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Don Cristiano: “L’incontro con sette storie Lgbt ha svelato pezzi di me”

«In questo caso specifico, tutte le storie sono particolari e hanno un richiamo sul piano visibile, ma portano il lettore in un viaggio dentro sé stesso»

Don Cristiano Marcucci racconta in un’intervista il suo nuovo libro, “L’amore è uno sconosciuto. Storie LGBT che hanno cambiato la mia vita da prete”.

Da poco più di un mese, ormai, è uscito “L’amore è uno sconosciuto. Storie LGBT che hanno cambiato la mia vita da prete”, di don Cristiano Marcucci, edito San Paolo. Questo volume scaturisce dalla volontà del presbitero di condividere la sua evoluzione personale, innescata dagli incontri con persone appartenenti al mondo LGBT, che lo hanno accolto nella sua diversità. Le storie sono sette, numero prediletto e simbolico, e a ogni storia riportata si accompagna una riflessione autobiografica dell’autore, con l’intento di stimolare anche in chi legge un momento di meditazione. Assumono un grande rilievo, in queste pagine, la natura – ogni protagonista incarna un elemento diverso – e la musica, utilizzata come forma di espressione quando le parole non bastano, ma al centro di tutto resta l’amore, il solo sentimento che può aprirci a noi stessi e, quindi, all’altro. In questa intervista, don Cristiano ci spiega la genesi di questo libro, ne racconta il sottotesto e le rivelazioni a cui questi incontri lo hanno sottoposto.

Allora, don Cristiano, come è nato questo libro?

«Questo libro parla di persone, racconto come mi è venuto incontro l’amore attraverso queste storie. Nella mia vita ministeriale ho avuto la possibilità di incontrare tante persone LGBT e ho sentito una chiamata, che veniva dall’alto, di testimoniare la mia esperienza, di restituire quello che io avevo ricevuto attraverso queste persone. I miei due libri precedenti avevano un approccio saggistico, c’era un sistema spirituale in cui cercavo di decodificare la realtà. Qui avviene precisamente il contrario, per via della potenza del racconto, dove non posso agire in uno schema strutturato, ma accolgo la dimensione spirituale, l’amore, che viene da me».

A prima vista colpisce il sottotitolo, nel quale afferma che l’incontro con queste persone LGBT ha cambiato la sua vita: in che modo?

«Beh, come sempre il sottotitolo specifica un po’ il titolo. L’amore è uno sconosciuto: su questo si potrebbero aprire approfondimenti molto interessanti, perché l’amore vero è sempre inaspettato, ti fa fare i conti in modo autentico con te stesso e soprattutto abilita a una dimensione spirituale, cioè ti porta all’amore più grande, quello di Dio, che rimane sempre un mistero e in questo senso è sconosciuto. Il sottotitolo specifica la cornice del mondo LGBT, perché nell’incontro catartico con alcune di queste persone, esse hanno profondamente cambiato la mia vita. Parlo di una trasformazione ministeriale – non pastorale –, del mio modo di essere, la differenza la fa quello che sei e non quello che fai; il fare è una semplice conseguenza naturale. Nel mondo di oggi il livello di coscienza si è alzato e ci viene chiesto di aprirci all’amore ed essere strumento di un amore più grande, il resto semplicemente accade, perché le persone lo sanno cogliere molto bene».

Salta subito all’occhio anche la copertina, sia per il contrasto cromatico che per il disegno. Come si intreccia con il contenuto del libro?

«La copertina è particolare. Intanto, c’è un fondo nero opaco e un disegno colorato e lucido, che rappresenta il funzionamento del nostro mondo interiore: per far uscire la luce, occorre entrare nel buio. Il simbolo disegnato è quello potentissimo del Sacro Cuore, cioè un cuore infiammato d’amore e trafitto da sette spade, che riprendono la simbologia classica del mondo spirituale e specificano come il cuore impari ad amare e cresca nell’amore grazie a traumi, fatiche e sofferenza, quella che in fondo è la grande metafora della salvezza per noi cristiani, ovvero la Pasqua. Non esiste Resurrezione se non passi per l’abbandono del Giovedì Santo, la croce del Venerdì, il vuoto e il buio del Sabato. L’immagine del Sacro Cuore trafitto ritorna anche in una chiesetta antichissima a cui mi sento molto legato, che è Nostra Signora delle Sabbie a Finisterre, in Spagna, tappa che faccio puntualmente con il mio gruppo, ogni volta che percorro il cammino di Santiago».

Il racconto si svolge attraverso un continuo dialogo con sé stesso, perché a ogni storia è abbinata una riflessione personale. Cosa ha imparato per merito di questi incontri?

«Il libro si struttura su due registri, ovvero un piano orizzontale, umano, la parte visibile dei fatti, e poi c’è un piano verticale, spirituale e profondo, che è il mio processo di trasformazione interiore avvenuto grazie a questi incontri; ogni incontro d’amore ti fa imbattere in te stesso prima che nell’altro. Allo stesso modo, c’è un mondo maschile, orizzontale, e uno femminile, verticale, che connotano ognuno di noi e sono da tenere insieme dentro ognuno di noi. Penso che la vera ricchezza del libro stia nel provare a raccontare una mia evoluzione personale, i pezzi di me che questi sette incontri hanno svelato, direi quasi smontandomi pezzo per pezzo».

Quelli riportati nel libro sono solo una scrematura dei tanti racconti di vita che lei custodisce, probabilmente i più impattanti. Ce n’è uno fra questi a cui è più affezionato?

«In realtà, ce ne sono un paio. La prima storia è quella di una transessuale della mia parrocchia, che mi ha davvero attivato una grande tenerezza di fronte alla sua rudezza, all’essere guerriera, e che, forse, mi ha visto come pochi. Poi c’è zio Ema, uno zio di mia madre, che col suo modo strambo, molto omosessuale, che unisce il maschile e il femminile con una sensibilità incredibile, è stato forse l’unico della famiglia che ha saputo vedere nel me bambino anche questo mio lato femminile, spirituale, profondo, emotivo, che io avevo sempre cercato di negare, perché nel mio sistema familiare funzionava in questo modo. Quindi senza di lui non sarei oggi quello che sono, e chissà, forse, non farei neanche il prete!»

In questo libro è tutto particolare, persino la dedica. Ci racconta cosa significa?

«Ho dedicato questo libro a tutti coloro che sono percepiti fuori schema e ai folli. Io sono sempre stato considerato sia fuori schema che folle, a volte anche pecora nera; quindi, ho un feeling particolare con tutti quelli che non sono allineati e coperti. Non c’è un meglio o un peggio, è semplicemente questione di modalità, ma le persone fuori schema sono quelle che veicolano maggiore libertà, sono profeti di cambiamento. Io mi sento così e ci sto facendo pace, grazie a Papa Francesco e al mio Vescovo, che sono la Chiesa di oggi incarnata, per me».

Quale augurio si sente di fare a questo libro e quale consiglio si sente di dare a chi lo leggerà?

«Mi auguro che possa semplicemente compiere il suo percorso. Chi scrive sa che il viaggio è prima di tutto dell’autore, ma poi quando affidi il tuo libro e il suo messaggio al mondo, il viaggio non è più il tuo, è il suo. Metaforicamente, un libro è come un figlio, indefinito – non siamo noi a deciderne – e in grado di superare infinitamente l’intento dell’autore. Il consiglio che posso dare è metodologico: i libri spirituali chiedono di essere letti, riletti, approcciati a piccole dosi, metabolizzati, perché non sono testi facili. In questo caso specifico, tutte le storie sono particolari e hanno un richiamo sul piano visibile, ma portano il lettore in un viaggio dentro sé stesso».

About Benedetta Pisano (29 Articles)
Nata a Pescara nel 1994 e laureata con lode in "Giornalismo e cultura editoriale" all'Università degli Studi di Parma. Sono giornalista pubblicista e conduco una rubrica culturale intitolata "Benedetta tra le righe" su Radio Speranza. La mia più grande passione sono i libri, ne parlo continuamente.