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Sant’Antonio: “Ci aiuti a riscoprire il Vangelo aprendoci a pace e perdono”

"Chiedere la pace - osservano monsignor Cipolla e fra' Ramina - significa non rimanere estranei ai drammi del mondo. E soprattutto ci aiuta a sentirci impegnati a divenire noi, nella realtà in cui viviamo, persone che amano la pace e s’impegnano a edificarla. Un rapporto ristabilito in famiglia, un gesto di perdono accordato a una persona amica con cui abbiamo litigato, un segno di generosità che riallaccia la relazione con un collega, tante altre decisioni di questo tipo depositano nel cuore del mondo semi di pace che avranno frutto, forse a nostra insaputa"

Lo hanno affermato ieri il vescovo di Padova monsignor Claudio Cipolla e il rettore della Basilica del Santo fra’ Antonio Ramina, all’antivigilia delle celebrazioni

L'effige di Sant'Antonio di Padova e la Basilica del Santo

Ieri, nell’antivigilia della festa liturgica di Sant’Antonio di Padova che ricorrerà domani, il vescovo di Padova monsignor Claudio Cipolla e il rettore della Basilica del Santo fra’ Antonio Ramina hanno diffuso un messaggio congiunto: «Sant’Antonio – auspicano i due ecclesiastici – aiuti ogni uomo e donna di buona volontà a riscoprire la Parola del Vangelo come buona notizia che apre al perdono, alla pace, all’ascolto e alla cura premurosa dei deboli e dei fragili. A sant’Antonio, desideriamo quest’anno rivolgerci lasciandoci ispirare in modo particolare dal senso di responsabilità con il quale, appassionatamente, questo nostro amico si è sempre mobilitato contro le ingiustizie, contro ogni forma di violenza, contro le divisioni, in difesa dei poveri e di tutti coloro che, nella loro solitudine, hanno bisogno di aiuto».

Mons. Claudio Cipolla, vescovo di Padova

Da qui la preghiera di monsignor Cipolla e fra’ Ramina: «Sarebbe bello – si legge nel messaggio – poter chiedere al Signore, ponendolo nelle mani di sant’Antonio, un dono diverso rispetto a quello degli anni scorsi. Con insistenza e con il cuore accorato abbiamo infatti più volte pregato per la pace, ma ci ritroviamo a dover fare nostro il grido di Geremia (cfr. 6,14): “Pace, pace, ma pace non c’è”. I conflitti sulla faccia della terra, anziché ridimensionarsi o trovare una via di uscita, sembrano moltiplicarsi e accendersi di sempre più preoccupante violenza. Chiedere la pace significa non rimanere estranei ai drammi del mondo. E soprattutto ci aiuta a sentirci impegnati a divenire noi, nella realtà in cui viviamo, persone che amano la pace e s’impegnano a edificarla. Un rapporto ristabilito in famiglia, un gesto di perdono accordato a una persona amica con cui abbiamo litigato, un segno di generosità che riallaccia la relazione con un collega, tante altre decisioni di questo tipo depositano nel cuore del mondo semi di pace che avranno frutto, forse a nostra insaputa. La preghiera ci aiuti a fare questo: a rimanere desti, per far sviluppare nelle nostre esistenze umili e ordinarie, personali e comunitarie, l’energia buona della pace. Non sempre è facile renderci conto di quanto sia determinante la nostra responsabilità per costruire la pace insieme. Siamo troppo spesso di corsa, catturati da mille incombenze, divisi tra mille interessi e corriamo il rischio di perdere un’attitudine umana fondamentale: la nostra capacità di pensare».

Fra’ Antonio Ramina, rettore della Basilica del Santo

A tal proposito, il presule e il religioso hanno esortato tutti a recuperare un’altra risorsa interiore «che siamo chiamati nuovamente a desiderare con nostalgia – sottolineano il vescovo di Padova e il rettore della Basilica del Santo -, la profondità! Ci serve l’ardire di fermarci, per metterci in ascolto della realtà che ci circonda, dei fratelli e delle sorelle, dei fatti che accadono. Il Sinodo diocesano ci ha aiutato in questo, ma guai a noi se lo consideriamo una tappa definitivamente conclusa. Occorre mantenersi in cammino. Potremmo indicare alcune strategie a disposizione di tutti noi, che ci aiutino a recuperare lo spessore del nostro pensare, a recuperare il fascino di stare nel mondo innamorati della vita. Anzitutto il senso di gratitudine, che sa cogliere molto bene d’aver ricevuto tutto in dono ed è l’antidoto fondamentale contro solitudine, invidia e gelosia. Quindi la pazienza che non è grigia accettazione, ma scelta libera e creativa di resistere al male, costi quel che costi, anche se apparentemente ci sembra di andare controcorrente. Infine l’umiltà, anche se è fuori moda e non ci attira per nulla, ma è lo stile realistico di chi sa domandarsi che cosa conta davvero, che cosa rimane davvero. Sa cercare che cosa merita, davvero il nostro impegno».

About Davide De Amicis (4441 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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