo zio era il simbolo vivente della generosità, della dolcezza e dell’umiltà. Un uomo raro e di spirito raro"

Lo ha affermato lunedì l’arcivescovo Valentinetti, celebrando il funerale di monsignor Giovanni Lizza

La salma di don Gianni Lizza fa ingresso nella Cattedrale di San Cetteo

In tanti, sacerdoti, curiali e semplici fedeli, lunedì mattina, si sono ritrovati nella Cattedrale di San Cetteo a Pescara, per dare l’ultimo saluto a monsignor Giovanni Lizza, per tutti don Gianni: il sacerdote 85enne, vice cancelliere, responsabile dell’ufficio matrimoni, cappellano delle suore del Ravasco e della clinica Pierangeli e, in passato, guida spirituale dei rom pescaresi, scomparso lo scorso sabato all’ospedale civile di Pescara.

È stato l’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti a presiedere, con commozione, il rito funebre solenne con la bara del presbitero posta eccezionalmente sull’altare, come spiegato dal presule nell’omelia: «Ho desiderato che la salma di don Gianni fosse posta sull’altare – spiega –, perché la liturgia dice che per le esequie la salma della persona per cui si prega, venga posta nella posizione più connaturale e consueta rispetto a quella che occupava in vita. Don Gianni, perlomeno da quando io sono vescovo qui a Pescara, occupava il posto alla mia destra essendo presidente del Capitolo della Cattedrale. E allora, proprio per rispettare la norma liturgica, ho desiderato che fosse posto più vicino a me, più vicino al celebrante in questa celebrazione delle esequie. Anche se lui, molto probabilmente, nella sua discrezione e nella sua signorilità, questa cosa non l’avrebbe molto condivisa. Silenziosamente, com’era abituato a fare fino a pochissimi giorni fa, è salito a piedi (raramente prendeva l’ascensore in Curia, usava sempre le scale) per venire così ad affacciarsi, così com’è stato per tanti anni essendo stato nella Cancelleria della diocesi. E lì l’ho trovato, quale verificatore attento e meticoloso delle carte matrimoniali, ma anche accogliente nei confronti di quando aveva i nubendi stessi – che venivano a presentare le loro istanze matrimoniali – con un piatto di caramelle sempre presente sul suo tavolo. Queste le delicatezze, le accoglienze, le premure con cui questo fratello si prodigava perlomeno in questa dimensione ufficiale».

L’arcivescovo Valentinetti incensa il feretro

In seguito, attraverso la Parola di Dio, l’arcivescovo Valentinetti ha ricordato anche le qualità meno ufficiali e più intime di monsignor Lizza: «E allora il nostro sguardo – rileva -, alla luce della prima lettura (il libro dell’Apocalisse), è uno sguardo di fede, di grande fede, soprattutto quando ci dice “Io faccio nuove tutte le cose, io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A colui che ha sete, io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita”. Bene, se c’è una caratteristica ancora – e questa meno appariscente – della vita di don Gianni, è il suo aver sete continuamente di conoscere, del sapere. Mi diceva, molte volte condividevamo insieme questi pensieri, che lui si alzava molto presto al mattino, non più tarsi delle 3.30-4, perché aveva il tempo per leggere, pensare, meditare. Dedicare uno spazio prolungato a quella riflessione interiore che, durante la giornata, probabilmente gli sarebbe sfuggita. Ecco la ricerca continua di una novità, la ricerca continua di un puntare gli occhi al di là, di andare altrove, di un puntare gli occhi su colui che è realmente il principio e la fine, per andare ad abbeverarsi continuamente alla fonte dell’acqua della vita. E allora questo suo desiderio, questo suo intraprendere un pellegrinaggio nell’interiorità e nella mente, lo ha portato ad occuparsi di un ministero pastorale che potremmo dire pionieristico nella nostra diocesi, ma anche nella nostra regione. Se la Pastorale della famiglia, oggi nella nostra diocesi, ha fatto un lungo cammino e un lungo percorso, lo dobbiamo proprio a don Gianni e alla coppia animatrice  – i coniugi Zugaro – che con lui hanno fondato la Pastorale della famiglia in diocesi e, soprattutto, hanno proseguito anche a livello regionale. Il pellegrinaggio della sete l’ha portato ad accompagnare il pellegrinaggio dell’amore, dell’amore coniugale, dell’amore delle persone che – in qualche modo – avevano il desiderio di vivere la loro unità e di viverla in pienezza, di viverla in gratitudine, la chiamata del Signore. Io l’ho conosciuto proprio in quel tempo quando, da giovane sacerdote, anch’io mi dedicavo a questo servizio nella diocesi di Lanciano-Ortona. Una realtà piccolina, rispetto a quella pescarese, ma anche in quella circostanza per me e per i miei confratelli – che confidavano in questo itinerario che veniva tracciato a livello diocesano e regionale – fu un’abbondanza di benedizioni. Anzi, colgo l’occasione per dire che monsignor Emidio Cipollone, attuale vescovo referente regionale della Pastorale familiare, manda il suo saluto a tutta la famiglia, la sua partecipazione a questa preghiera, perché anche lui ha vissuto di riflesso questa presenza nella storia della della diocesi e della regione».

Quindi l’arcivescovo di Pescara-Penne si è rivolto direttamente al sacerdote scomparso: «Caro don Gianni – afferma il presule – non vogliamo fare il tuo panegirico, ma sinceramente la tua non lunghissima vita, perché avresti potuto regalare ancora qualche anno alla tua vocazione e al Signore, ci porta a guardare anche ad altri aspetti che la pagina del Vangelo ha voluto mettere in evidenza. “Ero forestiero e mi avete accolto, ero carcerato e siete venuto a trovarmi”. Ti sei impegnato moltissimo per la Fondazione dell’Opera Nomadi qui a Pescara. Eri diventato un punto di riferimento per i nomadi. Hai vissuto con loro le esperienze direi più particolari di quei fratelli e di quelle sorelle che, in qualche modo, avevano bisogno di un riferimento anche ecclesiale. Nonché il tuo servizio lunghissimo come cappellano delle carceri a San Donato. Ecco, ancora una volta, nella discrezione, nel silenzio e nell’attenzione alle singole persone, la tua presenza è stata una presenza di Chiesa. Forse una presenza estrema, una presenza al limite, una presenza dentro una storia che non era quella consueta della vita parrocchiale e della vita pastorale in generale, ma una storia che oggi ci è premonitrice di essere attenti alle periferie, di essere attenti a quelli che sono i margini della realtà, della società, perché sicuramente anche per loro ci dev’essere l’annuncio del Vangelo».

Da qui l’auspicio finale: «E allora – conclude monsignor Tommaso Valentinetti -, noi confidiamo che il Signore ti accolga nella comunione degli angeli e dei santi, perché tu possa dire, anche per le tantissime celebrazioni eucaristiche donate al popolo di Dio e al Signore, “Avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere. Ero nudo e mi hai vestito, malato e in carcere e ti sei preso cura di me”. Vieni, benedetto dal padre tuo, ricevi in possesso il Regno preparato per te».

Al termine del rito funebre, è stato particolarmente toccante il ricordo della nipote Caterina: «Lo zio amava la vita di tutto noi – riconosce -, a tratti più della sua. Guardava e viveva la vita con gli occhi della meraviglia. La sua anima è costellata dal senso del bene. Un bene che, a modo suo, ha saputo trasmettere nel profondo a tutti. Lo zio era il simbolo vivente della generosità, della dolcezza e dell’umiltà. Un uomo raro e di spirito raro. L’anno scorso, al mio compleanno, lo zio mi portò un articolo di giornale in cui c’era scritto quello che considerava essere il suo nuovo mantra. Un mantra che io ho tradotto e interpretato come un inno alla vita: “Esagera sempre con il cuore, ti farà male, lo so, ma il cuore è nato per esagerare d’amore, di perdono, di fiducia. Esagera sempre con la mente, ti farà impazzire, lo so, ma la mente è fatta per volare e pensare oltre l’immaginazione. Esagera sempre con le mani, ti farà male, lo so, ma le mani sono fatte per creare, costruire, accarezzare. Cuore, mente, mani, più esageri e più sarai in armonia con la tua vita. L’umano è nato per esagerare, non per trattenersi”. E allora, grazie zio per non esserti trattenuto mai nel corso della tua vita. Riposa in pace».

About Davide De Amicis (3876 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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