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“Costruiamo la pace col dialogo, la guerra non ha mai risolto nulla”

"Nell’Est del Paese, dove la gente vive senza elettricità né riscaldamento né acqua - racconta Mira Milavec, project manager Caritas – Spes Ukraine -, la situazione è ancora più difficile. Letteralmente sono sotto le bombe con la paura di perdere la vita. Questa situazione che viviamo la vedo un po’ come Gesù sotto la croce, quando afferma “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Non ha fatto nulla, anche se poteva, perché era Dio, ma ha chiesto a Dio di perdonarli. Ora vedo io così questa situazione e posso pregare il Padre e, al tempo stesso, devo capire per quale ragione avviene tutto questo"

Lo ha affermato l’arcivescovo Valentinetti, sabato 4 febbraio, alla 18ª Marcia per la pace

La striscione della diciottesima Marcia per la pace, in partenza da Montesilvano colle
Luigina Tartaglia, responsabile dell’Ufficio Promozione Mondialità Caritas Pescara-Penne

Lo scorso sabato sera 4 febbraio oltre 300 persone, soprattutto giovani, hanno sfidato il vento gelido siberiano che ha sferzato Montesilvano colle sfilando tra le strade e i vicoli del suo borgo antico e dando vita alla diciottesima edizione della Marcia per la pace, organizzata dalla Caritas diocesana di Pescara-Penne, dal tema “Nessuno si salva da solo”: slogan ripreso dal Messaggio di Papa Francesco in occasione della scorsa Giornata mondiale della pace. Un appuntamento che ha segnato il ritorno in presenza dell’evento con il raduno avvenuto nel cortile della chiesa della Madonna della neve, dopo lo stop imposto dalla pandemia di Covid-19 ed il suo “trasferimento” sul web e i social nelle passate due edizioni. E proprio dalla pandemia e dalle sue conseguenze, sociali, psicologiche ed economiche, la Marcia per la pace è voluta ripartire quasi a voler dire “Dove eravamo rimasti”: «Vogliamo ripensare insieme – premette Luigina Tartaglia, responsabile dell’Ufficio Promozione Mondialità della Caritas diocesana di Pescara-Penne – a quanto abbiamo vissuto in questi ultimi tre anni e alla ferite che questa pandemia ci ha lasciato, affinché nulla della sofferenza che abbiamo vissuto vada perduto. Vogliamo farlo mettendoci innanzitutto vicini ed in comunione con tanti nostri fratelli e sorelle che, in questo tempo, si trovano a vivere giorni difficili e di grande sofferenza a causa di mali altrettanto terribili come la guerra e la mancanza di libertà».

Shaed Sholeh, attivista Associazione donne democratiche iraniane in Italia

A tal proposito, il pensiero è andato proprio a quanto sta accadendo in Iran con le rivolte seguite all’uccisione di Mahsa Amini, avvenuta dopo il suo arresto da parte della Polizia morale iraniana in quanto non avrebbe indossato correttamente il velo, con la ribellione soprattutto delle donne contro il regime di Khamanei. Per comprendere meglio toni e motivazioni di questa protesta, prima dell’inizio della marcia, è intervenuta Shaed Sholeh, attivista dell’Associazione delle donne democratiche iraniane in Italia (Addi): «Vi do semplicemente qualche numero – afferma Shaed -. Dallo scorso 15 settembre il popolo iraniano, subito dopo la morte di questa ragazza, ha iniziato una lotta contro l’ingiustizia subita ingiustizia, subito dopo morta di questa ragazza. Mahsa Amini sarà sempre nel cuore di ogni iraniano e il suo nome resterà nella nostra storia. Finora ci sono stati più di 700 manifestanti uccisi, di cui almeno 70 sono minorenni fra cui bambini adolescenti dai 10 ai 14 anni. Non soltanto. Ci sono 30 mila prigionieri politici arrestati, torturati e in prigione, nelle mani di questi criminali. La prossima settimana ricorrerà l’anniversario della rivoluzione antimonarchica del 1979, entreremo nel quarantacinquesimo anno della rivoluzione. Un regime teocratico che in primis ha le leggi disumane e misogene. La costituzione iraniana è proprio contro le donne. Per questo, le donne sono in prima linea per combattere e insieme a loro ci sono anche loro gli uomini, sorelle e madri per ottenere una vita libera, per chiedere i diritti principali di ogni essere umano. Non è questione del religione, ma purtroppo il regime iraniano sul concetto di fede sta distruggendo tutto».

Tiziano La Rovere, missionario Associazione Dalla parte degli ultimi

Quindi l’accensione delle fiaccole e la partenza della marcia, aperta dall’ormai iconico striscione. Durante il cammino sono state tante le testimonianze che si sono alternate, incentrate soprattutto sul tema della pandemia che ha cambiato le nostre vite così come quella del missionario pescarese Tiziano La Rovere, componente dell’associazione Dalla parte degli ultimi: «Aspettavamo di tornare in Burundi – racconta – a proseguire l’opera di don Enzo Chiarini, sacerdote scomparso nel 2019, ma poi con la pandemia è arrivato il lockdown a imprigionarci. Aspettavamo e vivevamo la nostra vita normale quando una mattina, nel mezzo della pandemia, siamo stati svegliati da uno scampanellio. Era prima delle 7. Un nostro vicino viveva da solo a 92 anni, nella solitudine, era caduto e si era pesantemente ferito. In quel momento mi sono reso conto che non potevamo aspettare. Sono stato catapultato di nuovo di fronte al bisogno. Non un bisogno che doveva venire, ma quello uno istantaneo, improvviso. Un vecchietto, una persona anziana che aveva bisogno di noi. Non ho più pensato alla paura del virus, non ho più pensato ai timori che ci erano stati imposti da questa pandemia. C’è stato un abbraccio con questo signore, con questo vecchietto. Sì, è diventato un momento di comunione, lo abbiamo assistito, accolto e abbiamo cominciato a vivere. Io prego perché il Signore illumini ogni giorno ognuno di noi, perché riusciamo ad essere capaci di missione nella nostra vita quotidiana».

Goffredo Leonardis, missionario in Albania del Centro missionario diocesano

Successivamente, mentre la marcia si incamminava nei vicoli del borgo antico di Montesilvano colle, è stato Goffredo Leonardis a raccontare la sua esperienza missionaria segnata dalla pandemia in Albania, dov’era missionario nella diocesi albanese di Sapë insieme alla moglie Tiziana e a Mariapalma Di Battista: «La gravità della situazione – racconta – in Albania veniva percepita in maniera differente rispetto a quanto avveniva in Italia. La totale chiusura di ogni attività è durata non più di due mesi. Inoltre, nelle zone rurali come la nostra, la gente continuava ad andare nei campi, a governare gli animali e ad incontrarsi nel piccolo negozio, mentre gli uomini non rinunciavano – seppur seduti distanziati – al rito mattutino del caffè e rakì, una grappa di produzione locale. La Chiesa albanese, in linea con le disposizioni governative, aveva sospeso le messe con i fedeli e ogni attività pastorale in presenza. Così cercavamo di organizzare al meglio la nostra pastorale mantenendo le distanze, mentre ci giungevano notizie che in altri villaggi – sotto la cura di sacerdoti albanesi – tutto proseguiva normalmente ad eccezione del catechismo. In particolare, alcuni sacerdoti e religiose giravano perfino nelle case a visitare gli ammalati. La nostra percezione non era questa ed anche la realtà raccontava di missionari italiani che, colpiti da virus in modo grave, erano stati riportati in Italia in modo quasi rocambolesco e con costi proibitivi. Monsignor Simon Kulli, vescovo della nostra diocesi di Sapë, nel giugno 2020quando si allentò un po’ la morsa delle restrizioni internazionali e si riaprirono parzialmente i confiniinvitò tutto il clero, i religiosi e i missionari a concentrarsi sul pericolo di una pandemia ben più grave di quella sanitaria, ovvero di combattere in modo radicali il virus dell’indifferenza, del “si salvi chi può”, che in qualche modo aveva colpito più noi missionari stranieri, mentre in Albania, come nel resto degli altri Paesi meno sviluppati, era vissuto e percepito come un virus dell’opulento Occidente. In Albania si erano allentate le maglie delle restrizioni e, dopo aver fatto il tampone, accogliemmo quell’invito a non avere paura e ad affrontare il pericolo della pandemia, non da negazionisti ci mancherebbe, ma con autentico spirito missionario ed evangelico. Anche quell’anno, era l’estate del 2020, facemmo la missione nelle isolate zone montane del Nord ai confini con il Kosovo. È stata una delle esperienze di condivisione con la gente e annuncio del Vangelo più belle della nostra decennale permanenza missionaria in Albania».

I giovani Federico, Camilla, Alessandra e Federica

Nell’ambito di una sosta, nel belvedere antistante la chiesa di San Michele Arcangelo, sono stati alcuni ragazzi della Pastorale giovanile a condividere la loro esperienza pandemica: «Il lockdown è stato un periodo molto difficile – racconta Federico -, essendoci ritrovati a dover cambiare il nostro metodo di didattica. Ma soprattutto dal punto di vista personale, la nostra quotidianità è stata travolta soprattutto per chi era studente fuorisede che non era riuscito a raggiungere la propria famiglia o non ha voluto farlo, per tutelare i familiari fragili. È stato faticoso affrontare questo momento. E così che la distanza dalle persone più care, anche dai nostri amici con cui condividevamo il pranzo quotidianamente in facoltà, abbiamo dovuto trasformarla in forza si in forza, in quella forza che ci ha permesso di superare quei momenti e per tornare oggi alla normalità».

L’arcivescovo Valentinetti e il direttore della Caritas Pescara-Penne Corrado De Domincis, accendono la fiaccola della marcia

E il lockdown è stato ancor più difficile per chi lo ha vissuto nella malattia: «Durante la pandemia – confida Camilla – mi è stato diagnosticato un tumore. Ricevere una diagnosi del genere mette ovviamente un po’ in discussione tutti quelli che sono i piani che uno ha per il proprio futuro, tutti i sogni, le aspettative. E quando si è costretti a vivere le attese nei vari reparti degli ospedali da soli per colpa della pandemia, perché solo i pazienti possono entrarci, questo carico diventa ancora più pesante. Eppure io in quei momenti di solitudine ho sperimentato che i sorrisi dietro le mascherine dei dottori e degli infermieri, diventavano un regalo per alleviare un po’ le sedute di chemioterapia o i dolori dopo l’intervento. Io, in quei momenti, ho capito che un sorriso può curare molto più di mille terapie».

Lo striscione col tema della Marcia per la pace 2023

Altrettanto difficile è stata la pandemia vissuta in famiglia: «Una delle molte frasi che mettevo sempre su Facebook o Instagram – spiega Alessandra -, era proprio “Nell’oscurità c’è luce”, perché In tutto il periodo del lockdown io vivevo solo con mia mamma e c’era molta paura perché come il lavoro non c’era e si erano fermate tutte le attività economiche. Fortunatamente, però, grazie al mio fidanzato, ma anche grazie alla comunità e alla Pastorale giovanile, ci sono arrivati molti aiuti, non solo economici, ma soprattutto emotivi. Infatti, attraverso la preghiera abbiamo riscoperto sia io che mia madre il nostro rapporto. Poi abbiamo riscoperto anche quanto è bello il tempo passato col Signore, perché con il lockdown ci siamo fermati dalla nostra vita frenetica e abbiamo dedicato più tempo anche al Signore».

I partecipanti alla marcia riuniti in piazza Calabresi a Montesilvano colle

Una pandemia che non ha privato la collettività solo della salute e della libertà, ma anche del lavoro: «Durante il lockdown – ricorda Federica -, in famiglia non poche sono state le difficoltà, così come in tutte le famiglie. Gli stipendi che non arrivavano, le famose casse integrazioni che tardavano ad arrivare. Eppure, nonostante tutto, in quel buio sono riuscita a trovare uno spiraglio di luce. Ho riscoperto una cosa perduta la tempo e cioè proprio il valore della mia famiglia. Infatti, per me non ha prezzo sedersi tutti insieme a tavola e riscoprirsi a vicenda tra una forchettata e l’altra. È una cosa che prima davo per scontata. È un attacco a quello che la società e la nostra stessa vita ci impone, quel ritmo frenetico che oggi ti fa perdere anche i gesti quotidiani, i semplici gesti, e ti fa perdere forse quei momenti semplici, essenziali ma speciali come quello per ritrovarsi a tavola tutti insieme. Ha un valore così prezioso che mi permetterà, un domani, di formare delle basi solide per per la mia famiglia, per quella che sarà la famiglia che mi costruirò».

Ottavio De Martinis, sindaco di Montesilvano

La diciottesima Marcia per la pace si è poi conclusa in piazza Luigi Calabresi, dapprima con i saluti del sindaco di Montesilano Ottavio De Martinis: «Sono onorato – commenta il primo cittadino – che questa bellissima iniziativa si sia svolta a Montesilvano, nel nostro bellissimo borgo e ringrazio la diocesi, Sua eccellenza il vescovo, per aver scelto appunto la nostra città, quale sede di questa opportunità, perché io la ritengo tale. Si è parlato di tanti temi durante il percorso. Si è parlato di povertà, di disoccupazione, di morti sul lavoro, di solitudine, ma soprattutto si è parlato – attraverso alcune testimonianze – di situazioni difficili che vedono le persone vivere in privati delle proprie libertà e, soprattutto, territori che stanno vivendo e che vivono il dramma della guerra. La nostra speranza è che si possa arrivare quanto prima ad una situazione che riporti pace sul loro territorio. Noi siamo vicini al popolo ucraino e vogliamo anche oggi manifestarlo attraverso la preghiera, attraverso questo momento. Una ragazza parlava di una vita frenetica che, purtroppo, è sempre più frenetica e non ci dà la possibilità di soffermarci come si dovrebbe sui temi di cui ho parlato e per quello parlavo di un’opportunità. Questa è una bella opportunità per la quale ringrazio ancora tutti e ringrazio soprattutto chi ha voluto partecipare, nonostante il tempo non sia dei migliori. Con l’auspicio che questi momenti siano sempre di più e che si possa sempre più non soltanto riflettere, soffermarci, ma soprattutto dare sempre di più al prossimo».

Renato Di Nicola, attivista Movimento Salvare la pace

Un’ampia riflessione su cosa allontana la pace è stata poi fatta dall’attivista Renato Di Nicola, del Movimento Salvare la pace: «Nel messaggio per la pace – sottolinea l’attivista – Papa Francesco ci parla insieme della crisi epidemica, del Covid e anche quella della guerra, che è molto più preoccupante per le origini e per le conseguenze che la caratterizzano, ma anche per l’incertezza e la paura che il Covid e guerra ci mettono dentro, dentro il corpo sociale, dentro ognuno di noi. Da qui l’esortazione interrogarci, ad imparare a crescere, a lasciarci trasformare e riaffermare costantemente ogni giorno che “nessuno si salva da solo”. Francesco ci invita da un lato ad aprirci alla fraternità e dall’altro ad impegnarci per superare le giustizie che alimentano queste crisi, perché esse nascono sempre da grandi ingiustizie. Da anni ci ricorda che la pace non è armata e che si costruisce ogni giorno per risolvere i tanti e troppi conflitti della terra, che lui ha già definito come terza guerra mondiale. Qui ne voglio citare soltanto due, quello storico della Palestina, dove vengono distrutti quotidianamente ulivi, case, persone, sogni e quindi mano a mano si stanno chiudendo, forse definitivamente, le porte ad una pace giusta. E ricordo quello contro inermi popolazioni contadine, indigene del Perù. In Perù, in pochissimi giorni, hanno ammazzato a sangue freddo più di 60 persone. Però non parliamo di loro, non c’è richiamo come anelito della giustizia e non si parla di loro, perché dentro quel conflitto c’è una piaga dolente, che ci portiamo tutti quanti dentro, ed è quella del razzismo. Perché? Perché sono indigeni, sono stati schiavizzati per 500 anni. Francesco ci ricorda la trasparenza e la chiarezza della parola che è efficace, può diventare azione trasformatrice delle realtà negative che ci opprimono. Ci invita a curare la natura, i beni comuni, le persone. Voglio citare solo tre ferite nei nostri territori, nei nostri cuori. Non dimentichiamo la ferita profonda che darà all’ambiente la costruzione di un’inutile gasdotto (il riferimento è al gasdotto Sulmona-Foligno) proprio nel nostro appennino, come molte volte ha sottolineato anche la stessa Conferenza episcopale abruzzese. Parliamo di uno scandalo della sanità che non trova fondi per aiutare tutti i bisognosi, mentre ci sono sempre i fondi per la guerra. E noi continuiamo a chiedere la trasparenza nel nostro territorio, perchè c’è un insediamento di militaredi natura segretaa San Cosimo di Sulmona e noi, come abruzzesi, non sappiamo perchè c’è e cosa c’è dietro. La pace dobbiamo ritrovarla a partire da noi stessi e dai nostri territori. Questi temi connessi tra di loro necessitano di un impegno di tutti quanti noi, quotidiano, non una volta l’anno. Questo impegno sarà proficuo se riusciremo a viverlo insieme come comunità pensante, dialogante e solidale».

Cristina Stilluk, mediatrice culturale ucraina Caritas Pescara-Penne

È stata quindi la mediatrice culturale ucraina Cristina Stilluk ad introdurre un videocollegamento con l’Ucraina: «Vivo in Italia da quasi 10 anni – racconta – e anche se fisicamente mi trovo lontana e dal mio Paese, dalla guerra, però ho l’occasione di viverla lo stesso in un altro modo. In quella notte del 24 febbraio 2022, quando in diverse città dell’Ucraina sono scoppiate le bombe, tutti gli ucraini si sono scambiati dei messaggi del tipo “Come stai? Tutto a posto? È successo anche da te?”. Mi sono scritta anch’io con la mia famiglia. E loro stavano bene, poi ho chiamato tutti gli amici, i parenti e i compagni di scuola che non sentivo da anni e tutti stavano bene. Ma nella paura, giustamente, avevo tanta voglia di aiutare e non sapevo come. Mi ha detto un bravissimo prete, “L’unica cosa che puoi fare è pregare”. Aveva ragione, però io avevo tanta voglia di aiutare, era troppo difficile stare a casa e la Provvidenza mi ha portato ad aiutare attraverso il servizio nella Caritas, ho avuto occasione di ascoltare tante storie. Non avevo bisogno del telegiornale, perché le notizie vere le condividevano con me le persone che le vivevano, arrivavano i racconti da ogni parte dell’Ucraina. Dieci anni fa, appena arrivata in Italia, mi sentivo sola, straniera, mi sentivo un po’ diversa, ma nei momenti più difficili c’era sempre qualcuno che mi ha dato una mano, sia gli amici della Pastorale giovanile qui presenti e altri fratelli con i quali cammino insieme nei percorsi di fede e mi hanno sempre aiutato a fare un passo avanti. Un grazie particolare a mio marito, per la sua speciale capacità di vedere in ogni problema un’opportunità. E oggi mi trovo qui io a dare una mano a chi ne ha bisogno e questa cosa mi riempie di gioia».

Vyacheslav Grynevych, segretario generale Caritas – Spes Ukraine

Quindi il collegamento con Kiev, da dove sono intervenuti due esponenti della Caritas ucraina, a partire dal segretario generale di Caritas – Spes Ukraine Vyacheslav Grynevych: «Io sono sicuro che questo è un momento difficile, ma anche in questo momento possiamo stare vicino al prossimo come avviene in una realtà cristiana. Sono certo che le persone ucraine ospitate in Europa, possano avere un bell’esempio di valori cristiani in termini di ospitalità e solidarietà. Sarà un investimento per il futuro, quando tutti insieme cercheremo di ricostruire ciò che è stato distrutto dalla guerra. Personalmente penso che non la pace sia un processo attivo e non debba essere intesa solo come un dono. Lo è, ma dobbiamo essere preparati per aprire i nostri cuori a perdonare attraverso un esame di coscienza. Dopo queste immagini che abbiamo visto, con queste famiglie distrutte, abbiamo diverse esperienze di amici che hanno lasciato questo mondo. È necessario pregare non solo per la pace, ma anche per perdonare. Mi chiedo anche perché molti vogliano tornare in Ucraina, perché qui la situazione non è facile, spesso non c’è neanche la luce, ma poi penso alle Sacre scritture quando San Tommaso dice di voler toccare le ferite di Gesù. Fare l’esperienza di toccare queste ferite. Molte persone vogliono andare a Buča per vedere e credere alle ferite di questo Paese. Grazie per le vostre preghiere e per l’aiuto materiale che abbiamo dalla Caritas italiana, per la vostra vicinanza».

Mira Milavec, project manager Caritas spes – Ukraine

Dopo di lui è intervenuta la project manager di Caritas – Spes Ukraine, Mira Milavec: «Vorrei salutare tutti coloro che si sono riuniti per pregare per la pace e noi non vediamo l’ora che arrivi la pace vera. La situazione che viviamo non è normale per un essere umano. In queste condizioni servono momenti normali, ricreando l’atmosfera familiare stando nella comunità in cui viviamo. Per noi questo vuol dire appartenere in questa comunità Caritas, che allarghiamo ad ogni persona che incontriamo. Ecco, questo ci dà questa dimensione che non ci sentiamo più soli. Queste occasioni ci danno la speranza, il coraggio, la forza anche per vivere questi momenti difficili. Nella situazione che viviamo ora, riconosciamo sempre più cosa vuol dire il valore della vita, della libertà e anche della pace. Quando si sentono le tragedie delle persone, le sofferenze, la disperazione. Poi noi qui a Kiev abbiamo un po’ di disagi a causa della mancanza di elettricità? Un po di disturbo? Che ne so della mancanza delle tre città? Non c’è sempre acqua o riscaldamento, ma cerchiamo che anche queste cose non ci tolgono questa pace interiore. Posso dire questo, perché io vivo qui a Kiev, dove posso dire che non è così pericoloso, dove abbiamo la possibilità – quando ci sono le sirene – di andare nei rifugi e anche che non saremo vittime di razzi e di droni, grazie al sistema antiaereo che riesce ad abbattere tutti i missili e noi siamo ancora vivi. Nell’Est del Paese, dove la gente vive senza elettricità né riscaldamento né acqua, la situazione è ancora più difficile. Letteralmente sono sotto le bombe con la paura di perdere la vita. Questa situazione che viviamo la vedo un po’ come Gesù sotto la croce, quando afferma “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Non ha fatto nulla, anche se poteva, perché era Dio, ma ha chiesto a Dio di perdonarli. Ora vedo io così questa situazione e posso pregare il Padre e, al tempo stesso, devo capire per quale ragione avviene tutto questo».

Monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne

Ha tirato infine le conclusioni della diciottesima edizione della Marcia per la pace l’arcivescovo di Pescara-Penne, monsignor Tommaso Valentinetti: «Alla vigilia della prima guerra mondiale – ricorda il presule -, il Papa disse “Con la guerra tutto è perduto, con la pace tutto è ricostruito”. San Giovanni XXIII, nella Pacem in terris scrisse, “La guerra è “a ratione est alienum”, ovvero è roba da pazzi. In realtà la guerra è roba da pazzi e lo stiamo vedendo in questi giorni, si rimbalza continuamente nelle nostre televisioni e lo ascoltiamo dalla testimonianza di questi fratelli ucraini. Ora il problema è serio, di guerra non c’è solo quella dell’Ucraina. Papa Francesco, in Congo e in Sud Sudan, ha ricordato che ci sono circa 63 conflitti nel mondo, di cui nessuno parla, che sono fatti per la speculazione delle materie prime, per il predominio delle multinazionali e per la costruzione, il commercio – legale e illegale – di armi. Ma la guerra non s’ha da fare, questa guerra poteva essere evitata se l’Europa avesse avuto più coraggio per sedere ai tavoli delle trattative prima che scoppiasse la guerra. Ormai è certamente troppo tardi. Le atrocità di cui, purtroppo, si stanno macchiando le l’esercito russo sono terribili, ma questo poteva essere evitato, doveva essere evitato e allora il nostro impegno, il nostro lavoro, la nostra dedizione è sicuramente nel costruire situazioni di pace. Costruire situazioni in cui vengono rispettati i diritti, in cui prima di tutto ci sia un dialogo profondo e si invitino i nostri governanti a far sì che si inviti ad un dialogo, che non si continui a mandare armi, perché le armi non hanno mai risolto nulla. La guerra non ha mai risolto nulla, solo la pace può risolvere veramente i problemi, ma per fare la pace bisogna dialogare, bisogna ascoltarsi e probabilmente, come ci hanno detto i nostri fratelli ucraini, forse bisogna anche perdonarsi. Difficile, molto difficile, ma sicuramente è la strada che noi come cristiani vogliamo testimoniare. Ai giovani, particolarmente dico, non vi lasciate imbrigliare dalla propaganda che dice che la guerra è necessaria. La guerra non è mai necessaria, la guerra è sempre da misconoscere, buon lavoro a tutti e siate operatori di pace».

About Davide De Amicis (4423 Articles)
Nato a Pescara il 9 novembre 1985, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Teramo, è giornalista professionista. Dal 2010 è redattore del portale La Porzione.it e dal 2020 è direttore responsabile di Radio Speranza, la radio della Chiesa di Pescara-Penne. Dal 2007 al 2020 ha collaborato con la redazione pescarese del quotidiano Il Messaggero. In passato è stato direttore responsabile della testata giornalistica online Jlive radio, ha collaborato con Radio Speranza, scritto sulla pagina pescarese del quotidiano "Avvenire" e sul quotidiano locale Abruzzo Oggi.
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