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Guerra: “Frutto di un’interiorità malata che non conosce speranza”

"Mi spaventa solo l'idea - ammonisce monsignor Valentinetti - di qualche capo di Stato, che sta propinando che ci devono essere dei soldati che devono andare a combattere in terra ucraina e mi spaventa l'idea di quella reazione che potrebbe essere scatenata. Fratelli, il momento non è facile. Forse, così come mi avvertiva un fratello giorni fa quando parlavamo di questi problemi, ci sentiamo impotenti, ci sentiamo incapaci, ci sentiamo affaticati di fronte a queste problematiche così grandi. Ma abbiamo una grande arma, il Papa ce lo chiede continuamente, l'intercessione, la preghiera, il digiuno, il sacrificio. Piccoli gesti d'amore, piccoli passi d'amore, per essere - noi per primi - una cosa sola in pace"

Lo ha affermato venerdì 1 marzo l’arcivescovo Valentinetti, presiedendo una santa messa per la pace, aderendo all’invito del Consiglio delle Conferenze episcopali europee

L'arcivescovo Valentinetti pronuncia l'omelia

Anche la Chiesa di Pescara-Penne, insieme alle altre diocesi italiane, venerdì 1 marzo nella Cattedrale di San Cetteo a Pescaraha celebrato una santa messa, presieduta dall’arcivescovo di Pescara-Penne monsignor Tommaso Valentinetti, per invocare la pace e pregare per le vittime delle guerre: «“Evenu shalom”, ovvero “E sia la pace” – premette il presule -. L’abbiamo cantato nella lingua ebraica e forse con lo spirito dovremmo far ascoltare questa parola, questo canto, in un territorio dove purtroppo la guerra sta martoriando uomini e cose. E allora, aderiamo a questa maratona di preghiera di tutta l’Europa per la pace, indetta dalle Conferenze episcopali di tutte le nazioni europee, e durante questa giornata tutte le nostre comunità stanno pregando per la pace, in Ucraina e in Medio Oriente. Ma il Santo Padre ha chiesto di abbinare a questa preghiera per la pace anche una preghiera per il Sinodo, perché produca quei frutti abbondanti di rinnovamento della vita della Chiesa».

Nell’omelia anche la Parola di Dio del giorno è stata particolarmente adatta alle motivazioni della celebrazione eucaristica: «Perché ambedue i testi – spiega l’arcivescovo Valentinetti – portano con sé segni di violenza, segni di odio, segni di guerra. La prima lettura. Il brano del Libro della Genesi, racconta il famosissimo testo del tradimento da parte dei fratelli nei riguardi di Giuseppe. Tradimento perpetrato in maniera perfida, in maniera sconsiderata, solo per invidia, solo per gelosia, solo per appropriarsi di un bene che questo fratello godeva nei confronti del loro padre. E qui si innesta la riflessione, che cos’è che smuove l’istinto all’odio? Che cos’è che smuove l’istinto alla guerra? Lo smuove un’interiorità malata e quando essa è malata, inevitabilmente, si sfocia in ogni violenza, guerre e purtroppo tutto questo, così come il testo ci ha rammentato, comincia anche dal piccolo, comincia dalla realtà della famiglia, comincia dalla realtà del piccolo gruppo, comincia la comincia dalla realtà più insignificante, se volete, in confronto ai grandi odi delle grandi nazioni, dei grandi popoli. Ma il seme di un’interiorità malata è quella che semina odio, guerra e divisione. Giuseppe viene dato per morto, uno dei fratelli fa una mediazione, lo fa buttare in una cisterna, ma la sua vita è irrimediabilmente perduta fino a quando lo stesso fratello non fa un’ulteriore mediazione e viene venduto come schiavo».

I fedeli presenti nella Cattedrale di San Cetteo alla messa per la pace

Da questa vicenda biblica, emerge un primo spunto di riflessione sulla realtà attuale: «Ecco – osserva l’arcivescovo di Pescara-Penne -, c’è una speranza dentro questo testo, che se c’è guerra, se c’è odio, se c’è violenza, c’è anche la possibilità di chi si pone a fare mediazioni ed è quello di cui avremmo bisogno. Non c’è nessuno oggi, nei conflitti nazionali che ci sono nel mondo, particolarmente i due più grandi a cui stiamo assistendo, che si sta ponendo seriamente come mediatore. Ci sono dei tentativi, ci sono dei sospiri, oserei dire, ma che si infrangono irrimediabilmente, molto spesso, nei confronti della non volontà di aderire alla pace e di aderire alla convivenza pacifica e cordiale. Ma il seme della guerra è un’interiorità malata che non conosce assolutamente speranza. Il fratello di Giuseppe si pone come mediatore ed è l’unica speranza dentro questo testo. Sappiamo bene poi che i fratelli saranno costretti a ricorrere a Giuseppe che, nel frattempo, avrà trovato successo, molto spesso succede così, ma in realtà il testo ci fa sperimentare ancora una volta da dove parte la violenza e da dove parte l’odio. La pagina del Vangelo, non di meno, addirittura è la narrazione di un odio, di una violenza contro un padrone che pianta una vigna. Capite bene che la parabola è molto significativa riguardo alla vigna del Signore, che è stata piantata da Dio padre che manda i suoi vignaioli a raccogliere i frutti, una volta che questa vigna è stata affidata a dei contadini. Ma anche qui si scatena l’odio e la violenza addirittura nei confronti di chi doveva essere l’erede. E qui viene il secondo motivo della guerra e della violenza, l’avidità che può provocare veramente una corsa a pretendere tutto per se stessi, a non dividere, a non condividere».

Ma anche in questo caso, a detta del presule, c’è un seme di speranza: «Quella verità netta e precisa, forse scarnificante se volete – spiega l’arcivescovo -, che Gesù proclama a coloro che avrebbero dovuto essere i protagonisti di quella vigna che doveva fruttificare. “Vi dico, a voi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. Udite queste parole, i capi dei sacerdoti capirono che parlava di loro e si scatena di nuovo l’odio, si scatena di nuovo la guerra. Ma perché? Perché la verità, quando la si dice, quando ci si schiera dalla sua parte, inevitabilmente si provoca una reazione uguale e contraria. E allora questa sera, riuniti in preghiera in spirito sinodale perché preghiamo anche per il Sinodo, innanzitutto vorremmo elevare preghiere al Signore per l’unità della Chiesa, perché viva in pace, perché sia seme di pace. In questi giorni sta circolando una triste notizia, che spero non sia vera, che c’è qualche vescovo e qualche sacerdote che sta pregando perché il Papa muoia al più presto, in modo tale da avere un altro Papa. Io spero che questo sia una bufala, spero che non sia vero, perché se c’è qualcuno che fa una cosa del genere vuol dire che è malato dentro, ha una malattia interiore, che lo porta alla violenza, all’odio, al disprezzo».

Da qui l’invito: «E allora, in spirito sinodale – esorta Valentinetti -, preghiamo perché la Chiesa sia in pace, perché le Chiese tra di loro, ritrovino la via della pace, la via del dialogo in un momento in cui anche questo è difficile, perché le religioni siano strumenti di pace, strumenti di amore, perché in nome di Dio, di qualunque Dio, mai nessuno possa permettersi di uccidere un fratello, così come richiamava San Giovanni Paolo II. E poi, preghiamo per tutti quelli che stanno morendo sotto le bombe, i soldati che vanno alla guerra, forse molte volte inconsapevoli di dover essere gli assassini di altri uomini e di altre donne. Preghiamo per anche per loro e soprattutto per tutti quelli che sono morti. E sono tanti. E preghiamo ancora perché i conflitti cessino, perché cadano le armi dalle mani dei violenti, perché non si pongano gesti ulteriori di supremazia».

Da qui il riferimento alla dichiarazione rilasciata, alcuni giorni fa, dal presidente francese Emmanuel Macron: «Mi spaventa solo l’idea – ammonisce monsignor Valentinetti – di qualche capo di Stato, che sta propinando che ci devono essere dei soldati che devono andare a combattere in terra ucraina e mi spaventa l’idea di quella reazione che potrebbe essere scatenata. Fratelli, il momento non è facile. Forse, così come mi avvertiva un fratello giorni fa quando parlavamo di questi problemi, ci sentiamo impotenti, ci sentiamo incapaci, ci sentiamo affaticati di fronte a queste problematiche così grandi. Ma abbiamo una grande arma, il Papa ce lo chiede continuamente, l’intercessione, la preghiera, il digiuno, il sacrificio. Piccoli gesti d’amore, piccoli passi d’amore, per essere – noi per primi – una cosa sola in pace. Amen».

About Davide De Amicis (4373 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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