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Migranti: “Non possiamo dirci cristiani se non siamo loro fratelli”

"Non c'è nessuna emergenza - chiarisce Padre Albanese - e i numeri lo dimostrano. La cosa interessante è che purtroppo, siccome questo tema viene strumentalizzato, alla gente non viene detta la verità. Recentemente l’Istat ha fatto un sondaggio d’opinione, chiedendo ad un campione significativo di italiani quanti sono gli immigrati in Italia oggi. La stragrande maggioranza ritiene che la percentuale oscilli tra il 24 e il 28%, mentre sono effettivamente il 7,8% della popolazione"

Lo ha affermato Padre Giulio Albanese, giornalista e missionario comboniano, intervenuto a Pescara per una conferenza sul tema “Missione e immigrazione”

Padre Giulio Albanese, giornalista, missionario comboniano e direttore dell'Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma

Al di là di ogni retorica politica Padre Giulio Albanese, giornalista, missionario comboniano e direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali per il Vicariato di Roma, ha spiegato oggettivamente il fenomeno migratorio, le cause che lo generano e il ruolo assunto dalla Chiesa nel farsi portavoce degli ultimi i quali non hanno altra scelta che partire.

Mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

Una riflessione donata alla Chiesa di Pescara-Penne lunedì sera, presso l’Auditorium Giovanni Paolo II” di Pescara, nell’ambito della conferenza dal tema “Missione e immigrazione. Come l’azione pastorale della Chiesa contribuisce alla realizzazione sociale ed economica dei popoli in via di sviluppo”, che ha ripetuto ieri mattina nell’ambito del ritiro del clero pescarese: «Questa doppia conferenza di padre Giulio Albanese – premette monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne – è su di un tema un po’ intrigante, perché tutti quanti stiamo assistendo sostanzialmente ad un flusso di immigrazione che arriva in Italia sostanzialmente in maniera piuttosto continuativa soprattutto dal Nord Africa, sia dalla Tunisia, sia dalla Libia. E volevamo chiedere a Padre Albanese come la missione, in realtà, incide ha inciso sulla realtà di questa situazione migratoria che abbiamo, perché sostanzialmente la missione in Africa è ormai presente dall’Ottocento, e qual è il rapporto tra la realtà missionaria e questa massa di persone che sono in fuga dalle guerre, dalla fame, dalla siccità, dalla non conservazione del patrimonio della natura e dallo sfruttamento del delle risorse minerarie. Insomma, da questioni che non possono risolvere nel giro di una conferenza, ma grazie a lui potremo orientarci un po’ meglio».

E il missionario comboniano ha letto, con grande chiarezza, il fenomeno migratorio alla luce di quelli che sono i segni dei tempi: «Voi sapete – esordisce il missionario giornalista – che il Concilio Vaticano II ha chiesto alla Chiesa di Dio, ai fedeli, al popolo di Dio, di interpretare i segni dei tempi alla luce della Parola di Dio. Questo, nella cristiana certezza che la nostra è una storia di salvezza. Non è facile, però è fondamentale. Rappresenta la condizione rispetto alla quale non si può prescindere. E non v’è dubbio che, tra i segni dei tempi, guardando oggi all’attualità, c’è sicuramente la mobilità umana. Il che significa che, di questi tempi, vi è un significativo numero di uomini e di donne che sono costretti a lasciare i propri Paesi per necessità, per bisogno. Le ragioni sono molteplici. Possono essere umanitarie, a volte si fugge da guerre dimenticate che, spesso, non vengono mediatizzate. Altre proprio volte ci sono situazioni particolari. Pensate, per esempio, ai cambiamenti climatici, al Global warming che oggi, soprattutto nell’Africa subsahariana, sta facendo disastri a dismisura. E guardate che le cose che vi sto dicendo hanno a che fare con la giustizia. Proprio in riferimento al surriscaldamento globale, voi pensate che l’Africa contribuisce in maniera insignificante al Global warming, non più del 4%. Il che significa sostanzialmente che sono i Paesi emergenti, ma poi soprattutto i Paesi industrializzati, e tra questi ci siamo anche noi, a contribuire a far sì che questo fenomeno inneschi cambiamenti che, lasciatemelo dire, sono senza precedenti. Io seguo per l’Osservatore romano, ma anche per Avvenire, l’attualità di queste periferie del mondo e vi posso assicurare che ciò che sta avvenendo nella fascia saheliana, nell’Africa australe, per usare il linguaggio dell’Antico Testamento, grida vendetta al cospetto di Dio. È chiaro che c’è lo zampino dell’uomo, ma la cosa incredibile è che poi in questa povera gente viene immolata sull’altare dell’egoismo umano. Per poter interpretare i segni dei tempi, però, dobbiamo operare un sano discernimento. Dobbiamo riflettere invocando l’azione dello Spirito Santo, per capire come stanno davvero le cose e per poter poi operare delle scelte. Ma si tratta anche di capire, comprendere col cuore e con la mente da che parte vogliamo stare. Operare un sano discernimento significa mettercela tutta per fare la volontà di Dio. Il problema oggi qual è? È che rispetto a questi segni dei tempi, tra i quali c’è sicuramente la mobilità umana, si constata frequentemente un deficit di discernimento legato al progressivo aumento del pensiero debole. Perché il vero problema, oggi, è il trionfo della stupidità. Gli stupidi sono quelli che dividono lo scenario tra buoni e cattivi, ma è evidente che non possiamo fare questa suddivisione».

Invece, a dette del comboniano, per comprendere il significato dei segni dei tempi, è fondamentale non confondere le questioni complicate con quelle complesse: «C’è una differenza sostanziale – denota Padre Albanese -. Le cose complicate si risolvono, le cose complesse no. L’unico che ha capito questo si chiama Papa Francesco e l’ha spiegato molto bene nel documento programmatico del suo pontificato, l’Evangelii gaudium. Nella complessità, proprio perché c’è un’interazione tra più fattori, non c’è una risposta, non c’è una soluzione. Chi dice questo inganna le persone e, mi dispiace dirlo, indipendentemente dal fatto che uno sia di destra, di centro o di sinistra, questo è un ragionamento a mio avviso trasversale. Purtroppo spesso, mi dispiace dirlo, coloro che oggi sono nella “stanza dei bottoni” in Europa, in particolare a Bruxelles, presentano questioni complesse all’opinione pubblica come se fossero complicate. Se fossero tali, la soluzione sarebbe scontata, immedita. Il fenomeno della mobilità umana, il fenomeno migratorio, non è un fenomeno complicato, ma è un fenomeno complesso. Papa Francesco nell’Evangelii gaudium dice che nelle complessità l’unica cosa da fare è innescare processi, tracciare percorsi. Papa Francesco, peraltro, tiene conto che il perimetro, o meglio, la circonferenzadi tutto questo ragionamento trova la sua rappresentazione nel poliedro. La globalizzazione non può essere intesa come se fosse una sfera, in cui tutte le parti sono qui distanti rispetto al centro. La verità è che noi viviamo in un mondo-villaggio globale, ma siamo diversi. E badate bene che questa diversità non deve portare all’esclusione, ma deve aiutarci a capire esattamente il contrario, che abbiamo un destino comune. Che, come dice Papa Francesco nella sua ultima enciclica sociale “Fratelli tutti”, siamo tutti sulla stessa barca, nessuno si salva da solo. Nella complessità possiamo innescare processi, tracciare percorsi e l’interazione tra queste iniziative, gradualmente nel tempo, può portare ad una modificazione, a un miglioramento di quello che è, come dire, lo stato dell’arte. Ma per fare questo non si può prescindere dall’avere le informazioni necessarie per varare una road map. Dunque, il fenomeno migratorio è un tema complesso e bisogna innanzitutto capire quelle che sono le sfide dell’accoglienza, dice Papa Francesco, della protezione, dell’inclusione, dell’integrazione in un determinato contesto, in questa fattispecie qui in Italia. Ma devo anche tener conto di quelle che sono le ragioni che determinano la mobilità umana. Per quale motivo oggi ci sono questi flussi migratori? Dobbiamo rifletterci sopra. Purtroppo, l’informazione generalista, quella mainstream delle grandi testate giornalistiche, non aiuta assolutamente. Questo non lo dico perché voglio essere disfattista nei confronti della categoria, ma vi posso assicurare che solitamente, guardando il piccolo schermo, ascoltando la radio, leggendo i giornali, navigando in internet, mi rendo conto di come il tema della mobilità umana, delle migrazioni, spesso risponda al diktat dell’interesse».

A tal proposito, per il comboniano, la prima cosa da fare sarebbe quella di demolire i luoghi comuni: «Il primo – denuncia – è che saremmo in una situazione emergenziale. Non è vero e i numeri lo dimostrano. La cosa interessante è che purtroppo, siccome questo tema viene strumentalizzato, alla gente non viene detta la verità. Recentemente l’Istat ha fatto un sondaggio d’opinione, chiedendo ad un campione significativo di italiani quanti sono gli immigrati in Italia oggi. E la stragrande maggioranza ritiene che la percentuale oscilli tra il 24 e il 28%, mentre sono effettivamente il 7,8% della popolazione. Seconda cosa. Quando si parla soprattutto dell’Africa si dice che dobbiamo prepararci perché ormai quello che abbiamo di fronte è un esodo inesorabile, rispetto al quale non ci saranno muri, non ci sarà capacità di contenimento. Ma anche qui dobbiamo guardare i numeri. La popolazione africana ammonta a 1 miliardo e 400 milioni. Su questi quelli che possono essere considerati migranti sono 40 milioni e la cosa interessante è che, di questi ultimi, più di tre quarti si muovono all’interno dell’Africa. Il che significa che ci sono 8/9 milioni di africani fuori dal loro continente. Possiamo parlare di un’invasione? No. Possiamo dire che questa è un’emergenza? No, questo è un fenomeno strutturale e inevitabile. Certamente, guardando alla demografia, in futuro ci sarà un incremento. Ma la storia dell’umanità ci dice che se oggi noi siamo qui, è perché c’è stato qualcuno che, nei secoli e nei millenni passati, è sbarcato su questa terra. Noi siamo un mix di razze e culture e, dove sono avvenute queste mescolanze, l’homo sapiens sapiens è progredito. Le migrazioni ci sono sempre state e la cosa interessante è che gli storici, fin dall’antichità, ci spiegano che nella migliore delle ipotesi si può tentare di governarle, ma non di arginarle».  

In seguito, Padre Giulio Albanese ha elencato le ragioni alla base delle migrazioni: «La prima – spiega – è quella del surriscaldamento globale. La seconda è lo sfruttamento delle materie prime, di cui l’Africa è ricchissima. Ha oro, diamanti, petrolio, uranio, ma il problema è che tutta questa ricchezza sotterranea non è loro, perché abbiamo trovato tanti escamotage per depredarla. E tutta questa ricchezza, attraverso finanziamenti illeciti, non rimane in questi Paesi sovrani, ma finisce fuori. Naturalmente il controllo delle immense risorse minerarie dell’Africa subsahariana, esige spesso l’impiego di milizie armate. Motivo per cui in questi Paesi, molto spesso, l’insicurezza regna sovrana. Pensate alla Somalia. Quando se ne parla in Italia, si guarda solo ad una guerra tra jihadisti e un governo internazionalmente riconosciuto. Ma questa è una lettura superficiale. La verità è che la Somalia galleggia sul petrolio, ma nessuno lo dice, ed è di alta qualità. Si trova tra la sponda yemenita e quella somala e questo è il motivo per cui, negli anni scorsi, si è sviluppato il fenomeno della pirateria. I pirati somali si suddividevano in filo-occidentali e filo-cinesi, i quali combattevano per procura onde evitare che l’avversario potesse installare le proprie piattaforme e pompare il greggio. Ma queste cose, per via di interessi occulti, nei giornali del nostro Paese queste cose non le troviamo. Papa Francesco ha stigmatizzato l’inganno, dicendo che questi Paesi potrebbero essere ricchissimi, ma per una serie di ragioni legate ad appetiti stranieri – con complicità interne – a pagare il prezzo più alto sono la povera gente. La verità è che le Afriche sono una terra di conquista. Le guerre, quindi, si combattono per motivi economici, come accade anche per quella tra Russia e Ucraina visto che nel sottosuolo del Donbass ci sono ricchezze al di là di ogni immaginazione. E purtroppo, quando di mezzo c’è il dio denaro, sono i poveri a pagare il prezzo più alto con l’aumento delle disuguaglianze. Oggi meno dell’1% della popolazione mondiale detiene una ricchezza superiore al restante 99% della popolazione e questo avviene anche per la finanziarizzazione dell’economia. Abbiamo finanziarizzato anche il debito, per cui il pagamento degli interessi è legato alle speculazioni di borsa. E siccome è impossibile rincorrere questo sistema, nessun Paese sarà mai in grado di restituire quanto ricevuto. Ciò penalizza di più i Paesi periferici, quelli da cui provengono i migranti».

Da qui alcune proposte per cercare di governare il fenomeno migratorio: «La prima grande sfida per chi si dice credente – rilancia il giornalista comboniano – è l’informazione. Essa è la prima forma di solidarietà. Prima di aprire bocca è necessario documentarsi. Ci sono fonti autorevoli anche nel web o sulle riviste missionarie, ma anche su alcuni periodici. Noi italiani siamo il fanalino di coda nella lettura dei quotidiani. La gente non legge. La sfida, prima che essere sociale o politica, è culturale. L’aveva capito San Paolo VI, affermando che “il dramma del nostro tempo è la frattura tra fede e cultura”. La seconda cosa importante è l’atteggiamento solidale, che deve trovare nella nostra fede la fonte d’ispirazione. Noi siamo cattolici, il che significa essere nel nome di Dio cittadini del mondo. Io sono preoccupato del rigurgito dei nazionalismi in giro per l’Europa. Ma non possiamo definirci cristiani, credenti, se non affermiamo la fratellanza universale. Questo è un atteggiamento da coltivare anche nei confronti di quei fratelli e quelle sorelle che sbarcano sulle nostre coste. Ma di fronte a questa fenomenologia, nessuno di noi può dire “Io non c’entro”. Essere cattolici significa capire che dobbiamo andare addirittura al di là del concetto di comunione. Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti” parla di fratellanza, che è diverso dal concetto di comunione perché va al di là dell’essere cristiani. Siamo fratelli nei confronti degli islamici, degli induisti. Questi fratelli e queste sorelle che bussano alle nostre parte, per quanto creino anche problemi, direi che non dovremmo penalizzarli perché se poi c’è criminalità nelle nostre città, non ce la dobbiamo prendere con loro, ma con il nostro sistema Paese in cui non c’è rispetto nei confronti di quella che è la “Res-publica”. Ma resta il fatto che essere cattolici significa affermare la fraternità universale, capire che siamo tutti sulla stessa barca. I nostri problemi sono i loro problemi e i nostri problemi sono i loro problemi, perché il mondo non è a compartimenti stagni ed entrare in quest’ordine di idee è fondamentale se vogliamo dirci credenti».

About Davide De Amicis (4250 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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