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Del costruire e distruggere

Il mondo della scuola e dell'educazione oggi più che mai vive un momento di difficoltà, non solo a causa della pandemia: come educare le giovani generazioni? Forse la risposta arriva direttamente da loro.

In questi giorni delle festività natalizie sovente mi capita di giocare con mio figlio, che ha cinque anni: lo guardo che -entusiasta- si dedica a costruire aerei, macchine, edifici, con i mattoncini; ci mettiamo lì, con pazienza e attenzione lui li unisce e insieme a me, seguendo le istruzioni, giungiamo all’agognato obiettivo: la foto della costruzione terminata, messa ben in evidenza sulla scatola; lui guarda il risultato dei suoi sforzi, soddisfatto e io sono contento di vederlo così gratificato. Ma poi un giorno, come spesso capita quando si ha a che fare coi bambini, mi spiazza: “E ora distruggiamo tutto!”, io tento di dissuaderlo (che poi, chissà perché…?), ma lui è irremovibile: “Sì, papà! Perché ora coi pezzi ci possiamo costruire qualcos’altro, di più bello!”. Inizialmente non capisco: avevamo raggiunto lo scopo (l’immagine sulla scatola), che senso ha ora distruggere? Faremmo un errore grossolano! Poi mi ricordo di una frase della Grammatica della fantasia (Einaudi, 1 ed. 1974), di Gianni Rodari: «Se un bambino scrive nel suo quaderno “l’ago di Garda”, ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo “ago importantissimo”» (pag. 50).

Procediamo quindi a distruggere tutto (non c’è che dire, la pars destruens ha un non so che di entusiasmante, anche da adulti…) e poi a riedificare, ma gli chiedo: “Cosa possiamo costruire ora? Non mi viene in mente niente”, e lui mi risponde: “Quello che vuoi! Basta usare i pezzi giusti!”.

Questa seconda frase mi spiazza più della prima e rimango immobile, senza sapere cosa fare, mentre lui procede spedito nel suo lavoro. Decido di limitarmi ad osservare. Dopo dieci minuti, in cui lui mi chiede solo di passargli qualche pezzo, mi dice: “Ecco, papà: guarda!”. Quello che nella foto originaria era una macchina, ora è diventato un aereo, con tanto di razzi e laser speciali per combattere il nemico.

E subito mi viene da fare un’associazione con la scuola, e più in generale col modo che il mondo adulto ha di educare le giovani generazioni: molto spesso siamo lì a tentare di trasmettere le “nostre” convinzioni, quasi ci fosse una ricetta, un modello preconfezionato (un foglio d’istruzioni), e il nostro compito si limitasse ad aiutarli a riprodurre quello che c’è scritto lì.

I ragazzi a scuola, sono chiamati a essere valutati secondo metodi il più possibile oggettivi, a raggiungere traguardi standard, a padroneggiare determinate tecniche e competenze. Tutto ciò è sicuramente importante, ma forse andrebbero lasciati più liberi di esprimere le loro capacità, senza per forza imbrigliarli in schemi e modelli; la vera pars construens demandata al mondo adulto e probabilmente proprio quella: “fare” di meno, imparare a facilitare il percorso, disegnare sentieri agibili ai più piccoli che sceglieranno poi in autonomia quali seguire. Passargli, insomma, “i pezzi giusti”, e lasciarli liberi di diventare quello che hanno nel cuore.

Tutto ciò, tra l’altro, per i bambini è cosa naturale, come mi ha insegnato mio figlio coi suoi mattoncini. E mi risuonano anche (direi, soprattutto) le parole di Gesù, in Mt 18,3 «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli».

About Luca Mazzocchetti (43 Articles)
Nato il 2 luglio del 1985. Studia Lettere moderne all'Università "G. D'Annunzio"di Chieti e poi Didattica dell'italiano come L2 e LS presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere nella sede di Pescara della stessa Università. Ha frequentato la Scuola vaticana di biblioteconomia. Bibliotecario professionista e docente di scuola secondaria e dell'ISSR "G. Toniolo" di Pescara; direttore della biblioteca "Carlo Maria Martini" e dell'archivio storico dell'Arcidiocesi di Pescara - Penne.

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