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Morti sul lavoro: “In Abruzzo già 3 nel 2021, non passi in secondo piano!”

"I vescovi - ricorda don Antonio Del Casale - insistono che questo momento di pandemia non dev’essere solo un momento di disperazione, di negativo in tutto. Cogliamo le provocazioni, cerchiamo di portarci anche oltre il momento che viviamo per riprenderne tutti gli aspetti migliori e poterli poi addirittura implementare in futuro"

Lo ha affermato don Antonio Del Casale, direttore della Pastorale sociale e del lavoro, in occasione della Festa dei lavoratori

Don Antonio Del Casale, direttore dell‘Ufficio diocesano di Pastorale del Lavoro

È lo smart working, il lavoro a distanza da casa, la grande novità che il mondo del lavoro ha ereditato da questa pandemia di Covid-19. Un grande cambiamento, ancora in fase di assimilazione, dal quale don Antonio Del Casaledirettore dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne ha voluto avviare la sua riflessione in occasione della Festa del lavoro di sabato 1 maggio scorso, intervenendo ai microfoni dell’emittente diocesana Radio Speranza InBlu: «Con questa nuova possibilità – osserva Del Casale – siamo chiamati a non perdere di vista l’importanza del lavoro, magari ottimizzando i tempi anche della presenza in famiglia. Infatti anche i vescovi sottolineano che se da un lato con il lavoro da casa ci sono meno spostamenti, e anche meno conseguenze negative legati a questi spostamenti – immaginiamo gli incidenti per quanti si spostano o gli intasamenti sui mezzi pubblici, dall’altro perdiamo quella capacità di incontrare gli altri sul luogo di lavoro. Però possiamo guadagnare nella presenza in famiglia e nell’armonizzare il lavoro con i tempi familiari. Questa è una possibilità nuova, tutta ancora da scoprire, da capire quanto durerà a fine pandemia, però è una nuova possibilità che ci è stata prospettata, da prendere come una nuova strada. I vescovi insistono che questo momento di pandemia non dev’essere solo un momento di disperazione, di negativo in tutto. Cogliamo le provocazioni, cerchiamo di portarci anche oltre il momento che viviamo per riprenderne tutti gli aspetti migliori e poterli poi addirittura implementare in futuro».

Poi l’auspicio espresso da don Antonio di uscire al più presto dall’emergenza sanitaria: «Speriamo di uscirne il prima possibile – afferma -, anche pensando alle statistiche, ai tanti lavoratori morti per Covid in Abruzzo – ne abbiamo avuti quasi una ventina, fa male vedere il mondo del lavoro che, in un momento di crisi ma anche con la situazione pandemica che ha colpito i lavoratori, venga ancora di più penalizzato». Da qui anche l’affidamento dei lavoratori al loro patrono, San Giuseppe, nella preghiera: «Nella Dottrina sociale della Chiesa – ricorda il presbitero – il lavoro ha avuto un posto notevole. Per cui anche affidare a San Giuseppe tutti i lavoratori e, in questo anno dedicato a San Giuseppe, essere vicini ai lavoratori con la preghiera, penso che sia un dovere di tutti, di tutte le parrocchie del mondo. Lo facciamo spesso anche noi nella nostra comunità parrocchiale. Chiedo a tutti di tenere nel cuore sia le famiglie con lavoratori deceduti, sia quelle che hanno subìto incidenti sul lavoro. In Italia abbiamo una media che va oltre i 50 morti sul lavoro ogni mese nel 2021. In Abruzzo, nel primo trimestre dell’anno, contiamo già 3 vittime. La cosa non deve passare in secondo piano. Pregare per queste famiglie, per chi ha perso il lavoro, è importante perché la comunità cristiana si riconosce anche nella solidarietà, nella preghiera come sostegno a tutti coloro che, anche spiritualmente, sono affranti».

C’è poi il dramma del precariato, acuito dalla pandemia a cui le aziende hanno risposto ricorrendo massicciamente alla cassa integrazione. Una grave criticità, quest’ultima, individuata anche dalla Conferenza episcopale italiana: «Abbiamo davanti – sottolinea il direttore della Pastorale sociale e del lavoro dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne – un momento storico di notevoli potenzialità perché con il piano per le nuove generazioni, e con gli altri 200 miliardi di euro che avremo nei prossimi anni, potremo avere una possibilità unica. Bisogna sfruttare bene questi fondi, per creare posti di lavoro sempre meno precari, eliminando tanta burocrazia e tanti leggi che appesantiscono e impediscono anche di far partire i cantieri, così come di far partire altre iniziative lavorative. Impegnarsi perché ci sia una possibilità di lavoro per tanti. L’Istat ci dà un milione di posti di lavoro in meno proprio in questo tempo di pandemia, il che significa che dobbiamo recuperare al più presto. La nostra terra d’Abruzzo presenta molte difficoltà per grandi industrie. Si parla di problemi in Val di Sangro per diverse aziende. Si parla anche di un rischio licenziamenti alla Brioni di Penne. Abbiamo notevoli punti interrogativi che vanno risolti e presi in carico dai progetti che il governo sta presentando in Parlamento e che quest’ultimo dovrebbe realizzare, pensando al bene comune, pensando con lo sguardo a tutta la nazione e specialmente alle fasce più povere e alle persone meno tutelate. Il precariato è una piaga che ci portiamo dietro da anni, ma che a volte non si vuole neanche risolvere e si porta avanti. Un po’ come la situazione di tanti migranti che ci danno fastidio e non li vorremmo anche se, da una parte, ci fa comodo che raccolgano i prodotti della terra essendo lavoratori senza tutele pagati pochissimo. Abbiamo queste dicotomie, queste ipocrisie nazionali che vanno assolutamente eliminate. Così come vanno eliminate per i lavoratori che, da tanti anni, non riescono mai ad essere assunti e vengono sempre rinnovati mese per mese o semestre per semestre. La cosa va effettivamente rivista il più possibile».

E in questi giorni, con il ritorno dell’Abruzzo in zona gialla, stanno anche ripartendo le attività ristorative e commerciali tra speranze e titubanze da parte degli esercenti in merito al rispetto delle regole: «Il rispetto del lavoratore ci deve guidare – ribadisce don Antonio Del Casale -. Quando andremo in un esercizio commerciale o al mare, nelle prossime settimane, dovremo farlo responsabilmente verso chi lavora perché quel lavoro sia portato avanti in sicurezza per tutti. Ciò coinvolge anche me utente nel rispettare le regole non cercando di fare il furbo. Questo lo mettiamo proprio come impegno personale, un cristiano ancora di più, proprio perché si parla di una responsabilità verso il bene comune, verso il bene di tutti. Questa è la prima cosa. Ma anche il modo in cui trattiamo le nostre mascherine e i guanti usati, per non disperderli nell’ambiente, diventa una responsabilità molto forte perché aumenta il numero di materiali da smaltire. E può diventare un problema sociale, se vengono smaltiti male, soprattutto per i più giovani, ma tutti devono starci attenti. E questo sarà anche il tema della prossima Settimana sociale dei cattolici italiani, che si terrà a Taranto a fine ottobre, la quale porterà alla ribalta il tema del lavoro e quello della sua sostenibilità ambientale. Perché con i problemi che Taranto ha avuto, ancora ha e sta cercando di risolvere, è diventata l’emblema di una catastrofe ambientale in zone di lavoro dove, pur di lavorare, si è sacrificato tutto: anche la salute delle persone, anche tante vite dei lavoratori. Noi conosciamo il caso Bussi e ce lo portiamo ancora sulle spalle, come un’eredità pesante che non sappiamo ancora come verrà risolta. Dobbiamo far sì che il rispetto dei lavoratori e dell’ambiente, da parte di chi lavora ma anche degli utenti e dei clienti, sia sempre massimo».

About Davide De Amicis (3605 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Oltre ad essere redattore del portale La Porzione.it è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa metropolitana di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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