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Sinodo: “Per ridire la gioia del matrimonio col Signore che ci attende”

"Se ci siamo scoraggiati - osserva l'arcivescovo Valentinetti -, se vediamo che le nostre parrocchie accusano defezioni, se non ce la facciamo più a portare avanti quello che potevamo fare prima, qualche anno fa, non è questa la strada per rammaricarci, non è questa la strada per perdere il coraggio, non è questa la strada per perdere la speranza, perché il Signore ci vuole condurre ad una festa. Una festa di una Chiesa altra, di una Chiesa bella, di una Chiesa santa, di una Chiesa pura"

Lo ha affermato ieri l’arcivescovo Valentinetti, aprendo l’Assemblea sinodale diocesana nel secondo anno di ascolto

Monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, pronuncia l'omelia

“Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti”. Dall’approfondimento di questo versetto, tratto dal capitolo 54 (vv. 1-5) del Libro del profeta Isaia e ripreso anche dalla sintesi realizzata dal Segretariato per il Sinodo universale della Chiesa, ieri mattina ha avuto inizio l’Assemblea sinodale diocesana, nel secondo anno di ascolto del Cammino sinodale delle Chiesa in Italia, che si è svolta nella Cattedrale di San Cetteo a Pescara.

Le delegazioni parrocchiali e i rappresentati dei movimenti presenti ieri nella Cattedrale di San Cetteo

Un appuntamento al quale hanno partecipato delegazioni giunte da quasi tutte le parrocchie, nonché i rappresentanti di associazioni e movimenti laicali presenti nella Chiesa di Pescara-Penne, che ha avuto inizio con la preghiera animata dal Coro diocesano diretto da Roberta Fioravanti e l’omelia dell’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, che ha riflettuto proprio sui versetti del profeta Isaia: «È chiaro – esordisce il presule – il riferimento alla consultazione universale, che Papa Francesco ha voluto proprio perché la Chiesa si interrogasse e ascoltasse chiunque avesse nella forza dello spirito qualcosa da dire alle Chiese. Il capitolo 54 di Isaia è preceduto ovviamente dal capitolo 53, ma credo che potete immaginare di che cosa parla questo capitolo. È uno dei canti del servo sofferente di Javhè, uno dei quattro canti che Isaia propone alla riflessione del popolo d’Israele, configurando la sofferenza, il dolore, la dispersione. Configurando cioè tutto il mistero della morte di Cristo che riassume tutti i dolori che si vivono sulla faccia della terra, da quando il mondo è stato creato fino a quando il mondo non tornerà a vivere nella gloria. Bene, non sembri troppo azzardato il paragone nel ripensare ai tempi di sofferenza che abbiamo vissuto negli ultimi anni. I tempi faticosi, le chiese chiuse, l’impossibilità di ricevere i sacramenti. Momenti di morte, ma simbolo di tutta una sofferenza che nel mondo c’è sempre stata. La guerra attuale, così vicina a noi, è così “reclamizzata” dai mezzi di comunicazione sociale che ci fanno vedere nient’altro che le tante guerre che sono presenti nel mondo e la tanta distruzione, la tanta fame. Già da parecchi anni fa Papa Francesco aveva detto “Stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzettini”. Ed è esploso il bubbone. Allora, di fronte a queste difficoltà, simboleggiate, oserei dire quasi sacramentalizzate dalla morte di Cristo in croce, la risposta di Isaia qual è? È una visione di speranza “Guai a noi, se cediamo – e l’abbiamo ripetuto anche nei versetti introduttivi – alla dimensione della parola dei profeti di sventura. Guai a noi se ci perdiamo dietro un rammaricarci continuo di quello che possiamo aver vissuto o di quello che stiamo vivendo o di quello che ci aspetta. Il Signore ci dice “Esulta o sterile”. Dalla sterilità il Signore suscita figli, i figli del Signore possono essere suscitati dalle pietre. Chiunque ci appare lontano, chiunque ci appare diverso, chiunque ci appare non fratello, di fronte a questa Parola trova speranza, troviamo speranza, perché “i figli della rifiutata sono più numerosi dei figli della sposata”, dice il Signore. Allora, credo che ci voglia un po’ di coraggio per capire che questo percorso sinodale è sì un momento di consultazione, un momento di apertura, un momento di partecipazione affidato alle nostre strutture pastorali, al Consiglio pastorale diocesano, Consiglio presbiterale, ai vicari foranei, ai delegati parrocchiali, ai delegati foraniali. Ma occorre pensare, in maniera molto seria, che questa è un’occasione che lo Spirito Santo ha messo nelle mani della Chiesa per ridire una speranza, per ridire una visione d’amore, per ridire una gioia che deve sgorgare profonda dal nostro cuore, perché ci attende un matrimonio, ci attende uno sposalizio. È un matrimonio straordinario quello a cui fa riferimento il profeta Isaia, poiché “il tuo sposo è il tuo Creatore, Signore dell’universo, il Suo nome, Colui che ti riscatta e il Santo d’Israele chiamato Dio di tutta la terra”. È questa la speranza, è questa la verità».

Da qui l’incoraggiamento dell’arcivescovo Valentinetti: «Allora – rilancia – se ci siamo scoraggiati, se vediamo che le nostre parrocchie accusano defezioni, se non ce la facciamo più a portare avanti quello che potevamo fare prima, qualche anno fa, non è questa la strada per rammaricarci, non è questa la strada per perdere il coraggio, non è questa la strada per perdere la speranza, perché il Signore ci vuole condurre ad una festa. Una festa di una Chiesa altra, di una Chiesa bella, di una Chiesa santa, di una Chiesa pura, di una Chiesa, l’ho detto molte volte questa frase e la ripeto questa mattina davanti a voi, che probabilmente nell’attività ministeriale del mio episcopato in questa Chiesa diocesana non vedrò, ma che forse il Signore mi concederà di vedere prima di chiudere gli occhi o forse dal paradiso, se ci vado. E allora, rinfranchiamo le ginocchia vacillanti, le braccia cadenti, rinfranchiamo e ungiamo il nostro volto con l’olio del crisma. Ungiamo il nostro volto nella gioia per sorridere insieme dell’amore vicendevole gli uni degli altri, dell’amore profondo che ci aspetta da parte del Signore, dell’amore che possiamo donare ai fratelli».

Ma per fare questo, a detta dell’arcivescovo di Pescara-Penne, bisogna assumere alcuni impegni si cui dover lavorare e incanalarci: «Da tempo – ricorda – la nostra Chiesa diocesana ha fatto la scelta di essere una Chiesa sinodale, che cammina insieme – poi vi dirò da quando – vescovo, presbiteri, diaconi, religiosi, laici, per annunziare il Regno. La seconda scelta? La necessità di annunciare il Vangelo non in un mondo che cambia, ma in un mondo che è cambiato totalmente. È arrivato allora il momento di dare spazio ai progettisti, agli operai e soprattutto all’architetto di questo cantiereCantieri di Betania (il titolo del testo con le prospettive per il secondo di Sinodo inviato alle diocesi) ci aspettano – al nocchiero della nostra barca, a Colui che ci insegna a cercare il Regno di Dio e la sua giustizia con la peculiare certezza che tutto il resto ci verrà dato in aggiunta. Pertanto, allora, partiamo da ciò che non vogliamo essere. È quello che io vescovo indico a questa Chiesa che non vuole essere…

Il coro diocesano

“Non vogliamo essere una Chiesa museo – sottolinea l’arcivescovo Valentinetti, citando un suo documento pastorale -, solo preoccupata di far rivivere un passato che, seppur bello, non esiste e non tornerà più. Non vogliamo essere una Chiesa tempio del sacro, che soddisfa solo la sensibilità di una ricerca intimistica di Dio. Non vogliamo essere una Chiesa struttura, che organizza eventi o peggio gestisce fette di potere. Non vogliamo essere una Chiesa supermercato, che distribuisce servizi religiosi e magari anche assistenza sociale. Non vogliamo essere una Chiesa recinto, dove stiamo bene solo noi credenti, incapaci di missione e di presenza in tutti gli ambienti. Non vogliamo essere una Chiesa “tunica lacerata”, o rete spezzata”, incapace di comunione tra clero e laici, tra gruppi ecclesiali e comunità parrocchiali. Una Chiesa incapace di coniugare insieme carisma e istituzione, rinnovamento e custodia del cammino già percorso e vissuto. Non vogliamo essere una Chiesa sterile, incapace di generare e accompagnare nella fede chi ad essa si avvicina o chi noi avviciniamo per qualunque motivo o necessità, o chi già si è avvicinato e forse non desidera nient’altro che fare un cammino di fede serio. Vogliamo, al contrario, essere una Chiesa che anzitutto sa accogliere e rendersi presente nei vari contesti umani. Una Chiesa che sa accogliere chiunque ad essa si accosta, come Gesù, che accolse tutti coloro che a Lui si avvicinavano. Ci guidi l’immagine evangelica della donna emorroissa, che di nascosto – tremante e vergognosa – a causa del suo male segreto si avvicina a Gesù. Ella manifesta una fede confusa e incompleta, riceve da Gesù – oltre alla guarigione fisica – il dono della fede matura, mediante un gesto di tanta umana comprensione e delicatezza. Quante persone con lo stesso atteggiamento, confuse tra la tanta folla di quelli che ci interpellano e anche di quelli che non ci interpellano, vorrebbero incontrare uomini e donne di chiesa da cui promana la forza irresistibile dell’amore di Cristo! Accostandoci, potrebbero ricevere quel che cercano? Credo di non sbagliare se dico che, secondo il Vangelo, dovrebbe bastare solo lembo del mantello di Gesù, ma il lembo del mantello di Gesù siamo noi, per poter sperimentare l’incontro decisivo sulla propria vita. Una Chiesa in cui si trovano parole difficilmente udibili in altri contesti: ascolto, perdono, accettazione della diversità. Una chiesa che sa individuare ed arrivare in altri aeropaghi (tribunali) per portare l’annuncio di Cristo risorto. Una Chiesa che sa essere popolare, coraggiosa, credibile, capace di intercettare le paure e le speranze della gente. Sono un’infinità le tipologie di persone che bussano alla nostra casa, che si fermano lungo la strada e che si aspettano qualcosa da noi. Molto spesso, persone che vivono ai margini della vita ecclesiale. Mi permetto di citare a questo punto solo una frase, molto in sintonia con quanto detto fino adesso, del cardinal Martini, che ricordo sempre con tanto amore, non solo come pastore ma anche come insegnante. Martini diceva “È soprattutto nella quotidianità e nella concretezza della vita di ogni giorno, di ogni mese e di ogni anno, che questa accoglienza deve manifestarsi verso ogni donna e ogni uomo, per chi è maggiormente nel bisogno, di fronte alle antiche e alle nuove povertà, nei confronti di quanti vengono a noi da altri Paesi, culture, razze, religioni, superando qualsiasi logica di chiusura egoistica e aprendosi alla solidarietà verso i più deboli e più dimenticati”. E infine una Chiesa accogliente, capace di diventare luogo di comunione e di fraternità, in cui riscoprire il gusto dello stare e del lavorare insieme, valorizzando, promuovendo e stimando le originalità e le singolarità di ognuno. Ma anche una Chiesa dispensatrice di misericordia. Misericordia è l’unica risposta alla fragilità, alla debolezza, alla piccolezza che regna in noi e attorno a noi. Tutto ciò comporta mettere al centro la comunità, pure con i suoi limiti, che Resta il luogo originario della trasmissione della fede”».

Un testo, quest’ultimo, profetico e anticipatore dell’attuale Sinodo, scritto da monsignor Tommaso Valentinetti il 15 agosto del 2008: «L’ho consegnato alla Chiesa di Pescara-Penne – ricorda il presule -. Probabilmente non erano maturi i tempi per questo ascolto. Ieri sera (venerdì) stavo preparando queste parole e non so perché, ma ad un certo punto il computer si è aperto sui documenti e io, per curiosità, sono andato a riguardare qualche documento e mi è riuscito proprio questo, così non ho saputo resistere alla tentazione di riproporlo a voi questa mattina. Spero che ne possiamo fare buon uso e concludo dicendo, così come scrivevo allora, che all’intercessione della Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa – nel 2008 era il 150° anniversario delle apparizioni a Lourdes – affido a Maria queste proposizioni e questo percorso sinodale. Lo affidiamo a colei che è l’immagine, il modello della Chiesa, a colei che è il modello della sposa: “Davanti, era quel giorno 15 agosto, alla Grotta di Massabielle chiedo alla Santa Vergine di vegliare sul cammino della nostra Chiesa diocesana perché tutti, pastori e fedeli conquistati da Cristo, lo amino con sincerità di cuore. E, sull’esempio dell’apostolo Paolo, lo servano attraverso i fratelli senza far da padroni della loro fede, ma operando come collaboratori della loro gioia. Tommaso Valentinetti, arcivescovo Lourdes 15 agosto 2008, solennità dell’Assunzione della Vergine Maria“. Amen».

About Davide De Amicis (4085 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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