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Un Salvatore disoccupato?

Poche elucubrazioni sintetiche sulle prerogative di Gesù. A partire dai nostri testi.

Le canzoni che abbiamo analizzato nelle scorse settimane (in ordine One of us, Si chiamava Gesù, La buona novella, Gesù, caro fratello) sono accomunate, pur nelle grandissime diversità musicologiche e nelle notevoli variazioni contenutistiche, dal riferimento costante alla figura di Gesù. Da qualche parte ho visto definire i cristiani “gesuomani”, e non tanto perché vedano Gesù in tutte le cose (in fondo anche di un cactus, la prima cosa che m’è venuta in mente, si potrebbe dire – che ne so! – che “conserva l’acqua della vita in sé a dispetto dell’ambiente desertico che lo circonda”), ma soprattutto perché di vedere Gesù in tutte le cose i cristiani sentono la necessità. L’esperienza religiosa di chi ha creduto in Gesù è tanto radicale da non permettere più a chi l’ha fatta (e sempre la fa) di concepire che essa possa non riguardare qualcosa o qualcuno.

Gesù si propone come “il Figlio” di Dio, di un Dio unico. Questa semplice, smodatissima pretesa di Gesù pone alla mente degli uomini che l’hanno incontrato – l’abbiamo già ricordato più volte – il duplice problema di comprendere come un uomo possa dirsi Dio e come possa esistere una pluralità di persone in un’entità divina che pure viene saldamente supposta come unica.

Ecco perché, ricapitolando, soprattutto nella prima metà del primo millennio dell’era cristiana i credenti hanno dovuto affrontare le questioni cardinali della teologia trinitaria e della teologia cristologica, ricavando grossomodo tutte le informazioni contenute nei symbola fidei – il più famoso dei quali è certamente quello niceno-costantinopolitano, che si recita la domenica a messa nelle liturgie di rito latino.

Ma qual è l’istanza fondamentale cui tutte queste espressioni (i dogmi, i concilî, i symbola e anche i testi ereticali) fanno riferimento? Chiaro: la fede in Gesù. I testi che invece abbiamo analizzato noi, invece, non partono (tutti) da un assenso di fede alla figura del Nazareno: Gesù viene costeggiato, avvicinato, lumeggiato, vagheggiato… anche in mancanza della persuasione che egli sia l’unigenito Figlio dell’unico Dio, che sia il salvatore unico per tutti gli uomini (e che quindi nessuno si salvi se non per mezzo di lui). È lecito allora domandarsi da dove nasce il fascino irresistibile per Gesù in chi non se la sente di confessarlo “Figlio di Dio”, temendo che così possa in qualche modo cessare di essere “figlio dell’uomo, fratello anche mio”.

La mia opinione (e questa non è altro che un’opinione) è che il contesto culturale del nostro mondo trasmette ancora chiaramente l’impressione straordinariamente forte che dal bagaglio di Gesù promana (nelle forme dell’arte, della musica, della letteratura, delle espressioni popolari e di credenze centenarie). Dico “ancora” perché questa è senz’altro una contingenza storica ben determinata, e con “nostro mondo” intendo “mondo latino” per la stessa ragione: un professore tedesco m’ha raccontato di bambini tedeschi dell’Est rientrati in una chiesa negli anni ’90 del Novecento, in Sassonia (lui era lì). I bambini e le maestre guardavano gli interni di questo edificio dalla bassa illuminazione, e davanti al Crocifisso si sono fermati per vedere se mettendo insieme i ricordi del sussidiario riusciva loro di capire chi rappresentasse quell’effigie: «Lo so! – fa un bimbo a un tratto – È Spartaco!». Non ho motivi per credere che quell’uomo mentisse o esagerasse: il vero scandalo che Gesù dà agli uomini d’Occidente, dalla modernità a oggi, è fondamentalmente questo, ossia che risulta difficilmente pensabile che uno deputato alla salvezza o alla perdizione di tutti gli uomini sia uno del quale gli stessi necessitino di ricevere notizia (da altri uomini, peraltro!), quindi anche uno la cui notizia può non giungere affatto (si pensi a tutti quelli che sono morti prima che i primi missionarî cristiani giungessero nei loro territorî), e persino uno la cui notizia e il cui ricordo possono essere oscurati.

La cosa curiosa è che, a questo punto, pare che proprio perché questo presunto messia sarebbe troppo simile a noi per essere anche veramente Dio noi preferiamo ritenere che egli non sia nient’altro che uno simile a noi in tutto. Sì, ma quanto fu buono! Ma quanto fu pio! Ma quanto fu bravo! Ma quanto… ma aveva per caso ragione? L’impronta che Gesù lascia sulla nostra coscienza epocale è un’impronta meramente formale, senza contenuti: Gesù fu persona incredibilmente buona, forse perfino più buona di qualunque altra di cui abbiamo notizia, e la sua bontà ha ispirato tanti e tanti uomini a una vita analogamente buona. Ma, ripeto, aveva ragione? C’è davvero un Dio che è Padre e che ha cura di tutto quanto ha voluto creare? C’è davvero una giustizia divina che ci dia un valido motivo per sperare contro ogni speranza? C’è davvero un legame tra Gesù e tutto questo? E se non c’è – se Gesù fu uno splendido ingenuo, un sognatore cronico – che cosa ce ne faremo mai del riconoscere la sua bontà?

Ci ritroveremmo in breve ad avere per equivalenti Gesù, Buddha, Confucio, Maometto, amalgamati dalla totale ignoranza in cui tutte queste figure (e le altre) galleggiano, nella palude culturale collettiva. Di più, visto che l’unico spessore che ai carismi religiosi viene lasciato è quello morale, essi si trovano in men che non si dica affiancati a personaggî che non solo non hanno nulla di propriamente religioso, ma che talvolta risultano pure lontanuccî da grande moralità – uno per tutti il “mitico Che”!

La si potrebbe buttare in quella piccola retorica da omelia feriale (lontana anni luce dalla verità): al giorno d’oggi nessuno pensa più alle cose eterne, a nessuno interessa più Gesù Cristo… Ma, obietto: primo, se Gesù Cristo non risulta un tipo interessante non c’è da fare di questo una colpa alle persone che, educatamente, lo ignorano; secondo, il fatto che invece il nome di Gesù torni a destra e a manca in canzoni, film, poesie, lascia il diritto di sospettare che forse non ci sia vero disinteresse alla persona di Gesù; terzo, se dunque ci si interessa a Gesù, ma prevalentemente a condizione di spogliarlo delle sue proprie prerogative (quelle con cui egli stesso s’è presentato agli uomini, rendendoli suoi discepoli, o suoi persecutori, o entrambe le cose), forse il problema è che sono queste a risultare poco interessanti.

E come fa la salvezza a risultare poco interessante?! In fondo si spiega: se non si ha chiara coscienza del fallimento che per un uomo è il peccato, e di come sia impossibile evitare di cadervi senza il sostegno e l’aiuto della Grazia; se in fondo si è incerti su cosa attendersi dalla morte (che comunque arriva, malgrado i nostri dubbî), non ci si riesce a figurare l’inferno diverso da un posto caldo con belle cameriere in tuta di lattice e il paradiso difforme da un ospizio celeste dall’arredamento soffice e vaporoso… a chi può mai interessare “la salvezza”? Ma quale salvezza, poi? Da che?

Se gli uomini postmoderni che siamo si guardano dentro con un minimo d’onestà individuano agevolmente l’imbarazzo che ci coglie al pensiero di essere invitati a definire “in che senso, in che modo e da che cosa necessiteremmo di essere salvati”. In fondo vorremmo evitare anche a Dio, di rimando, l’imbarazzo di metterlo davanti ad aspettative che forse non potrebbe soddisfare: la nostra condizione è in qualche modo analoga a quella dei bambini che, avendo cominciato a sospettare che quella di Babbo Natale sia una pia fraus, non vogliono mancare di scrivere, “come ogni anno”, la letterina, ma si chiedono se i loro genitori riusciranno effettivamente ad accontentare i loro desiderî senza ipotecare la casa.

La delusione che temiamo spesso di ricevere da Dio, allora, vogliamo evitare di poterla ricevere da quella gran brava persona di Gesù: tutto sommato, allora, meglio considerarlo un “buon uomo”!

D’altro canto siamo pur sempre democratici: a priori e per principio! Quindi, anche se non sapremmo dire cosa precisamente una “salvezza” sia, se è una cosa buona essa dev’essere disponibile per tutti, e possibilmente a buon mercato. Diversamente, e senza troppi bizantinismi, avremmo pronta per Dio l’accusa di ingiustizia e malvagità.

Quello che tuttavia emergeva dall’analisi dei testi scorsi nelle settimane passate è che “i Gesù” meno problematici (ossia quelli “meno presuntuosi”) sono quelli i cui personaggî risultano in fondo più irrilevanti, perfino più insignificanti.

Ecco perché undici anni fa non parve fuori luogo scrivere un documento che ricordasse che «le parole, le opere e l’intero evento storico di Gesù, pur essendo limitati in quanto realtà umane, tuttavia hanno come soggetto la Persona divina del Verbo incarnato, “vero Dio e vero uomo”, e perciò portano in sé la definitività e la completezza della rivelazione delle vie salvifiche di Dio, anche se la profondità del mistero divino in se stesso rimane trascendente e inesauribile» (Dominus Iesus, 6).

 

About Giovanni Marcotullio (156 Articles)
Nato a Pescara il 28 settembre 1984, ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio "G. D'Annunzio" in Pescara. Ha studiato Filosofia e Teologia a Milano, Chieti e Roma, conseguendo il titolo di Baccelliere in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Prosegue i suoi studi specializzandosi in Teologia e Scienze Patristiche presso l'Institutum Patristicum "Augustinianum" in Roma. Ha svolto attività di articolista e di saggista su testate locali e nazionali (come "Il Centro" e "Avvenire"), nonché sulle pagine della rivista internazionale di filosofia personalista "Prospettiva Persona", per la quale collabora anche in Redazione.
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6 Comments on Un Salvatore disoccupato?

  1. Stefano Scogna // 20 giugno 2011 a 18:35 //

    Giovanni, il limite ai caratteri utilizzabili mi fa scrivere e cancellare i commenti. Dovrei scriverli a puntate e ho in mente troppe cose. Sarà meglio parlarne quando torni (spero di cenare prestissimo con te e TIna!). Una cosa. Il tuo/vostro Dio mi sembra però un Ente che da una parte offre verità che fungono da zattere durante il “naufragio del mondo”, dall’altro sembra tacere sul perché nel mondo ci siano innumerevoli naufragi. La parola della Croce è infinitamente di più di tregua dai mali, certo. Questi mali sono proprio inevitabili per Chi è onnipotente? Che senso ha permettere il male e dare ad alcuni il “dono” della…

    • Che Dio, il quale non ci ha creati col nostro consenso, non vuole ri-crearci (salvandoci) senza il nostro consenso. Per salvare anzitutto la nostra libertà, che non sarà la radice ultima del male del mondo ma certo ne condivide attivamente la corresponsabilità, Dio stesso si sottopone alla “necessità” della Croce, che gli diventa storicamente “inevitabile”. Con grande scandalo dei teologi che teorizzano libertà meramente astratte, per Dio e per gli uomini! 😉

  2. Stefano Scogna // 20 giugno 2011 a 10:03 //

    cerchino di spiegare. Lascio alle parole di Montale la chiosa di questo mio “holy atheism” esistenzialista che mi preme ogni giorno:
    Locuta Lutetia
    Se il mondo va alla malora
    non è solo colpa degli uomini.
    Così diceva una svampita
    pipando una granita col chalumeau
    al Cafè de Paris.
    Non so chi fosse. A volte il Genio è quasi
    una cosa da nulla, un colpo di tosse
    ___________________
    Un abbraccio

    • 🙂 Molto suggestiva: «Irreplicabile», mi veniva da dire. Invece una piccola replica si può fare: perché mai bisogna ostinarsi ad addossare a Dio non solo la pena del peccato del mondo (quella già la porta) ma anche la colpa, laddove è verità di fede – largamente attestata da fatti esperibili – che c’è un nemico degli uomini? Vero: non è solo colpa degli uomini…

  3. Stefano Scogna // 20 giugno 2011 a 09:56 //

    Giovanni, io sono fermo qui: “anche se la profondità del mistero divino in se stesso rimane trascendente e inesauribile”…
    L’inferno sono gli altri e l’inferno siamo noi stessi… Ci sono troppe domande che Dio/Gesù/Spirito Santo lasciano in sospeso e francamente credo che sarebbe proprio il caso non solo di fare uno sforzo comunicativo imponenete (del resto alla loro portata), ma anche di mettere in atto una tregua dai mali del mondo (altra cosa alla loro “portata”) piuttosto che “giocare a scacchi”, inviare messaggi contraddittori e lasciare che altri esseri “umani troppo umani” (tu sei di un’altra categor) cerchino…

    • Stefano, altro è il senso che il santo silenzio ha dopo la parola, altro quello che ha prima: dopo c’è il rimando a un’infinità indicibile, prima c’è la vaghezza delle possibilità inespresse. Ciò che il Dio unitrino ha rivelato non è tutto, ma la verità accogliendo la quale gli uomini possono affrontare con esito vincente il naufragio del mondo, senza essere inferno per nessuno. La parola della Croce, poi, che è insieme discorso e silenzio, è infinitamente più di una “tregua dei mali” – ma ne parleremo mercoledì 😉 .

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